Tiriamolo fuori dal cassetto, spieghiamo il velo nero di pizzo, riponiamolo graziosamente sulla testa come in una pubblicità di Dolce Gabbana: è arrivato il momento di assistere alla morte definitiva della body positive.
Abbiamo scherzato, cara Connie Sobczak. L’idea era buona, ci abbiamo creduto tutte e tutti, ma no: il vento che soffia da ovest è particolarmente denso di particelle nocive di grossofobia. O peggio — qualsiasi sia la rosa dei venti da disegnare, possiamo percepire solo body shaming, diet culture e lookism.
Ce l’aveva quasi fatta Anne Poirier. Nel 2016, mentre preparava una lezione sull’immagine corporea, trovava su una vecchia presentazione due parole che non aveva coniato lei e che nessuno aveva ancora preso sul serio: body neutrality. Ne fa un corso in quattro parti, poi un libro, The Body Joyful. L’obiezione che muove alla body positivity è semplice e lapalissiana: per alcune persone il salto dall’insoddisfazione all’amore del proprio corpo è troppo lungo, non ce la fanno, e allora smettiamo di chiederglielo. La body neutrality privilegia la funzione del corpo e ciò che sa fare, invece del suo aspetto — non serve né amarlo né odiarlo. Poirier la descrive come un luogo di sosta tra odio e amore corporeo.
Un luogo di sosta. Tenetevelo da parte, questo dettaglio: torna alla fine, e cambia tutto.
Perché intanto la situazione ci è decisamente sfuggita di mano, e le critiche delle ultime settimane a due cantanti del podio italiano lo sanciscono.
Due donne, due direzioni, la stessa macchina
Da una parte Arisa, che si mostra molto più magra rispetto all’immagine di febbraio sul palco sanremese. Foto in lingerie su Instagram, e sotto: “ti preferivo prima”, “inguardabile”, “anoressia pura, non è un bel messaggio”. E la solita illazione sull’Ozempic — che lei aveva già smentito pubblicamente. Il 9 luglio la coda: al Festival di Villa Arconati sale sul palco in lingerie bianca e corsetto nero, e i media guardano il look prima del microfono. Bla,bla,bla… ne avevo parlato su Di magrezza e di Sanremo
Dall’altra Emma Marrone, martoriata da anni per il suo corpo. La stessa Emma che a Vanity Fair ha raccontato i cambiamenti fisici vissuti dopo la malattia e l’ovariectomia. Cioè: una donna con una storia clinica vera, costretta a esibire la ricevuta del proprio corpo a un’estranea su X.
Un’utente commenta: “Mettersi a dieta no?”. Emma: “Sì Anna, mandami la tua! Intanto corro verso la vastità che me ne frega dell’ossessione che hai per il mio corpo”. Quando l’altra replica che era un’osservazione innocente, chiude con la frase migliore di tutta la vicenda:
non c’è niente di innocente nel criticare la gente sui social.
Sotto il post di Arisa, intanto, il commento che spicca non è un insulto. È una domanda: “Quando smetterete di commentare il fisico delle donne?”.
Questa è the question. Ma non penso che troverà mai una data nell’agenda occupata dalle note dei chili persi come nel Diario di Bridget Jones.
Fat Liberation Manifesto
Lo dicevo e lo ribadisco: quando si tratta di perdere peso, la restrizione calorica non è un meccanismo sostenibile sul lungo termine. Lo dimostrano studi scientifici ripetuti e lo rispiego qui come lo enuncio ai miei pazienti: “Le chiedo di evitare di pensare a un elefante rosa- inevitabilmente, la prima cosa a cui pensa, sarà un elefante rosa”. Dunque, non si riesce a privarsi deliberatamente (eccetto patologia) del cibo senza prima o poi perdere controllo con conseguente ripresa dei chili persi con interessi di una banca delle Caymann.
Questa — e non “il corpo è bello” — è la base del manifesto. Nel 1973 Judy Freespirit e Aldebaran scrivono il Fat Liberation Manifesto e compiono la mossa che tutti citano e quasi nessuno capisce: spostano l’asse da dobbiamo cambiare noi stessi a dobbiamo cambiare la società. Ma quella mossa poggiava su un numero. La base scientifica dell’argomento era Fat Power di Llewellyn Louderback, 1970: secondo quel libro la restrizione calorica funzionava sul lungo termine in meno dell’uno per cento dei casi.
Il punto è che la rivendicazione morale era appoggiata a una premessa fattuale. Non è giusto chiedertelo stava in piedi perché non è possibile farlo. La trasformazione richiesta per entrare nei canoni e nei parametri elitari della diet culture non era un fallimento personale: era crudeltà.
Chiamiamolo con il suo nome. Quello era l’alibi.E lo dico nel senso letterale, quello dei tribunali — non una scusa, ma la prova di essere stati altrove. L'imputata non chiedeva perdono: dimostrava di non poter essere l'autrice.
Ora il gioco è cambiato, ulteriormente
Ora esistono gli analoghi del GLP-1, semaglutide, tirzepatide e tante nuove molecole che entreranno con percentuali di efficacia sempre maggiori nei prossimi anni. Lo studio STEP 1lo conferma : una perdita media del 14,9% a 68 settimane con l’utilizzo del semaglutide, contro il 2,4% del placebo. Certo, con recupero di due terzi del peso a un anno dalla sospensione — questo è chiaro perchè l’obesità e il sovrappeso complicato sono un problema medico e se togli la molecola il peso ritorna. Ma il 15% non è più l’uno per cento di Louderback,è decisamente un altro ordine di grandezza che mescola le carte.
E nel momento esatto in cui l’intervento funziona, non posso diventa non voglio. E non voglio è una scelta. E la scelta riapre la porta che il movimento aveva chiuso a chiave per cinquant’anni.
È lo stesso meccanismo dei denti storti. Prima dell’ortodonzia erano destino. Dopo l’ortodonzia sono diventati un marcatore di classe. Nessuno moralizza ciò che è inevitabile: la moralizzazione è figlia della disponibilità. Il GLP-1 trasforma la taglia corporea da destino in ortodonzia.
Che sia una fallacia è ovvio — dal fatto che una cosa sia possibile non discende che sia dovuta. Ma la morale pubblica non gira sulla logica: gira sull’euristica della disponibilità, la scorciatoia che ci fa assumere la posizione giudicante poichè più semplice e immediata.
Il farmaco non ha cambiato i corpi: ha cambiato la percezione di controllabilità. E dove la controllabilità sale, il biasimo la segue — non è una teoria, è il modello con cui si misura lo stigma dell’obesità da decenni.
E la lama ha due fili. Se la magrezza è acquistabile, smette di significare virtù e comincia a significare acquisto. Chi è magra deve ora dimostrare di aver pagato nella valuta giusta.
Grassa → hai scelto (il farmaco esiste)
Magra → hai comprato (il farmaco esiste)
Nessun corpo è più innocente, in nessuna direzione. Ed è per questo che Arisa ed Emma non sono due casi opposti: sono le due facce della stessa moneta nuova. È faticoso perchè ribadisco, le frecce sono dirette contro persone e non contro l’effige di San Sebastiano.

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