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VaGina [inactive] · Sep 25, 2025

Issue #09

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VaGina [inactive] · VaGina [inactive]

Ogni anno ha due inizi.

Il primo siamo abituatɜ a vederlo a gennaio, ed è quello delle risoluzioni che riguardano principalmente la dieta e la palestra, perché ci sentiamo in colpa per aver mangiato un po’ più del solito durante le vacanze.

A settembre, invece, ci sono le vere rivoluzioni. Rientriamo al lavoro più riposatɜ del solito (sì, anche noi del team di Voci Giovanili e di VaGina, che ad agosto ci siamo presɜ un po’ di ferie), rientriamo a scuola nostalgicɜ del mare o della montagna e siamo prontɜ a cambiare le nostre vite, cosa che, alla fine, non facciamo mai veramente.

Quest’anno, almeno per noi, è diverso. Voci Giovanili è diventata ufficialmente un’associazione culturale, cosa che di primo impatto sembra essere solo un termine giuridico ma per noi significa molto di più: significa essere in grado di portare sempre di più e sempre meglio a chi ci legge; significa avere più mezzi per poter portare attivamente un cambiamento nella nostra società; significa avere una comunità solida, tangibile, dove le nostre azioni hanno veramente un significato; soprattutto, significa avere una responsabilità maggiore, che siamo pronti a prenderci al cento per cento.

Non è una notiziona solo per noi, ma anche per voi che ci seguite ogni mese. Avere più mezzi significa poter dare di più a chi ci legge, a chi guarda alle nostre mosse non con la sfida di chi vuole vederci fallire ma con il supporto di chi è felice del nostro successo.

Per questo voglio augurare a tutta la redazione di VaGina, e a tuttɜ lɜ suɜ lettricɜ, un felice inizio “dell’anno”. Che tutti i nostri buoni propositi possano avverarsi prima che ci sia da ripensarci al prossimo primo gennaio.

Per supportare Voci Giovanili

A partire dalla fine di agosto 2025 abbiamo assistito alla scoperta da parte del grande pubblico di due realtà agghiaccianti: un gruppo Facebook nato nel 2019 che contava oltre 32mila iscritti e denominato “Mia moglie <3 <3 <3” e un sito, dal nome “Phica.eu” (o “Phica.net”) fondato nel 2004/2005 (invito a una riflessione: è stato attivo per 20 anni) che contava, secondo alcune stime, oltre 800mila iscritti.

Procediamo con ordine.

Il gruppo Facebook, come facilmente deducibile dal titolo, è nato come uno spazio libero e virtuale dove condividere con gli altri utenti foto della propria moglie, compagna, fidanzata (ma anche sorella, amica, etc…) e discutere della loro immagine nei commenti. Gli utenti potevano pubblicare o commentare le foto esponendo il proprio nome o in maniera anonima, assicurandosi così la libertà di nascondere la propria identità agli altri partecipanti e dare sfogo ai propri pensieri più lussuriosi e ributtanti.

Se è vero che alcune foto venivano postate con il consenso delle persone in esse ritratte, è altrettanto vero che la maggior parte sono state pubblicate all’oscuro dei soggetti rappresentati, anche se in atteggiamenti intimi o senza indumenti, come viene specificato in una delle tante testimonianze:

La prima persona a denunciare ciò che accadeva in questo gruppo è stata la scrittrice, autrice e sceneggiatrice Carolina Capria, che ha dichiarato di essere stata colpita in particolar modo dal senso di impunità che si respirava all’interno di quello spazio; alla denuncia della scrittrice hanno fatto seguito migliaia di segnalazioni alla Polizia Postale e la chiusura finale del gruppo da parte di Meta.

Il sito Phica.eu proponeva lo stesso meccanismo in maniera ancora più esplicita ed estesa.

Nato come forum per diffondere video pornografici di carattere amatoriale, nel corso del tempo si è trasformato in una vera e propria cloaca di materiale intimo pubblicato illecitamente. Attraverso il forum era possibile soddisfare qualsiasi tipo di desiderio: i moderatori hanno tracciato la linea di confine al nudo minorile, ma erano tollerati contenuti ritraenti minori in atteggiamenti ambigui o parzialmente svestiti.

