C’è una domanda che assilla da tempo l’umanità, anche se riguarda un’azione che è la stessa umanità a compiere: perché scoppiano le guerre? Un interrogativo, questo, che suona ingenuo, se non addirittura infantile. Ma che, allo stesso tempo, non si può eludere. Ancor più ingenua, infatti, è una delle risposte – forse la più frequente – che viene data a questa domanda: le guerre si fanno per le risorse. Ma è davvero così? A giudizio di chi scrive, no. O meglio, ni. E questa è l’unica opzione storicamente solida. Ridurre ogni conflitto a una semplice rapina di petrolio, gas o minerali è una tentazione rassicurante, ma rischia di farci prendere un abbaglio gigantesco. Se il materialismo spiegasse tutto, la storia umana sarebbe una sequenza di equazioni contabili. Se contassero solo le idee, al contrario, vivremmo in un perenne dramma metafisico.
La realtà, invece, si colloca grossomodo all’intersezione tra tre forze: la pancia (le risorse fisiche), la mente (la geografia percepita e la sicurezza dello spazio) e il cuore (l’identità, il mito nazionale e la religione). Dall’invasione dell’Iraq nel 2003 fino al ‘dossier Taiwan’ e ai conflitti identitari del Medio Oriente, le risorse materiali funzionano spesso come carburante o sfondo strategico, ma il grilletto viene quasi sempre premuto per ragioni legate alla paura, all’arroganza ideologica o alla difesa imperiale. Comprendere questa complessità è l’unico modo per non cadere nella trappola delle spiegazioni mono-causali.
Christian Bale si trasforma sullo schermo in modo quasi inquietante, ingrassando di 20 chili per interpretare il suo nuovo ruolo. La sua recitazione nei panni di Dick Cheney nel film Vice (2018) è così viscerale da far dimenticare l’attore. In una delle scene simbolo del film, mesi prima dell’11 settembre 2001, una stanza chiusa a Washington diventa il centro del mondo. Sul tavolo ci sono le mappe dell’Iraq: i giacimenti petroliferi sono già suddivisi, quotati, pronti per essere assegnati. Il messaggio del regista Adam McKay è affilato: la guerra del 2003 non è un incidente della storia, ma un colpo di mano aziendale orchestrato per riempire le casse delle Big Oil e del gigante dei servizi petroliferi Halliburton. È una narrazione perfetta, pulita, che si spiega in trenta secondi e soddisfa la nostra sete di risposte semplici.
Eppure, quando si spengono le luci in sala, esplode una bufera bipartisan. Storici, analisti e persino gli oppositori più duri dell’amministrazione Bush storcono il naso. La critica più attenta nota qualcosa di profondo: dipingere l’invasione dell’Iraq come una rapina tra privati significa abbuonare agli Stati Uniti il loro vero e più pericoloso peccato originale. Non un’operazione finanziaria, cinica ma vincente, bensì una tragica, catastrofica illusione ideologica basata sulla convinzione di poter ridisegnare il Medio Oriente con la forza. Il contrasto tra l’interpretazione magnetica di Bale e la realtà storica svela il nostro grande equivoco: ci piace credere che i potenti siano cinici geni del male avidi di petrolio, perché l’alternativa, ovvero che – come già detto in questa newsletter – siano leader smarriti guidati da paranoie strategiche, idee fallimentari, freni e incentivi verso una determinata azione – ci fa molta più paura ed è decisamente più difficile da comprendere.
Per capire se le guerre si combattano davvero per le risorse, dobbiamo analizzare i tre livelli con cui la geopolitica interpreta i conflitti.
Il livello materialista (La Pancia). Sarebbe ingenuo, chiariamolo subito, liquidare del tutto l’approccio materialista. Le comunità umane si scontrano da millenni per corsi d’acqua, terreni fertili e giacimenti. E questa dinamica non appartiene al passato. La transizione ecologica non ha eliminato la dipendenza dalle risorse, l’ha semplicemente spostata: la corsa al litio, al cobalto, alle terre rare e ai semiconduttori dimostra che la materia prima detta ancora i ritmi delle potenze. Se oggi gli Stati Uniti non scendono più in campo per il petrolio del Golfo Persico con la foga di un tempo, non è per una conversione mentale e antropologica, ma perché la rivoluzione dello shale/fracking li ha resi i primi produttori mondiali di greggio, cambiando radicalmente il loro calcolo di convenienza economica. La risorsa fisica esiste, pesa e sposta gli equilibri.
La geografia percepita e lo spazio vitale (La Mente). Esiste poi una spiegazione intermedia, formulata da geografi come Yves Lacoste, che supera la visione contabile. Qui il territorio smette di essere un deposito di risorse e diventa un corpo vivo. Un popolo non combatte solo per ciò che c’è sotto il suolo, ma per l’idea che ha di sé, dello spazio geografico che occupa e della sua “comunità di destino”. Quando Mosca guarda all’Ucraina o Pechino guarda a Taiwan, non vede prioritariamente miniere o fabbriche di chip: vede la propria profondità strategica, il cuscinetto di sicurezza necessario contro minacce percepite e il completamento di una narrazione storica. In questa fascia intermedia, il territorio è un guscio protettivo. Se un’altra comunità o alleanza altera gli equilibri di quel perimetro, la reazione è scatenata dalla percezione di una minaccia esistenziale.
