Dagli anni Novanta, gli osservatori più acuti notavano come lo spazio sarebbe diventato il discrimine del potere nel XXI secolo – esattamente come il dominio dei mari aveva definito l’egemonia britannica nel XIX secolo e il dominio dell’aria aveva strutturato la supremazia americana in quello successivo. L’intuizione era corretta, ma la velocità con cui si è materializzata ha superato ogni previsione. Se nel 2019 la NATO ha definito lo spazio un dominio di combattimento, oggi questo è già un dominio di guerra attivo. La Russia, che ai tempi dell’URSS lanciò la corsa allo spazio con il satellite Sputnik (1957), oggi sta bloccando i ricevitori GPS in tutta l’Europa orientale, la Cina ha contemplato apertamente la distruzione dei satelliti Starlink, e i satelliti militari americani subiscono quotidianamente minacce e interferenze. La guerra nello spazio non è fantascienza: è il presente. E dallo spazio dipendono i nostri movimenti (GPS), le nostre comunicazioni – specie quelle militari – l’economia, la meteorologia e la raccolta di informazioni tramite satelliti di osservazione.
Elon Reeve Musk nacque a Pretoria nel 1971, figlio di un ingegnere e di una modella canadese. Crebbe con una copia dell’Enciclopedia Britannica e un precoce interesse per i computer. Lasciò il Sudafrica a diciassette anni, studiò in Canada prima e negli Stati Uniti poi, dove abbandonò un dottorato a Stanford per fondare la sua prima startup: Zip2, poi X.com, poi PayPal. Nel 2002, quando eBay acquistò PayPal per $1,5 miliardi, Musk incassò $180 milioni. Li investì in tre aziende contemporaneamente: Tesla, SolarCity e SpaceX. SpaceX fu fondata con un obiettivo che sembrava stravagante persino a San Francisco: rendere l’umanità una specie multiplanetaria riducendo il costo di accesso allo spazio di due ordini di grandezza. Nessuno ci credeva. I primi tre lanci di Falcon 1 fallirono. Nel settembre 2008, con i fondi quasi esauriti, il quarto tentativo riuscì – il primo razzo privato a raggiungere l’orbita nella storia. Musk licenziò il team originale di Starlink perché troppo ancorato ai paradigmi tradizionali. Il resto è storia. Quasi vent’anni dopo, SpaceX è l’attore numero uno per numero di lanci al mondo. La rivoluzione non era solo tecnica. Era concettuale. Prima di SpaceX, il costo per portare un chilo in orbita era circa $20.000. Falcon 9 lo ha portato a 2.700 dollari. Il passo successivo, con Starship, è arrivare a meno di 100 dollari. Meno costo, maggiore domanda, le economie di scala fanno il resto: la Legge di Moore dei semiconduttori applicata allo spazio. La vera trasformazione è che lo spazio è passato da monopolio statale a mercato competitivo – e questo ha cambiato non solo l’economia dei lanci, ma la strategia militare di ogni potenza che vuole contare nel XXI secolo.
Per capire perché l’orbita è diventata un campo di battaglia, bisogna partire da tre principi fisici fondamentali che strutturano la guerra spaziale.
Il primo è che l’upmass è tutto — e vale la pena spiegare cosa significa. Per portare un chilo in orbita a 400 km di quota servono circa 9,4 km al secondo di variazione di velocità, energia che si traduce in tonnellate di propellente per ogni chilogrammo di payload. Questo costo fisico ha storicamente limitato l’accesso allo spazio a pochi stati con budget enormi. SpaceX ha rotto questo vincolo economico: a $20.000, solo le superpotenze potevano permettersi costellazioni di satelliti militari; a 2.700 dollari, e un giorno forse a meno di 100 dollari, chiunque con sufficiente scala industriale può farlo. Il risultato è che chi lancia di più – chi può portare più massa in orbita con cadenza regolare – può rimpiazzare i satelliti danneggiati o distrutti, mantenere costellazioni resilienti e saturare le orbite più preziose prima degli avversari. Il gap di lancio è il gap di potere. Ed è per questo che le infrastrutture di lancio stanno diventando obiettivi militari strategici: distruggerle significa tagliare la capacità avversaria di rinnovare la propria presenza orbitale.
