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VaGina [inactive] · Mar 19, 2025

Issue #05

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VaGina [inactive] · VaGina [inactive]

Cominciavano con questa frase, detta con tono a metà funereo e a metà isterico, i giorni delle cose. Il mondo, per una manciata (che a quei tempi, vista la mia età bambina e la teoria della relatività, era una manciata bella grossa) di giorni, cambiava.

Io dovevo annaffiare le piante perché se lo avesse fatto lei sarebbero bruciate; lei non doveva lavarsi né capelli né corpo altrimenti sarebbe successo qualcosa che sapeva solo lei; al supermercato di Frascati (l’unico dei Castelli che esisteva a quei tempi) noi dovevamo coprirla con i nostri corpi mentre lei afferrava dei pacchi innominabili per le cose e li nascondeva sotto i pacchetti delle merendine e i mazzi di puntarelle; noi dovevamo osservarle il didietro per vedere se le cose fossero visibili, se ci fossero strane protuberanze di innominabile o patacche di cose.

Un giorno da una telefonata capii che i giorni sarebbero raddoppiati: mia sorella tredicenne giaceva stesa sul letto con le mani giunte e una pezzuola umida sulla fronte e mia madre al telefono, la voce rotta dalla commozione, mormorò a mia zia «’ngelì, a Robbertina je so’ vvenute le cose sue! S’è fatta signorina!».

Mio padre, mentre leggeva il Corriere dello Sport con una felicità che solo nel 2000 avrebbe riassaporato (era l’anno 1983, quello dello scudetto della Rometta di Conti e Falcao), commentò così la notizia: «Embè, poretta!».

Dopo aver messo giù la cornetta mia madre venne in camera e fece una lezione a mia sorella: «Le cose arrivano una volta al mese. Per esempio oggi è il 3 giugno e quindi la prossima volta ti verranno il 3 luglio.

Devi mettere queste mutande contenitive per non far spostare l’assorbente (N.d.R. a quei tempi era lungo, spesso almeno tre cm e si appiccicava allo slip con una piccola striscia adesiva), non devi toccare le piante, non devi lavarti i capelli e neanche farti la doccia e non devi fare la maionese perché non si monta, impazzisce».

Io ascoltavo inebetita. Quella storia non mi piaceva. Avevo otto anni e decisi che a me quelle cose non sarebbero dovute venire MAI.

Era marzo, avevo dodici anni, frequentavo la seconda media. Andai in bagno, quella mattina, per vestirmi. Mi tirai giù le mutande per fare la pipì e vidi delle chiazze rosse.

Chiamai mia madre in preda al panico e alla vergogna, avevo ancora il corpo di una bambina, ero grassoccia e goffa, il piccolo seno che aveva cominciato a crescere mi provocava imbarazzo, mi vergognavo di me e di tutte quelle strane storie intorno alle cose.

Mia madre arrivò di corsa, mi appiccicò un assorbente sulle mutandone contenitive, mi accompagnò a letto, mi mise la pezzuola sulla fronte e di corsa telefonò a zia Angelina.

Io piangevo disperata, le gambe strette per evitare che quel sangue uscisse. Avevo sentito dire che potevano esserci degli “avvisi”, che poi le cose vere sarebbero arrivate dopo anni. Doveva essere il mio caso. E se non lo fosse stato avrei fatto finta che.

Dopo qualche ora di immobilismo andai in bagno. Trattenni il fiato, poi guardai: sangue, tanto. Tolsi l’assorbente, lo appallottolai, ne appiccicai uno nuovo.

«Come va?» domandò mia madre dietro la porta.

«Doveva essere un “avviso” perché non c’è neanche una goccia di sangue!» risposi con allegria (N.d.R. a nascondere i miei reali stati d’animo sono sempre stata bravissima). Mi guardai intorno alla ricerca di una soluzione, dovevo far sparire la prova!

La finestra, la finestra faceva al caso mio. Allungai la mano e lanciai giù l’assorbente usato. Giù dal secondo piano di un palazzo che insisteva sulla via principale del paese.