Attrici, influencer, attiviste, cantanti, donne della politica, ma anche amiche, sorelle, compagne, fidanzate, sconosciute fotografate in discoteca o al supermercato: migliaia di ragazze completamente ignare di essere state violentate nella loro privacy.

Tutto il materiale era meticolosamente suddiviso in sezioni, così da dare all’utente la sensazione di attingervi come se si trovasse in un grande magazzino della violenza.

Ecco cos’era Phica.eu: il più grande forum di diffusione non consensuale in Italia, un enorme recipiente di materiale esplicito da cui attingere senza dover chiedere il permesso e senza conseguenze. Per poter offrire agli utenti contenuti sempre nuovi, il sito stesso mostrava le modalità per generare e caricare nuovo materiale.

Come qualsiasi meccanismo parte del sistema capitalistico, Phica macinava centinaia di migliaia di euro ogni anno. I soldi venivano estorti alle ragazze che chiedevano la rimozione delle proprie foto dal sito o a quegli utenti che desideravano cancellare i propri post o non far comparire il proprio nome nella lista degli iscritti. Come pagare? A ore o in comodi pacchetti dai 250 ai 1000 euro mensili, in Bitcoin o con PayPal.

“Abbiamo valutato che servono almeno 3 ore di lavoro al giorno in cui si procederà alla rimozione e ricerca di nuovi contenuti. Il totale sarebbe di 2300 euro” è stata la risposta di BossMiao, figura di spicco all’interno del sito, a fronte di una delle richieste di rimozione dei contenuti. E ancora: “Se non ti interessa la protezione su Phica ma solo rimuovere i tuoi contenuti, il costo è di 700 euro”. Con la “protezione” veniva garantita l’eliminazione di ogni nuovo contenuto caricato a seguito della rimozione di quelli già pubblicati in passato.

“Secondo il preventivo che mi è stato mandato, sono 145 euro per la cancellazione base, per rimuovere tutti i dati collegati all’account, fra cui quote e messaggi col mio nick. Inoltre il preventivo ha validità un mese, scaduto il quale c’è una maggiorazione” ha riportato uno degli utenti che, nel panico generato dallo scandalo mediatico degli ultimi giorni, ha deciso come tanti altri di correre ai ripari, con la coda tra le gambe per paura di ripercussioni legali o, come direbbe il buonsenso, delle conseguenze delle proprie azioni illecite.

Gruppi e siti come questi esistono da moltissimo tempo e continueranno a nascerne di nuovi finché non verranno modificate, inasprite o introdotte nuove leggi sull’argomento. La ragione per cui siti e gruppi come questi resistono a lungo è che operano sfruttando le zone d’ombra della legge. La condivisione illecita di materiale intimo, oggi inesattamente definita “revenge porn”, è punita, sì, ma non tutto il materiale diffuso rientra in quella definizione: ci sono foto prese dai social, scatti in spiaggia, immagini manipolate, deepfake. Questi contenuti non sempre hanno natura esplicitamente sessuale, e proprio per questo riescono spesso a sfuggire al perimetro penale pur restando profondamente lesivi della dignità della persona ritratta. Tutto ciò viene vissuto come “legale” dagli utenti, anche se nei fatti rappresenta un abuso della persona.

Mi chiedo da moltissimo tempo quale meccanismo mentale spinga determinate persone alla ricerca o alla produzione di materiale così immorale, e se siano consapevoli del potenziale danno che queste azioni possano arrecare a loro stessi e, soprattutto, alle vittime.

Una possibile risposta è arrivata studiando le parafilie.

Tra i disturbi parafilici più comuni si inserisce il voyeurismo, ovvero il raggiungimento del piacere attraverso l’osservazione di persone nude, seminude, che si spogliano o sono impegnate in un atto sessuale. È importante sottolineare come il disturbo parafilico del voyeurismo necessiti dell’inconsapevolezza della vittima per essere qualificato come tale.

