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Il Substack di pollywantsacracker · Apr 22, 2026

Capirsi: perché e come

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pollywantsacracker · Il Substack di pollywantsacracker

La comunicazione è sempre stata uno dei miei fil rouge: non perché mi piaccia, ma perché non sempre mi viene naturale anche se ne ho sempre avuto un bisogno disperato. Ho sempre vissuto in famiglie complicate e sono stata la bambina calma e silenziosa che non dava mai fastidio; tuttavia, siccome pensavo, eccome se pensavo, e capivo, eccome se capivo, ho sempre dovuto trovare un modo per non restare inerme, in balia del contesto. Neanche da piccola permettevo che si prendessero decisioni al posto mio (che mutismo e musi lunghi inscenavo quando dovevamo comprare il grembiule di scuola o le scarpe nuove e dovevo adattarmi alle mode correnti o ai gusti di mia madre), e quindi toccava comunicare. Almeno un po’.

L’ho fatto scrivendo un po’, tacendo troppo, parlando quanto basta.

Ho scritto per lavoro, ho scritto per vedermi prima ancora che per farmi vedere, ho scritto per lanciare una boa; ho approfondito il tema della comunicazione non violenta; e non è un caso se di lavoro faccio il marketing, attività che nelle medie aziende in genere ingloba o comunque guida la comunicazione pubblicitaria.

Non è un caso se alle medie ho scelto con convinzione l’allora rara classe bilingue (nel senso che c’erano due lingue straniere, inglese e francese), alle superiori ho scelto con convinzione il liceo linguistico, e all’università ho scelto con convinzione la classe in Culture e diritti umani.

Come se stessi sempre cercando lo stesso strumento, in contesti diversi: un modo per essere lì, a cercare di far convivere le mie regole, la mia lingua, la mia storia, e i micro-cosmi altrui.

Negli ultimi mesi il mio lavoro ha preso una piega imprevista e devo dire che l’ho apprezzato: un po’ perché le nuove mansioni implicano una buona dose di fiducia in me, un po’ perché faccio qualcosa di nuovo, e solo dio sa quanto io non ami annoiarmi (non è vero, magari è bello, un giorno vorrei provare). Per farla breve, lavoro anche con i team che sviluppano prodotti digitali: mi viene assegnata la supervisione di un progetto anche di breve durata e lavoro con i designer, i frontendisti e i backendisti.

Nonostante io abbia sempre dialogato con i tecnici, ora ci devo dialogare di più, e possibilmente con il loro linguaggio. Ovviamente non esiste un corso che ti faccia comunicare bene in poche semplici regole, perché comunicare è un processo che spesso ci viene automatico, che non controlliamo del tutto (pensiamo alla comunicazione con i nostri genitori, che probabilmente non abbiamo mai davvero messo in discussione) e che non facciamo da soli: come vi ho già scritto in passato, la stessa comunicazione non violenta si PRATICA anche per anni, e la teoria da sola non basta, tantomeno i corsi aziendali in tre lezioni.

Però una volta mia madre, che faceva la volontaria in un centro per persone con disturbi psichiatrici, ha fatto un corso di comunicazione e dopo una sola lezione si è accorta che mi stava parlando sopra, e se lo è detta da sola (salvo poi non farci più caso). Già, nessuna comunicazione funziona senza ascolto profondo.

Comunque farsi delle domande è l’ inizio di qualcosa.

Ieri, per esempio, ho fatto un salto a una conferenza. Non era relativa al mio settore, volevo solo fare un saluto agli organizzatori. Mi sono iscritta a un workshop sulle Life Skill, e mi sono ritrovata con una ottima speaker e, manco a farlo apposta, un pubblico composto al 99% da ingegneri maschi.

Siamo stati invitati a disegnare su dei post-it le istruzioni per produrre un toast. Io sono una che guarda sempre al contesto generale, ai macro-elementi di un progetto: budget, obiettivi, criticità, possibile costo per risultato; al contrario sento di perdere il controllo quando mi si chiede di occuparmi di tecnicismi senza un collegamento diretto col “perché lo stiamo facendo, cosa mi torna in tasca e in che tempi”.

Le mie istruzioni per il toast erano pochissime: procurarsi gli ingredienti, assemblarli e mettere il tutto nel tostapane. Obiettivo: mangiare un boccone con il minor sbattimento possibile.

Immaginate il mio stupore, quando guardandomi attorno ho visto gli altri partecipanti (ripeto: tutti manager, ingegneri e capi-progetto tecnici) riempire decine di post-it che partivano dalla semina del grano per il panino (giuro). Mi sono chiesta se stavo sbagliando io, e mi sono risposta che no, semplicemente ragioniamo in maniera diversa.

E i colleghi dei team di sviluppo (ma anche L., il mio compagno, laureato in statistica e consulente informatico per lavoro) dove mi inserisco quotidianamente, ragionano più come quegli ingegneri che come me. Io infatti quando lavoro a una nuova feature, ho solo in mente lo scopo, che peraltro è sempre lo stesso: l’aumento delle vendite o del margine. Ma per loro “dobbiamo vendere” non è un’istruzione. Non lo è per nessuno, credo.

Alla fine il gioco in cui mi cimento da tutta la vita è quello: provare, oltre che ad ascoltare, a comunicare, a non lasciare perdere, a non chiudermi, accettando di mettermi in discussione e di espormi un po’.

Che se non avessi nulla da imparare, alzarmi la mattina sarebbe una vera palla.

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