Come foglia cadde, aprendosi srotolandosi e svolazzando, non a terra però, ma sulla testa di Eufrasia, la donna più antipatica che io conoscessi. Venne a suonare, aprì mia madre.

A cena mi sgridarono, mamma e papà, «Sei sempre la solita! Devi sempre farci vergognare!». Io facevo la sbruffona, ridevo, ridicolizzavo, facevo il verso alla vecchia pettegola. Dentro, mentre tra le gambe sentivo quell’umido che odiavo, piangevo disperata.

C’è voluto un po’ per imparare a essere “grande”. Per imparare che le cose non si chiamavano così. C’è voluto tantissimo per capire che la biologia e la natura del corpo erano diverse, che le cose non funzionavano come gli usi e costumi di quegli anni e del mio riferimento sociale e culturale dicevano; che il ciclo dura 28 giorni e non “trenta giorni ha novembre con aprilgiugnoesettembre, di ventotto blablabla…”; che un assorbente pulito si poteva tenere in mano in mezzo alla gente senza nasconderlo; che si può fare del sesso fantastico durante le mestruazioni; che la maionese non impazzisce e le piante se ne fregano, vogliono solo bere. Trentotto anni di guerra fredda, interrotti solo da tre gravidanze, una durata solo un paio di mesi. Bloody week, la chiamavo.

Quando il primo ciclo è arrivato alla maggiore delle mie figlie il primo a saperlo è stato mio marito perché io dormivo.

Mia madre, ormai nonna, ha comunque chiamato zia Angelina.

Quando è arrivato alla minore, è salita in macchina e ha detto «Grande giorno! Mi è venuto il ciclo! L’assorbente me l’ha dato Alessandra». Mia madre, questa volta, non ha potuto chiamare zia Angelina perché nel frattempo hanno litigato.

Il 21 agosto 2023 ero in partenza da Philadelphia e il giorno dopo avrei compiuto 49 anni. Le ultime, lo avrei saputo nell’agosto dell’anno successivo, mestruazioni della mia vita. Quante volte le ho stramaledette? Infinite: scomode, inopportune, causa di vergogna, imbarazzo, isteria e depressione a onde.

Oggi le ricordo, ricordo quello che senza accorgermene hanno significato. Quello che hanno reso – quando l’ho deciso io – possibile. È stato un grande e glorioso e indimenticabile spargimento di sangue.

Marzo, oltre a rappresentare la fine dei mesi più freddi dell’anno, è anche il mese dedicato alla consapevolezza riguardo una patologia che per quanto diffusa resta ancora troppo spesso nell’ombra: l’endometriosi.

Di endometriosi abbiamo sentito parlare sicuramente, di recente, ma data la spinta a volerne disquisire per forza, senza particolari competenze, abbiamo contemporaneamente visto nascere e crescere il fenomeno della disinformazione sistematica.

Come abbiamo già avuto modo di vedere qualche issue fa, l’endometriosi è una patologia infiammatoria sistemica, cronica ed eterogenea caratterizzata dall’accumulo, in sede anomala, di tessuto simile, ma non uguale, all’endometrio che, invece, ricopre la cavità dell’utero.

La patologia affligge tra gli 8 e i 9 milioni di persone negli Stati Uniti e circa 200 milioni in tutto il mondo, anche se questi dati non sono accurati per diversi fattori, primo tra tutti il fatto che tengono conto unicamente di chi ha già ricevuto una diagnosi, ignorando la problematica del ritardo diagnostico legato alla patologia (mediamente di 7-10 anni).

In secondo luogo i dati fanno riferimento unicamente a donne cisgender e invisibilizzano tutte le persone trans con utero che soffrono della patologia, rendendo così ancora più difficile una ricerca che gioverebbe a tutte le persone affette dalla patologia.

Un aspetto fondamentale da precisare è che l’endometriosi è una patologia che presenta una forte connessione con altre condizioni infiammatorie. Un esempio è la comorbilità esistente tra endometriosi e vulvodinia o tra endometriosi e ipertono del pavimento pelvico.