Questo potrebbe spiegare in parte, ma assolutamente non giustificare, il comportamento di alcuni utenti. Sarebbe però sbagliato pensare che tutte le persone all’interno di quel forum, di quel gruppo o di tutte le realtà simili a queste ultime agiscano secondo un disturbo parafilico. Molto più frequentemente all’interno di questi spazi si crea coesione tra persone che si comportano secondo le leggi del branco, in maniera tossica e sessista, utilizzando un linguaggio comune fatto di violenza. Questo linguaggio oggettifica, disumanizza e annulla le identità delle donne e degli uomini vittime dei loro comportamenti.

Non possiamo pensare che sia solo il disturbo parafilico individuale a tenere le redini di tali comportamenti: abbiamo a che fare con le conseguenze di un contesto culturale che non solo normalizza la violenza di genere ma la rende oggetto di risate, commenti, battute.

Bisogna agire educando la popolazione al rispetto degli altri individui, creando una comunità rispettosa del prossimo. Un’educazione sessuo-affettiva impartita già dalla scuola primaria aiuterebbe di certo a perseguire questo scopo.

Solitamente quando si parla di endometriosi si porta avanti una specifica narrazione secondo cui si tratta di una patologia che interessa strettamente utero e ovaie. È anche per questo, forse, che l’endometriosi toracica è una realtà poco conosciuta nonostante sia estremamente impattante per chi ne soffre.

Oggi abbiamo la possibilità di confrontarci con Valentina, che condivide con me la diagnosi di questa patologia, e di farci raccontare la sua esperienza.

Ciao, sono Valentina e soffro di endometriosi toracica. Nel mio quotidiano, attraverso il mio profilo divulgativo, mi occupo di fare informazione e di offrire ascolto alle altre persone che hanno la mia stessa patologia.

Come tutte le persone con utero che soffrono di endometriosi, anche il mio iter diagnostico, a cui si sono aggiunti anni di ritardo e un pesante gaslighting, è stato lungo e tortuoso. Sento quasi di aver subito un doppio torto, perché trovandoci nel contesto di una patologia già invisibilizzata come l’endometriosi la sottospecie dell’endometriosi toracica è come se fosse doppiamente invisibile.

Quando me l’hanno diagnosticata ero in un pronto soccorso del Portogallo e io non la conoscevo neanche.

Mi ero presentata in ospedale per un dolore improvviso al torace con associata dispnea, difficoltà respiratoria. Sono stata trattata in emergenza e a seguito di una RX al torace mi hanno diagnosticato uno pneumotorace destro*.

Per contesto, era il mio primo giorno di mestruo. Nella raccolta anamnestica delle mie patologie pregresse, per trovare un motivo al collasso, una dottoressa mi chiese se soffrissi di endometriosi. Trovo importante sottolineare come mi trovassi sempre in pronto soccorso e non in un reparto specialistico. D’impatto mi sono sentita abbastanza confusa, perché non capivo il nesso tra i due fattori e in ogni caso non avevo una risposta chiara alla sua domanda. Le risposi che da anni tentavo di avere una diagnosi ma non ne avevo ancora ricevuta una e non potevo dirglielo con certezza.

Il mio pneumotorace è stato poi trattato con un drenaggio, che consiste in un tubo inserito nella cavità pleurica, lo spazio che separa la parete toracica dai polmoni, e che serve a rimuovere il liquido in eccesso per far tornare il polmone alla sua posizione naturale.

Dopo dieci giorni di ricovero sono stata dimessa dall’ospedale con il suggerimento di effettuare un approfondimento ginecologico per l’endometriosi. Mi è stato spiegato, infatti, che lo pneumotorace che si manifesta durante le prime 48 ore dall’inizio del mestruo gode di un nome specifico, ovvero “pneumotorace catameniale”, ed è indicativo di endometriosi toracica.

Dopo circa un mese e mezzo, già tornata in Italia, il mio polmone destro è collassato nuovamente al primo giorno di mestruazioni. Stavolta sono stata ricoverata in una chirurgia toracica e ho comunicato al chirurgo l’ipotesi “endometriosi” di cui mi avevano parlato in Portogallo.