Il secondo principio è che le orbite sono prevedibili e i satelliti sono fragili. Un satellite percorre traiettorie calcolabili con precisione, non può manovrare frequentemente senza esaurire il propellente, non può essere riparato in orbita e non può sopravvivere a impatti diretti di alcun tipo. Sono, come li ha descritti un ex vicepresidente del Joint Chiefs americano, “bersagli grossi, grassi e succosi”. Questa fragilità strutturale rende attraente colpire i satelliti avversari – e rende quindi le mega costellazioni, con centinaia di unità sostituibili invece di pochi satelliti altamente sofisticati, la risposta strategica più efficace.
Il terzo principio è che lo spazio è fisicamente enorme ma operativamente piccolo. Non ci sono molti posti unici nell’orbita attorno alla Terra: la Low Earth Orbit (LEO, 200-2.000 km) ospita comunicazioni e ISR tattica; la Geostationary Orbit (GEO, 36.000 km) garantisce sorveglianza persistente su aree fisse; i punti di Lagrange sono ancoraggio naturale per operazioni lunari e deep space. Queste posizioni privilegiate sono limitate, e un attore sufficientemente motivato può agire rapidamente per occuparne una quota significativa, creando un vantaggio che si autorinforza: più massa in orbita significa più capacità di interferire, sorvegliare e dissuadere.
La guerra spaziale è già in corso in forme non cinetiche. La Russia ha testato un missile antisatellite nel 2021, hackerato un satellite commerciale nel 2022, bloccato il GPS per tutta la durata del conflitto ucraino, seguito un satellite dell’intelligence americana con una potenziale arma controspaziale nel 2024 e sta intimidendo satelliti di imaging commerciale. La Cina ha trascinato un satellite morto fuori dall’orbita geostazionaria nel 2022, praticato manovre di combattimento dinamico in prossimità di satelliti altrui nel 2024 e dispiegato un satellite di guerra elettronica in orbita nel 2025. Lo spazio è passato da ruolo di supporto a campo di battaglia in prima linea, con satelliti presi di mira nelle aperture di conflitto prima ancora che i carri armati si muovano.
Il punto di partenza è geopolitico, e va ricondotto a una logica di lungo periodo. Lo spazio sta replicando esattamente la logica del dominio dei mari e dei cieli: una piattaforma strategica attraverso cui allargare la propria sfera di influenza e impedire agli avversari di entrarvi. Come scriveva Colin Gray – uno dei più lucidi teorici della strategia del XX secolo – “strategy is eternal”: i principi cambiano dominio, non natura. Chi controlla la piattaforma controlla l’informazione; chi controlla l’informazione controlla la battaglia; chi controlla la battaglia orienta la pace e la guerra.
La guerra in Ucraina ha reso concreto quello che era teorico. Starlink ha fornito comunicazioni tattiche al livello di plotone, le immagini satellitari commerciali in tempo reale hanno guidato l’artiglieria, e il blocco GPS russo ha ridotto l’efficacia dei missili di precisione ucraini a medio-lungo raggio. L’interruzione temporanea del servizio Starlink su alcune zone del fronte – una decisione unilaterale di Musk – ha immediatamente paralizzato le operazioni. È la vulnerabilità strutturale del fatto che la più importante infrastruttura spaziale militare occidentale appartiene a un privato che non risponde a nessun governo.
