Cari amici dell’orso Bruno,
Un tempo la messa di Natale si faceva alle undici, così poi si usciva dalla chiesa che era già mezzanotte. Se si era fortunati nel frattempo nel cielo si erano accalcate le nuvole: i primi fiocchi di neve ti colpivano sempre il naso, per trasformarsi in acqua gelida e scomporsi chimicamente. In un certo senso, era un modo per abituarti al clima lì fuori, perché in chiesa faceva fin troppo caldo, per chi a 12 anni sprofondava in un giaccone pieno di piume.
C’era qualcosa di strano in quelle serate. Il Michele (al nord si usa l’articolo davanti al nome) diceva che da lui Babbo Natale sarebbe arrivato solo la mattina dopo, perché fino al mattino siamo ancora imbrigliati nell’imperfezione della Vigilia. Da casa mia alla sua c’erano pochi metri e mi sembrava incredibile come Babbo Natale si prendesse tanto la briga di fare differenze di orario.
Da me i regali se ne stavano già belli incartati la sera sotto all’albero. Tutto era perfetto nei tempi: dopo la cena della Vigilia, io e i miei fratelli correvamo dalla nonna al terzo piano, a giocare a carte.
I miei genitori arrivavano sempre un po’ più tardi, chissà perché erano così lenti a prepararsi, proprio alla vigilia di Natale. Passavamo qualche tempo insieme e poi, a un certo punto, qualcuno diceva: «Andiamo a vedere se è arrivato Babbo Natale». E tornavamo giù, di corsa, a casa nostra.
La nonna stava al terzo piano e noi eravamo al primo. Eppure quei pochi secondi passati sulle scale credo siano stati la quintessenza della mia infanzia. Mi immagino che nell’aria ci fosse così tanta magia che avrei potuto levarmi da terra, prendere il volo come faceva Peter Pan e osservare tutti dall’alto.
«E se non è ancora arrivato?», dicevo ai miei fratelli, con un briciolo di paura. «Oh... ti immagini se arriviamo ed è ancora lì, che armeggia con i regali?».
«No non è possibile», mi rispondeva qualcuno. «Babbo Natale è magico, non si può vedere».
Era solo una delle tante bugie di quella serata. La verità era che non esisteva un vecchio con la barba e vestito di rosso; ma la magia c’era ed eravamo noi, era quel senso d’attesa, quella emozione che aveva preso vita e ci rendeva pienamente vivi, al culmine delle nostre possibilità… quando ancora non sapevamo nulla, ma questo ci rendeva infinitamente potenti.
Pensandoci oggi, tutto concorreva per non rendere quella cosa credibile. I miei genitori insistevano perché ce ne andassimo dalla nonna, e ci raggiungevano dopo un quarto d’ora: il tempo che serviva per portare i regali dalla cantina al soggiorno di casa. Possibile che questo non ci facesse sospettare?
E poi c’erano cose ancora più strane: quell’inverno nel mio paese c’era stata un’invasione di babbi Natale. Davvero, ne erano arrivati a decine, facevano i giri dei negozi, e consegnavano mandarini e noccioline americane ai bambini. Uno di loro parlava esattamente come mio zio e aveva anche i suoi occhi: che strana coincidenza.
Così il Manuel in quei giorni, nel piazzale durante la ricreazione, se ne era uscito con una panzana delle sue. Sosteneva che tutta questa cosa del Natale fosse un grande complotto. Non esisteva nessun villaggio al polo Nord, non c’erano renne che solcavano i cieli, e le nostre letterine non erano altro che carta straccia, che era buona solo per accendere il fuoco nella notte della Vigilia.
E tutti quei regali? Ebbene, diceva che esisteva una sorta di grande lobby degli adulti. Come dei massoni qualsiasi, tutti i genitori del Mondo si erano messi d’accordo per ingannarci.
Certo che ne sparava di cazzate, il Manuel. E poi cos’altro dovevamo credere? Che le nuvole fossero solo scie chimiche? Che nei vaccini mettessero i microchip? Che il 5g intercettasse i nostri pensieri?
Sono passati 25 anni ed è la notte di Natale. Ora la messa la fanno alle dieci di sera, per accontentare il pubblico. Non nevica più, perché c’è il cambiamento climatico.
Nel mio paese però sopravvive una tradizione: dopo la messa, ci si trova nella piazzetta davanti alla biblioteca. Gli alpini offrono il brûlé bollente e il pandoro ghiacciato. Non serve darsi appuntamento: ci troviamo sempre lì e scattiamo sempre lo stesso selfie; e tutti gli anni mi rifiuto di fare gli auguri prima che sia mezzanotte, come se ne andasse della riuscita del Natale.
Poi ci spostiamo nella sede dell’associazione giovani, perché pensiamo di non essere ancora adatti per il circolo degli anziani. E mentre si avvicina l’una di notte, qualcuno armeggia col ghiaccio, la tonica e il gin, perché è Natale e bisogna berci su.
«Ok, solo un bicchiere, poi io mi sa che andrò a dormire», penso. E forse lo dico anche.
Ora sto camminando da solo verso casa. Ed è vero che non c’è più la neve, ma stanotte fa così freddo che sembra che il vento sia fatto di ghiaccio.
Mi infilo gli auricolari nelle orecchie e alzo il volume al massimo. Parte una canzone di Lola Young:
«'Cause I'm too messy / And then I'm too fucking clean / You told me, "Get a job" / Then you ask where the hell I've been / And I'm too perfect / 'Til I open my big mouth / I want to be me, is that not allowed?»
E non so se è la musica, se è il gin che inizia a circolare e a mescolarsi con il brûlé, o se è semplicemente il senso di questa notte… ma mentre cammino lungo la strada e do un calcio a un sasso, mi sembra all’improvviso di crederci ancora.
Di credere che quando arriverò a casa ci sarà un mucchio di regali… oh dio, mi tocca rallentare, non vorrei rischiare di arrivare troppo presto, di trovarmi Babbo Natale che mi sta piazzando una bottiglia di Jack Daniel’s sotto all’albero. E mi fermo davvero, alla luce riflessa di una vecchia luminaria.
Prendo il cellulare, e mi metto a scrivere:
«Ciaooo! Io sto tornando a casa ora, immagino tu stia dormendo.. però volevo comunque farti gli auguri di buon Natale!!». Invio.
Sono così stanco che non mi va più di camminare. E allora inizio a volare, come fa Peter Pan.
Per questo episodio è tutto,
Bruno torna presto,
Daniele
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