Contrariamente alle mie aspettative, sono stata ascoltata e capita, e dopo un altro drenaggio toracico ho subito un intervento chiamato VATS, ovvero una videotoracoscopia esplorativa. La videotoracoscopia si è rivelata necessaria anche per effettuare un ulteriore intervento, la pleurodesi chimica, per poter impedire che il collasso polmonare, già avvenuto due volte in così poco tempo, si ripresentasse. Durante l’intervento di chirurgia toracica al polmone destro il chirurgo ha individuato dei focolai di possibili endometriosi presenti sulla pleura*, sul diaframma e sull’emidiaframma destro.

A seguito di un esame istologico quei focolai sono stati ufficialmente riconosciuti come focolai di endometriosi e ho finalmente ottenuto la mia prima vera diagnosi, nero su bianco.

Questa è una domanda difficile per me perché, non conoscendo l’endometriosi toracica prima di quel momento, non ho avuto modo di tracciare i miei sintomi nel tempo per poterli descrivere nel dettaglio ora. Però ci tengo a specificare che l’endometriosi toracica è una patologia tendenzialmente aspecifica: nel mio caso specifico, adesso sono in grado di ricostruire alcuni sintomi che avevo, come il dolore alla spalla e al collo, al lato destro del torace lì dove ho avuto il collasso, la lieve dispnea durante le mestruazioni.

Sono poche le cose che riesco a ricordare con chiarezza, perché facevo sport e associavo automaticamente i dolori a uno strappo o qualcosa di simile. Avevo notato già allora che durante la settimana di mestruo avevo più difficoltà a respirare, ma le collegavo ai gravi sintomi mestruali che già riscontravo, non al mio sistema respiratorio.

Solitamente quando c’è un coinvolgimento del polmone o della pleura i sintomi sono dolore toracico ciclico, solitamente a destra; il collasso del polmone poco dopo le mestruazioni, durante le mestruazioni stesse o l’ovulazione; l’emottisi ciclica, che consiste in colpi di tosse contenente sangue ed è definita ciclica perché di solito avviene durante le mestruazioni; versamento pleurico, cioè la presenza di liquido nello spazio pleurico; dispnea, il fiato corto durante la fase mestruale.

Quando, invece, c’è il coinvolgimento del muscolo diaframmatico si può sperimentare dolore alla spalla destra, un dolore detto “riferito”, cioè che parte dal diaframma in corrispondenza del nervo frenico e arriva dalla spalla al collo. Si tratta spesso di un dolore che avviene durante le mestruazioni, ma alcune pazienti restano asintomatiche fino alla comparsa di complicanze gravi come quella che ho vissuto io.

Sullo pneumotorace in particolare ci tengo a fare una specifica: esistono due tipi di pneumotorace, il collasso del polmone, che viene trattato come ho descritto in precedenza, e lo pneumotorace iperteso, una complicanza dello pneumotorace classico che porta a un rischio di arresto cardiaco.

È importante riconoscerne i sintomi perché si crede, di solito, che il collasso sia caratterizzato da un dolore toracico estremamente intenso e una capacità respiratoria particolarmente compromessa. Spesso non è così: il dolore toracico non deve essere necessariamente molto intenso per esserci una diagnosi di pneumotorace, e la stessa cosa vale per la dispnea.

Sì, ho subito un grande ritardo diagnostico, ma in realtà, rispetto alle tante donne con cui mi sono confrontata dopo aver avuto la diagnosi, mi ritengo fortunata per varie ragioni.

Per prima cosa, quando sono arrivata in pronto soccorso con dolore toracico e difficoltà a respirare, ho ricevuto la diagnosi, quando in realtà molto spesso la sintomatologia in questione viene confusa con un attacco di panico o altre condizioni simili. Ho avuto la fortuna che mi venisse instillato il dubbio sull’endometriosi toracica fin dal primo accesso in pronto soccorso, cosa che purtroppo non è stata quasi mai fatta alle donne con cui ho parlato e che hanno ottenuto questa diagnosi in Italia, anche perché di solito lo pneumotorace cataminiale non viene associato subito all’endometriosi, considerata una malattia estremamente rara.