La risposta globale è una corsa agli armamenti spaziali. La Cina sta costruendo un arsenale controspaziale che include laser terrestri, satelliti con bracci meccanici per sabotare altri satelliti, sistemi di jamming e spoofing GPS integrati nelle operazioni terrestri, e punta a una missione lunare con equipaggio entro il 2030. La Russia, pur in declino relativo dopo la rottura con ESA nel 2022 e il fallimento della missione Luna-25 nel 2023, mantiene capacità anti-satellitari e di guerra elettronica significative, e collabora con la Cina sulla stazione lunare internazionale per compensare l’isolamento tecnologico. I Paesi arabi accelerano: gli Emirati hanno già una missione Mars orbitante e un rover lunare, l’Arabia Saudita ha istituito la Saudi Space Agency nel 2018 con l’obiettivo di entrare tra i primi dieci paesi spaziali entro il 2030. In Europa la risposta è arrivata tardi ma con crescente intensità. Nel novembre 2025, ESA ha approvato per la prima volta un mandato per la difesa spaziale – un cambiamento storico per un’agenzia che per 50 anni si era definita esclusivamente civile – con €1,35 miliardi per la European Resilience from Space. La Germania ha impegnato €35 miliardi in asset spaziali entro il 2030, la Francia ha portato il budget per la difesa spaziale a €10,2 miliardi, e i Paesi europei investiranno complessivamente almeno 95 miliardi di euro in capacità spaziali entro il 2030.
Christian Keil e Alex Oliver, “How to Win a Space War,” Andreessen Horowitz (22 giugno 2026)
Andrea Gilli, “La superpotenza spaziale,” Epistemes (24 ottobre 2006)
Giovanni Cabroni e Andrea Gilli, “Per aspera ad astra: Undersea Cables, Satellites for Telecommunications and European Strategic Autonomy,” Policy Brief n. 52 (Milano: IEP@Bocconi, gennaio 2026)
Aaron Bateman, Weapons in Space: Technology, Politics, and the Rise and Fall of the Strategic Defense Initiative (Cambridge, MA: MIT Press, 2024)
IISS, Space Capabilities to Support Military Operations in the European Theatre (London: IISS, 2025)
Clayton Swope, Kari A. Bingen et al., Space Threat Assessment 2025 (Washington DC: CSIS, 2025)
La competizione spaziale ha tre traiettorie possibili, e a differenza di molti altri domini le scelte fatte nei prossimi tre-cinque anni saranno difficilmente reversibili – perché le orbite migliori, una volta occupate, rimangono occupate.
Scenario di deterrenza: gli Usa mantengono il vantaggio nell’upmass grazie a SpaceX, ma lo condividono con gli alleati attraverso architetture spaziali commerciali-militari integrate. L’Europa costruisce la propria costellazione ISR e completa IRIS2. La Cina raggiunge la Luna entro il 2030 ma non riesce a tradurre il vantaggio quantitativo in qualitativo. La guerra spaziale rimane non cinetica – interferenze, jamming, manovre di prossimità – perché nessuno vuole correre il rischio che i detriti che ne risulterebbero possano rendere intere orbite inaccessibili per generazioni. La deterrenza regge, anche se a un livello di tensione permanente molto più alto rispetto al passato;
Scenario di frammentazione orbitale: la competizione spaziale si biforca in due sistemi incompatibili – quello americano-occidentale e quello sino-russo – con standard tecnici, frequenze e protocolli diversi. Le orbite commercialmente più preziose vengono occupate da costellazioni rivali che si ostacolano reciprocamente. L’Europa, ancora dipendente dagli Usa per le capacità ISR più avanzate, si trova a dover scegliere tra sistemi incompatibili – o a costruire i propri in ritardo e a costi enormi. La dipendenza da Starlink si rivela una vulnerabilità strutturale quando Musk, di fronte a pressioni politiche o economiche, altera unilateralmente il servizio su aree operative critiche;
Scenario di conflitto cinetico: un incidente – la distruzione di un satellite in un’orbita affollata, un test ASAT che genera detriti, un attacco a infrastrutture di lancio – scatena una risposta militare che porta all’uso di armi cinetiche in orbita. I detriti rendono inaccessibili determinate orbite, degradando o interrompendo le comunicazioni militari e civili che ne dipendono. È lo scenario che tutti vogliono evitare, ma per cui nessuno ha ancora costruito un regime di controllo degli armamenti credibile – l’equivalente spaziale del Trattato di non proliferazione nucleare non esiste, e le trattative per costruirlo non sono mai decollate seriamente.
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