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Wake up Bruno! - di Daniele Erler · Nov 10, 2024

TikTok vuole convincermi a votare Trump

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Daniele Erler · Wake up Bruno! - di Daniele Erler

Cari amici dell’orso Bruno,

Per settimane ho cercato di capire in anticipo come sarebbero andate le elezioni negli Stati Uniti e a un certo punto mi sono convinto che fossero semplicemente imprevedibili. In Pennsylvania la media dei sondaggi davano in vantaggio Trump di zero-virgola-qualcosa, fino agli ultimi giorni, quando Kamala Harris sembrava avesse recuperato (e fosse persino passata in vantaggio). C’era chi sosteneva che potesse vincere persino in Iowa, pensate un po’… Il famigerato Iowa! (Un posto dove la «popolazione suina supera di oltre sette volte quella umana», come ha scritto Mattia Ferraresi su Domani).

Nei giorni scorsi ho rimandato qualche appuntamento rispondendo così: «Scusa ma mi tengo libero. Sai, bisogna vedere come vanno le elezioni americane». Nel senso che credevo che potessero essere così combattute da richiedere conteggi e riconteggi, e mi immaginavo lì fermo a presidiare la fortezza del divano, guardando la Cbs sotto a una copertina rossa e sorseggiando una tisana… per giorni, giorni e giorni! Per poi fare la fine di Jack Nicholson in Shining.

Allo stesso tempo, mi stavo convincendo che alla fine Trump avrebbe comunque vinto. Più di mille analisi, mi era sembrato condivisibile quello che mi aveva detto un italiano, professore universitario, che vive negli Stati Uniti: «Il fatto che nei sondaggi le elezioni siano così in bilico significa che alla fine vincerà Trump», mi ha detto. «Ci sono persone che si vergognano a dire che lo voterà, ma poi lo fanno».

Tanto il voto è segreto, no? Non ci sono compagni di college a cui rendere conto, né amici a cui dover ammettere l’inammissibile. Nella cabina elettorale possiamo sfogare le nostre perversioni più segrete!

È un’idea abbastanza convincente per un italiano. Nel 1953, alle prime vere elezioni dopo quelle del 1946, la campagna elettorale si faceva anche con gli slogan di Giovannino Guareschi: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.

Quarant’anni dopo, alla fine della Prima Repubblica, Silvio Berlusconi riuscì a ribaltare quello stesso slogan, anche se in maniera implicita: “Nel segreto della cabina elettorale non ti vede proprio nessuno, quindi vota chi cazzo ti pare. Cioè me”. Ai tempi se ne parlava come una sorta di ipnosi collettiva, quasi che l’inconscio, pilotato dalle televisioni, prendesse il controllo della mano al momento di fare la “X”.

Ovviamente tutto questo può essere una giustificazione per le sotto-stime dei sondaggi: come il consenso per Berlusconi era sottovalutato, così lo è ora quello per Trump. È convincente, ma non spiega un bel nulla.

Perché poi la gran parte degli elettori di Trump non si vergogna affatto. Anzi, il consenso per Trump è esibito con orgoglio, con i cappellini rossi e la scritta “Maga”: Make America Great Again; le bandiere sventolate e una sorta di mondo mediatico parallelo fatto per raccontare “storie alternative”, in un universo a cui – fieri del nostro snobismo – non abbiamo accesso.

Il punto insomma non è la sorpresa per questo nuovo uragano che ha travolto l’America, ma l’incapacità cronica di non capirlo e prevederlo. Che ci riporta ancora a brancolare nel buio delle nostre incomprensioni. Credere alla democrazia come se fosse una sorta di ontologia sociale — una realtà intrinseca e immutabile del nostro mondo, destinata a sopravvivere in ogni circostanza.

Vediamo i nostri valori come se fossero delle strutture della realtà, che si imporranno come se noi fossimo gli eroi di una fiaba e il nostro vicino poco istruito un orco; e tutta questa storia delle elezioni fosse semplicemente una tappa del nostro viaggio verso il lieto fine, con noi vincitori e loro sconfitti. E poi saremmo noi i democratici?

Ci siamo solo costruiti una bolla fatta di cemento armato, dove rinchiuderci per stare al sicuro. E in questa bolla Kamala Harris non ha solo vinto, ha trionfato.

Peccato che poi lì fuori ci sia un’altra bolla, altrettanto solida e, guarda un po’, persino più grande. E nel nostro sistema è la maggioranza che vince, solo che quando la maggioranza che vince non ci piace accade un fenomeno che a Roma descrivono con queste parole: «Ci rode il culo».

Ebbene, per entrare nella bolla-diversa-dalla-nostra ci sono due modi: si può viaggiare negli Stati Uniti, evitando circoli e università, ma parlando con le persone. Aspetto sicuramente interessante, ma non alla portata di tutti. Oppure si può accendere TikTok, ingannare un poco l’algoritmo fingendosi trumpiani, e avere così accesso a quel mondo che non ci piace vedere.