Secondo lo studio Vu-Net, condotto da Alessandra Graziottin, Dania Gambini e Filippo Murina, l’11,7% delle donne affette da vulvodinia riferisce di aver poi ricevuto anche la diagnosi di endometriosi. Questo dato, tuttavia, risale al 2021 e molto probabilmente la percentuale è sottostimata.

Quando queste due malattie croniche invisibili sono compresenti vengono definite “the evil twins”, ossia le gemelle diaboliche.

L’endometriosi presenta, purtroppo, anche una connessione con disturbi mentali quali ansia e depressione, in quanto patologie di queste tipo compromettono fortemente la qualità di vita a causa del dolore cronico e possono portare a un senso di inadeguatezza personale e nel rapporto con gli altri. L’endometriosi, infatti, è considerata una vera e propria forma di disabilità invisibile.

Per quanto concerne la possibilità di accedere a una diagnosi e cure mirate, occorre specificare che in genere le donne o persone uteromunite preferiscono rivolgersi al privato piuttosto che al pubblico, dato che, spesso e volentieri, nel pubblico ci sono attese molto lunghe oppure pochi centri specializzati nel trattamento dell’endometriosi… soprattutto nel Sud Italia.

Facendo riferimento alle informazioni raccolte dall’Associazione Progetto Endometriosi Onlus, al Sud Italia sarebbero presenti soltanto cinque centri pubblici: due in Campania (Policlinico Universitario di Napoli e Casa di Cura Malzoni di Avellino), uno in Puglia (Policlinico di Bari), uno in Sicilia (Ospedale Civico di Palermo) e uno in Sardegna (Ospedale S. Giovanni di Dio a Cagliari). Il fatto che sussista la necessità di indirizzarsi verso il privato per ottenere una diagnosi in tempi brevi impatta inevitabilmente anche sui costi sostenuti, poiché una singola visita ginecologica presso un professionista esperto in endometriosi può arrivare a costare anche qualche centinaio di euro. In più, bisogna mettere in conto anche i costi periodici che vengono sostenuti per l’acquisto delle terapie progestiniche e per i trattamenti non farmacologici come un’alimentazione antinfiammatoria, la riabilitazione del pavimento pelvico o un percorso con psicoterapeutici o sessuologi.

Un aspetto fortemente negativo da evidenziare del nostro sistema sanitario nazionale è quello inerente alla tematica dei Livelli Essenziali di Assistenza, i LEA, perché l’endometriosi vi rientra soltanto quando viene certificata (mediante intervento laparoscopico in anestesia generale) la presenza della malattia al terzo e quarto stadio. In generale, quindi, per casi ritenuti impropriamente come “meno gravi” i costi delle visite mediche, delle cure farmacologiche e delle attività connesse sono interamente a carico delle pazienti.

Tra le poche cose di cui posso vantarmi nella vita c’è sicuramente l’aver visto tutti – e quando dico tutti, intendo proprio t u t t i – i live action delle favole Disney.

Ma mai, davvero mai, mi sarei aspettata di ritrovarmi davanti una sorta di Cenerentola fattona, prostituta e matta da legare (e sì, l’hanno dovuta legare sul serio). Eppure, nonostante le premesse – o forse proprio grazie a quelle – i 138 minuti trascorsi sulla poltroncina rossa del mio multisala preferito mi hanno un po’ cambiato la vita.

Quando ho visto che era uscito al cinema il nuovo film di Sean Baker, ho pensato: «No, vabbè, devo vederlo!». Bugia. La verità? La prima cosa che mi sono chiesta è stata: «Ma chi diamine è Sean Baker?». Poi, per non sentirmi troppo ignorante – visto che aveva appena vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes con questo film – mi sono detta: “Dai, andiamo a vederlo”. Magari non sono una talent scout, eh, però sono felice di averlo visto (e amato!) prima ancora che conquistasse l’Academy portandosi a casa ben cinque Oscar. Ora, ti starai chiedendo: meritava davvero tutti quei premi? Beh, se cerchi un parere autorevole, sei nel posto sbagliato… ma già che ci sei, scorri un po’ giù!