Un’altra fortuna che ho avuto è che il chirurgo che mi ha operata ha cercato attivamente l’endometriosi nel torace e ha dato delle indicazioni precise su cosa far cercare all’anatomopatologo perché potesse effettivamente valutare una potenziale endometriosi, altra cosa che avviene rarissimamente. Tra l’altro l’esame istologico per questo tipo di tessuti è particolarmente complicato e ci sono tantissimi casi in cui la diagnosi di endometriosi toracica è arrivata dopo diversi esami istologici e diversi interventi di chirurgia toracica. Per questo mi ritengo abbastanza fortunata rispetto a tante altre persone con utero che hanno affrontato e ancora oggi affrontano un iter e un ritardo diagnostico importante.

Beh, per chi soffre di endometriosi toracica vorrei che ci fosse più consapevolezza della malattia tra il personale sanitario, perché come dimostra il mio caso anche una sola domanda in pronto soccorso può cambiare un intero iter diagnostico.

Vorrei che ci fosse più considerazione sia da parte dei ginecologi che da parte di pneumologi e chirurghi toracici. Questa malattia è considerata rara perché è raramente considerata, e non viene mai ricercata attivamente. Alle persone con utero non vengono fatte le domande giuste sulla correlazione fra i sintomi respiratori e i sintomi mestruali e questo è un nodo fondamentale da sbloccare.

Per le persone affette da endometriosi in generale vorrei che cambiasse il modo in cui la patologia viene vista e considerata e vorrei che finalmente ci fosse una visione multidisciplinare della patologia, che è fondamentale. Vorrei anche che si sbloccasse una visione dell’endometriosi come una patologia multiorgano e sistemica, che può arrivare a compromettere funzioni vitali e che compromette gravemente la qualità della vita, ma soprattutto vorrei che venisse trattata con la severità che merita.

Immaginate una pratica legale e sociale che consenta a uno stupratore di evitare la condanna penale semplicemente sposando la propria vittima. Sì, anche se minorenne. Immaginate una donna, o una giovane ragazza, costretta a condividere il resto della sua vita con il suo carnefice dato che un atto aberrante come lo stupro commesso contro di lei viene visto non come un crimine contro la persona, ma come un’offesa all’onore della sua stessa famiglia. Un’impostazione, questa, che rivela l’assenza totale di riconoscimento dell’individualità femminile: tu, donna, non esisti come individuo autonomo, bensì esisti in funzione della tua famiglia. Sei proprietà della tua famiglia.

Immaginate, invece, una previsione del codice penale italiano che attenua la pena per chi uccide una donna in caso di tradimento o di comportamenti, da lei tenuti, ritenuti lesivi dell’onore familiare. Una norma che, nei fatti, giustifica socialmente, culturalmente e legalmente il femminicidio, presentandolo come una reazione più che comprensibile alla perdita dell’onore. La donna può perdere la propria vita per salvare “la faccia” della sua famiglia e, in concreto, per proteggere l’onore dell’uomo.

Sembrano scenari caratteristici di un mondo distopico, eppure non lo sono: il matrimonio riparatore e il delitto d’onore sono stati realtà giuridiche in Italia fino alla loro abrogazione in un solo colpo, nel 1981. Fino a soli 44 anni fa le vittime di stupro potevano essere costrette a vedere ogni giorno, tra le mura domestiche, la faccia del proprio aggressore, rivivendo così, in un ciclo senza fine, quella stessa violenza per tutta la vita in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro per un individuo: la propria casa.

Un caso emblematico, simbolo della lotta contro il matrimonio riparatore in Italia, è quello di Franca Viola, una giovane donna siciliana che nel 1965 rifiutò di sposare il suo stupratore. La sua scelta, coraggiosa e totalmente rivoluzionaria per l’epoca, segnò una svolta nella coscienza collettiva e diede avvio a un lungo percorso di cambiamento sociale e legislativo in Italia.