Studiare come funziona, perché ha presa, quali sono le parole d’ordine e se c’è qualcosa che ha in fondo senso, oltre l’ignoranza e l’incomprensione. È solo così che si può costruire l’alternativa, accettando che esistano idee diverse e persino sbagliate (dal nostro punto di vista), ma che si possono decostruire solo dandogli dignità di esistere.

Ecco, piccolo spoiler: non è facile e, per inciso, io non ne sono sempre capace. Io sono strapieno di paraocchi che cerco ogni giorno di togliere, ma poi in realtà indosso continuamente, anche se dico il contrario. Forse è anche per questo che non ho mai pensato di fare il presidente degli Stati Uniti; al massimo posso candidarmi alle elezioni del mio paese, senza la pretesa di l’essere eletto.

Per tutta l’estate i media di tutto il mondo, soprattutto quelli di orientamento progressista, hanno raccontato con grande entusiasmo l’estate Brat di Kamala Harris. Per inciso, l’ho fatto anch’io, cadendo in alcuni degli stessi errori di altri colleghi. “Brat” è un neologismo talmente inspiegabile che bisogna usare mille parafrasi per renderlo digeribile (e già questo è un problema).

Letteralmente, è un termine che indica un modo un po’ ribelle e sfrontato di vivere la vita. Può avere un’accezione negativa – indicando per esempio un’indole un po’ troppo capricciosa e viziata – ma anche un’accezione più positiva, indicando un modo ironico e giocoso di vivere la ribellione, ribaltando determinati stilemi sociali che si sono imposti nel passato.

Nasce tutto dal contesto del pop americano, anche se Charli XCX – la cantante che ha in qualche modo dato un senso politico al termine – è in realtà britannica.

Dopo che l’anziano Joe Biden ha lasciato spazio alla “giovane” Kamala Harris, lei si è costruita questa immagine di candidata “Brat”, giovane e fiera del suo mondo ironico di ribellarsi a ciò che Trump rappresentava; con una sfrontata autoironia, così esibita da sembrare artificiale.

Così, sono nati meme su Internet o piccoli spezzoni rilanciati su TikTok. I giornali se ne sono accorti e hanno fatto da megafono a questa idea: Kamala Harris era davvero il nuovo che stava avanzando, ed era stata capace di intercettare una generazione di americani che l’avrebbero portata alla vittoria.

In effetti, i sondaggi hanno seguito per qualche tempo qualche trend, frenando poi quando l’estate è finita e si entrati nel vivo della campagna elettorale. La sensazione che Kamala Harris lasciava – soprattutto a chi la incontrava su TikTok – era di un’inconsistenza esibita, che aveva senso di esistere solo nella contrapposizione con le follie dell’altro candidato.

In altre parole, l’estate Brat le si è rivoltata contro.

È un po’ triste immaginare che i social abbiano questo peso nell’orientare il voto, molto più di quanto possa fare l’informazione, gli approfondimenti o le pubblicazioni scientifiche. Ma la vita è anche fatta di aspetti tristi, forse vent’anni dopo la nascita di Facebook dovremmo accettarlo?

Così, per qualche strano motivo, nei giorni scorsi è successo qualcosa di strano all’algoritmo del mio TikTok. All’improvviso, si è convinto che io fossi un elettore americano e un sostenitore di Trump. Ha iniziato a condividermi video fortemente orientati, in cui semplicemente il futuro presidente veniva presentato come la soluzione a tre macroproblemi: la crisi economica; il senso di insicurezza e il declino dell’America.

Ho provato a immergermi in questo mondo per qualche ora e ne sono uscito parecchio rintronato, ma anche con le idee più chiare del perché Trump abbia vinto. Anzi, mi sono sentito profondamente scemo per aver immaginato che potesse andare diversamente.

I video che ho seguito con più interesse sono quelli di Charlie Kirk, una sorta di influencer trumpiano. Ancora nel 2012, è stato fra i fondatori di Turning Point Usa, un’organizzazione che si rivolge agli studenti per promuovere princìpi di libero mercato, con un forte ideale nella ricchezza, nel rispetto della tradizione religiosa (spesso pure nei suoi aspetti più estremi) e con la volontà di ridare una presunta dignità perduta all’America.

Kirk è anche autore di un podcast molto seguito. Ma soprattutto, nei mesi scorsi, si è inventato un format: una sorta di microfono aperto, nei giardini dei college americani, in cui chiunque gli si può contrapporre. Così, con un gioco molto furbo fatto con il montaggio dei video, sembra semplicemente che le sue tesi siano più convincenti.

Io non so quanti voti abbia spostato Charlie Kirk e gli altri come lui. Il fatto è che questo mondo mediatico parallelo – per chi si occupa di comunicazione – dovrebbe sembrare interessante, prima che inquietante. È il modo nuovo con cui i ragazzi si formano le opinioni, con un linguaggio contemporaneo e format davvero innovativi; e sì, è anche il mondo dove nascono i radicalismi, anche se sono edulcorati dalle sfumature dell’intrattenimento.

Negli Stati Uniti ci sono quattro anni a disposizione per costruire un’alternativa credibile; improvvisare in tutta fretta un’estate Brat, evidentemente, non è bastato.

Per questo episodio è tutto,

l’orso Bruno torna presto,

Daniele

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