Facciamoci caso, nei prossimi giorni. Anche, e anzi soprattutto durante i pranzi, i cenoni, e i giorni che li precedono: coloro che si prendono cura della tavola, della preparazione delle portate e del servizio agli ospiti sono ancora quasi esclusivamente le donne, o persone socializzate come tali.
Questa divisione netta tra lavoro di produzione e riproduzione affonda le sue radici nell’elaborazione femminista della seconda ondata, che vede per la prima volta un’intersezione tra temi di classe e temi di genere. Questo meccanismo deriva dalla necessità sociale di creare categorie precise e permettere in questo modo una produttività molto più organica. Se, infatti, i ruoli di genere vengono strettamente definiti è possibile da un lato garantire un controllo più capillare da parte del potere e, dall’altro, rendere ogni nucleo familiare un ingranaggio che si adatti perfettamente alla grande macchina del sistema capitalista, macchina in cui nulla può sfuggire o sottrarsi all’ordine precostituito. È dunque in questo contesto che da sempre il carico (anche mentale) del lavoro di cura viene demandato alle donne e alle soggettività femminilizzate.
Secondo l’ILO, l’International Labour Organization, il 74% dei lavori di casa nelle famiglie italiane sono svolti dalle donne. Tradotto in ore, significa che esse si dedicano alle mansioni di cura non retribuita per quasi quattro ore e mezza al giorno, mentre gli uomini soltanto per un’ora e 55 minuti.
Nel 2023, grazie ad uno studio sulle famiglie statunitensi, i ricercatori delle Università di Bath e Melbourne hanno provato inoltre che questa asimmetria genera uno stress che può portare fino al burnout.
Tutto questo si acuisce nel periodo delle feste, quando le donne sono chiamate a rispondere a una serie di aspettative sociali e familiari senza ricevere spesso nulla in cambio. La maggior parte delle volte sono loro a doversi occupare della ricerca e dell’acquisto dei regali, della cura dei figli durante le vacanze, dell’accoglienza degli ospiti, della pianificazione dei momenti in famiglia, della preparazione dei menù delle feste e tanto altro.
Con la narrazione di modelli irraggiungibili da cui le donne si sentono costantemente schiacciate e che raccontano di madri perfette che si dedicano alla famiglia, al lavoro e alla cura di se stesse, le responsabilità del lavoro domestico appaiono come una gabbia da cui le donne spesso non hanno la possibilità di sottrarsi. Per il benessere della famiglia, è ovvio.
Se dunque in generale il periodo del Natale viene visto come un momento di riposo, in cui mettere in pausa la sfera professionale per riavvicinarsi alle persone amate, per le donne spesso questo si traduce in un raddoppiamento del lavoro proprio a causa della vicinanza con la famiglia. Ed è così che dietro alla magia del Natale finisce per nascondersi un picco di lavoro invisibilizzato. Va però specificato che, al contrario, alcune ritengono un sollievo poter sospendere almeno le mansioni professionali in questa fase dell’anno, evento più unico che raro rispetto agli altri mesi in cui la compresenza tra lavoro produttivo e riproduttivo è costante.
“Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato” recita uno slogan nato negli anni Settanta nell’ambito della campagna Wages for Housework, che reclamava il diritto al salario per chi svolge lavoro domestico, attività assolutamente necessaria alla riproduzione sociale e al sostentamento del Paese. Secondo UN Women, l’ente delle Nazioni Unite che si occupa di parità di genere, il lavoro di cura non retribuito non solo vale tra il 10 e il 39 percento del PIL di una nazione, ben più di altri settori regolarmente retribuiti come quello dei trasporti o quello manifatturiero, ma va a compensare in molti casi la mancanza di servizi e di sostegno sociale.
Anche nei rari casi in cui la divisione del lavoro veda una partecipazione attiva da parte di mariti e padri, l’aspetto cognitivo di pianificazione e decisione resta a carico delle mogli o madri, sotto la convinzione che esse siano biologicamente più adatte o predisposte a questo tipo di mansioni.
Come riporta su Psychology Today la filosofa e professoressa di Gender studies Peg O’ Connor “le donne sentono una forte pressione, esercitata dagli altri ma anche da loro stesse, di rendere ‘magiche’ le feste [...], sperimentano richieste multiple e contrastanti e non sempre riescono ad assolvere a tutte. Il tempo sembra non essere mai abbastanza. Nulla fa rima con stress più che le festività”.
Dall’altra parte, non si può dimenticare che spesso la casa rappresenta una prigione per le donne che si trovano in relazioni abusanti, e che il periodo delle feste costringe a un periodo di vicinanza forzata con mariti o fidanzati violenti.
Insomma, sotto la patina della tradizione (e di una buona dose di stereotipi di genere), si nascondono in realtà una frustrazione e una fatica che spesso rendono le feste un vero e proprio incubo per le donne. Sarebbe bello che mariti, compagni e uomini in generale prendessero coscienza di questa asimmetria e si responsabilizzassero, senza che siano le donne a dover chiedere “aiuto”, concetto già di per sé problematico e gesto che, molto spesso, mette le donne in situazioni di imbarazzo e difficoltà a causa dei meccanismi patriarcali interiorizzati. L’unico modo, questo, per rendere il periodo delle feste realmente magico e speciale per tutti ma, soprattutto, per tutte.
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