Anora racconta la storia di una ventitreenne (appunto Anora “Ani” Mikheeva, intepretata dalla meravigliosa Mikey Madison, anche lei vincitrice della statuetta d’oro)

che lavora in un locale notturno come spogliarellista, o “danzatrice erotica” che dir si voglia, e che per arrotondare un po’ non disdegna l’idea di andare a letto con alcuni degli uomini che frequentano quel club. Tra tutti, spicca l’irresistibile Vanya, tanto viziato quanto arrap...

Figlio di un oligarca russo, il ventunenne – finalmente libero di vivere il suo sogno americano a New York – decide di spendere saggiamente tutti i soldi del papi in sesso, droga e rock and roll.

Quando conosce Ani, se ne innamora quasi subito (come dargli torto) e decide di portarla con sé nella sua umile dimora. I giorni scorrono lenti quando le tue uniche occupazioni sono sesso e videogiochi. Così, per sfuggire allo spleen – quel male oscuro che, secondo Baudelaire, pervade la vita moderna – i due decidono di dare una scossa alla monotonia con un matrimonio a Las Vegas.

Qui, però, non è Hollywood (manco Avetrana, per carità) e infatti Cenerentola non perde una scarpetta, bensì quella fantasia di ascesa sociale che si era illusa di star vivendo.

Quando due energumeni irrompono nel loro nido d’amore, intimando a Vanya di annullare il matrimonio, la verità diventa innegabile: i sogni non sono desideri di felicità, ma un disperato tentativo di aggrapparsi, con le unghie e con i denti, a una vita che una ragazza come Ani non avrebbe mai nemmeno immaginato di poter vivere, ma che - ora che l’ha assaporata - non può fare a meno di volere con tutta se stessa. Le cose si complicano, però, quando il suo adorato maritino decide di prendere la via della fuga.

Tutta la pellicola è strutturata in tre atti nei quali l’unica reale costante è la centralità assoluta di Ani, sulla quale si posa lo sguardo di tutti. Capelli pieni di piccole ciocche sbrilluccicose, unghie pacchiane e coloratissime, sedere sodo e sguardo magnetico: Mikey Madison, nei panni della protagonista, è quanto di più vicino possibile alla definizione di “bucare lo schermo”.

Anora è una commedia perfetta che fa ridere di gusto grazie a dialoghi intriganti, personaggi scritti magistralmente e situazioni paradossali.

Nel primo atto lo spettatore segue la protagonista nella sua routine quotidiana e la vede come una donna intraprendente e autoironica che sa come usare il proprio corpo per guadagnarsi da vivere. Il modo migliore per farlo le sembra essere quello di offrirsi interamente allo squinternato russo che la invita a passare una settimana nella sua reggia in qualità di “fidanzata”.

Il secondo atto, invece, è una sorta di Odissea alla ricerca del perduto Vanya tra le strade meno cinematografiche di New York. Qui il personaggio di Ani genera confusione in chi la guarda: è soltanto un po’ naive oppure è più furba di tutti quegli uomini messi insieme (non che sia difficile)?

Per arrivare infine al terzo e ultimo atto, nel quale – con un colpo di scrittura magistrale che dà vita ad un finale indimenticabile - Ani si rivela finalmente al pubblico e a se stessa per quello che è: una ragazza. Che sorpresa, eh?

Insomma, dopo una sceneggiatura molto goldoniana, che ti fa ridere a crepapelle, per poi lasciarti in stato comatoso a riflettere su tutti i significati e significanti degli ultimi tre minuti di questa chicca cinematografica, mi chiedo: davvero erano necessari quei centottanta secondi finali per farmi sentire così incredibilmente vicina alla parte più intima e femminile di me stessa?

Long story short, evidentemente sì.

Ricordi tutte le volte in cui abbiamo parlato di Italy Needs Sex Education? Ecco, il 4 marzo è uscito il libro di Flavia Restivo “Gli svedesi lo fanno meglio”, e il 22 ne parleremo con l’autrice e gli amici di Cassandra presso la Casa dei Giovani, a Roma. Qui i dettagli:

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