Il livello identitario e simbolico (Il Cuore). Infine, ci sono aree del pianeta in cui la risorsa economica vale zero, ma la terra ha un valore simbolico incalcolabile. Gerusalemme, il Kosovo o le isole Falkland/Malvinas non muovono gli eserciti per le loro ricchezze naturali, ma perché rappresentano l’anima, l’orgoglio o la fede di una nazione. La “terra sacra” non si negozia con un’equazione d’analisi costi-benefici. Chiedendo scusa in anticipo per l’eccesso cinefilo, vorrei citare un altro film per chiarire questo concetto. In una scena de Le crociate - Kingdom of Heaven – pellicola del 2005 diretta da Ridley Scott – il soldato cristiano Baliano di Ibelin fa una domanda a Salah ad-Din (il Saladino) che sta assediando Gerusalemme per farla tornare in mano islamica: quanto vale davvero la città “tre volte santa”? Salah ad-Din scrolla le spalle e risponde: “Niente”. Poi si volta e fa per andarsene, ma a un tratto si ferma, volge di nuovo la testa indietro, verso Baliano, e si contraddice dicendo: “Tutto”.
Insomma, lo stato dell’arte è questo: una fusione di questi elementi. Le risorse fisiche forniscono il carburante o creano la vulnerabilità; la geografia percepita definisce la preoccupazione strategica delle élite; l’ideologia o la religione mobilitano la popolazione al fronte.
Capire questo intreccio serve a proteggerci dalle spiegazioni comode. Dire che “si combatte solo per il petrolio” è una scorciatoia mentale: ci evita la fatica di comprendere le dinamiche identitarie e le paranoie di sicurezza degli Stati.
L’esempio dell’Iraq post-Saddam è emblematico. Se l’invasione del 2003 fosse stata una semplice rapina aziendale per il petrolio, si sarebbe trattato del peggior investimento della storia umana: è costata ai contribuenti americani oltre 2.000 miliardi di dollari. Quando il nuovo governo iracheno ha poi aperto le aste per lo sfruttamento dei suoi giacimenti petroliferi, non c’è stato un vero monopolio americano. I contratti più ricchi sono stati vinti da compagnie cinesi (CNPC), russe (Lukoil) ed europee. Inoltre, la gestione dei proventi petroliferi post-invasione fu posta sotto la supervisione del Development Fund for Iraq, un fondo monitorato da un organismo internazionale composto da Onu, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. L’Iraq non è stato un colpo di banca perfettamente riuscito, ma la dimostrazione di come l’arroganza ideologica e l’errata valutazione della geografia politica possano produrre disastri sistemici. Il tutto va inquadrato in un periodo di sostanziale “delirio unipolare” degli Stati Uniti, che si ritrovavano – o perlomeno si consideravano – l’unica superpotenza esistente, a fronte di una Russia ancora alle prese con il trauma post-sovietico e una Cina che non era ancora esplosa (lo avrebbe fatto di lì a poco).
Daniel Yergin, The New Map: Energy, Climate, and the Clash of Nations, 2020
Yves Lacoste, La geografia serve prima di tutto a fare la guerra, 1976
Paule Cochrane, The ‘Pipelineistan’ conspiracy: The war in Syria has never been about gas, 2018
Come si evolverà il rapporto tra guerre e risorse nei prossimi decenni? Possiamo ipotizzare tre scenari:
Il neo-materialismo delle risorse critiche (Scenario distopico). In questo scenario la tesi materialista si avvera e si rafforza in modo spietato. La scarsità d’acqua, il cambiamento climatico e il fabbisogno disperato di litio, cobalto e terre rare per la transizione tecnologica e l’intelligenza artificiale spingono i governi e le opinioni pubbliche a considerare l’accaparramento fisico delle risorse come l’unica garanzia di sopravvivenza. Le guerre tornano a essere apertamente di conquiste territoriali e minerarie.
L’interdipendenza forzata dell’era tech (Scenario globale). L’economia delle catene del valore dell’IA e della tecnologia diventa così complessa e frammentata da rendere la conquista fisica di un giacimento del tutto inutile. Nessun Paese può dominare da solo l’intera filiera (dalla materia prima alla raffinazione, fino alla stampa dei microchip). Di fronte al rischio di un collasso sistemico globale, le potenze sono costrette a gestire le risorse attraverso mercati e accordi di condivisione coatta, rendendo il conflitto militare aperto per una risorsa un suicidio per chiunque.
Il realismo ibrido e la geografia percepita (Scenario verosimile). È la continuazione della realtà attuale. Le risorse economiche ed energetiche continuano a rappresentare la posta in gioco e lo sfondo di ogni tensione geopolitica, ma la scintilla che fa scoppiare i conflitti rimane legata a fattori di sicurezza, confini, orgoglio nazionale e percezione della minaccia. Le risorse non spiegano la guerra da sole, ma determinano chi avrà i mezzi economici e tecnologici per combatterla.
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