Alla base di queste norme c’era sempre la stessa logica: la donna come sacro custode dell’onore familiare. Una logica perversa secondo cui il valore di una famiglia si misurava esclusivamente sulla base del comportamento messo in atto dalle donne. Un’enorme responsabilità imposta. Il lavoro domestico, la rinuncia all’autonomia e ai propri diritti evidentemente non erano considerati sufficienti per poter controllare la vita delle donne. Servivano dei meccanismi giuridici, garantiti dallo stesso stato, per poter minare legittimamente la loro libertà e condannarle, in caso di errore, a un’esistenza infelice o una morte certa.

Se in Italia questa pratica sembra ormai far parte di un passato non troppo lontano, secondo l’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, la pratica del matrimonio riparatore (nota come “marry your rapist law”) è ancora vigente in circa 20 Paesi del mondo. Nel 2025 un uomo può ancora evitare le conseguenze penali di uno stupro sposando la donna, o addirittura la ragazza minorenne, che ha violentato.

In Kuwait lo stupratore può sposare la vittima con il permesso del suo tutore. In Iraq, la legge consente di evitare ogni accusa penale se il matrimonio viene celebrato legalmente, ma l’immunità decade in caso di divorzio entro i primi tre anni. In Russia la norma è applicabile solo se lo stupratore è maggiorenne e la vittima ha tra i 14 e i 16 anni. Il risultato, in tutti questi casi, è lo stesso: una negazione totale dei diritti delle donne e delle bambine, costrette a convivere con chi ha distrutto per sempre la loro integrità fisica e psicologica. Il trauma è ripetuto giornalmente.

Questa pratica sopravvive anche in Paesi come Venezuela, Angola, Camerun, Eritrea, Guinea Equatoriale, Tajikistan e persino in alcune isole del Pacifico come Tonga.

Lo stupro si trasforma così in un contratto matrimoniale, in una scorciatoia per arrivare al matrimonio senza troppi convenevoli, legittimando la sopraffazione e cancellando la violenza.

Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa è cambiato. Diversi Paesi hanno cominciato ad abrogare le leggi che permettevano agli stupratori di evitare la giustizia. Il Libano ha abolito l’articolo 522 del codice penale nel 2017, dopo forti pressioni da parte di ONG e attivisti, e nello stesso anno anche la Giordania e la Tunisia hanno cancellato una norma simile prevista dai loro ordinamenti giuridici. In Marocco l’abrogazione dell’articolo 475 è avvenuta nel 2014, spinta dall’indignazione pubblica seguita al suicidio della giovane Amina Filali, costretta a sposare il proprio stupratore. La Palestina, nella regione della Cisgiordania, ha eliminato l’articolo 308 nel 2018, mentre l’Egitto è intervenuto già nel 1999 per rimuovere ogni protezione legale per gli aggressori. Anche in Francia, sebbene meno conosciuto, un articolo simile è rimasto in vigore fino al 1994.

È sconcertante dover ricorrere all’abrogazione di una legge per affermare l’ovvio: costringere una donna a sposare il suo stupratore è un’ulteriore violenza. Che servano disposizioni legislative per impedire un simile abominio dimostra quanto a lungo, e quanto ancora al giorno d’oggi, la società abbia normalizzato la violenza contro le donne, mascherandola dietro il concetto dell’ordine morale.

Siamo ben consapevoli, purtroppo, del fatto che abrogare una legge non significhi eradicare una mentalità. In molti Paesi il matrimonio riparatore continua a esistere nella pratica sotto forma di pressioni familiari, stigma sociale, ricatti economici. La battaglia, spesso, non si conclude con una riforma legislativa: è una sfida culturale, educativa e sociale che richiede un intervento sistematico e duraturo, capace di scardinare le radici profonde della violenza e della disuguaglianza di genere.

Per una panoramica generale sulle disposizioni adottate da ciascun Paese del mondo in materia di violenza contro donne e ragazze, consiglio la consultazione di questo database di UN Women.

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