Sotto l'ombrellone, in fila al bar, in macchina, nelle pubblicità dei cornetti gelato: ogni anno, puntuali come le zanzare, arrivano quei due o tre pezzi che sentiamo ovunque. Spesso nemmeno ci piacciono, eppure non riusciamo a liberarcene: ci entrano in testa e li canticchiamo come se fossimo stregati. Il nome, del resto, dice tutto: tormentoni. E in effetti ci sentiamo proprio tormentati, quasi come in un piccolo inferno del nuovo millennio: soliti tre brani in ripetizione, 40 gradi all'ombra, asfalto che scotta, insetti ovunque e bibite senza ghiaccio.
Ok, forse stiamo esagerando.
Però questo mese ci siamo chiesti davvero cosa sono i tormentoni, come nascono e perché non riusciamo a levarceli dalla testa. Ecco cosa abbiamo scoperto.
Ci mettiamo la mano sul fuoco: sarà successo un milione di volte anche a te di avere in testa una canzone e non riuscire a mandarla via. Una canzone che, tra l’altro, non ti piace nemmeno, anzi che trovi pure fastidiosa.
Ecco, non c’è niente di strano: è solo uno scherzo che ogni tanto ci gioca il cervello. Questo fenomeno si chiama earworm, dal tedesco Ohrwurm, “verme dell’orecchio”, e riguarda circa il 90% di noi (se fai parte del restante 10%, batti un colpo). In pratica è un frammento musicale, di solito lungo una ventina di secondi, che si presenta da solo nella testa e continua a ripetersi in automatico, senza che possiamo farci assolutamente niente.
E questo brano il cervello non lo sceglie a caso. Uno studio della Durham University ha confrontato cento canzoni-tormentone con cento che non lo diventano mai, e ne ha ricavato la ricetta. Primo ingrediente: un tempo veloce. Secondo: una melodia dal profilo familiare, che sale e poi scende, la forma più comune del pop. Terzo, ed è il più curioso: dentro quella forma prevedibile serve un salto inatteso, un intervallo insolito che rompe lo schema. Così la canzone diventa né troppo semplice né troppo complessa, facile da ricordare ma con quel dettaglio che spiazza. E poi c’è la componente emotiva: le canzoni che ci smuovono qualcosa, anche senza accorgercene, o che leghiamo a un ricordo preciso, sono spesso quelle che restano più impigliate.
Quando ascoltiamo musica non entra in gioco solo l’orecchio: si accende tutta una rete di aree diverse che lavorano insieme. Prima la corteccia uditiva, quella che elabora e riconosce i suoni, collegata alle zone profonde della memoria come l’ippocampo - che non è il cavaluccio marino, quello è un’altra cosa - dove i ricordi vengono immagazzinati e recuperati. Poi entra in scena il loop fonologico, una specie di lavagnetta mentale su cui tratteniamo un suono per qualche secondo. Infine ci sono le aree legate a emozioni e ricompensa.
L’earworm nasce proprio quando le connessioni tra queste regioni, per così dire, si inceppano. Il cervello ripassa di continuo ricordi e informazioni anche a nostra insaputa; con il tormentone, però, questo ripasso gli sfugge un po’ di mano e sale a galla, finché a un certo punto ci accorgiamo che la melodia è lì e non se ne va.
In fondo non è così strano: è il modo in cui la nostra memoria si è evoluta. Molto prima della parola scritta, in tante culture musica e rima servivano proprio a ricordare e tramandare le storie, e i nostri cervelli hanno imparato a trattenere frammenti sonori e associazioni.
Però, se ad agosto il tormentone sembra perseguitarci ancora di più, non è solo una questione di meccanica: c’entra anche una lunga tradizione culturale, quella della canzone dell’estate. Un’abitudine che ci portiamo dietro dagli anni ‘50 e ‘60, quando le radio passavano in loop una manciata di brani e li rendevano onnipresenti, così che pochi pezzi diventavano il simbolo di un’intera stagione.
Oggi qualcosa è cambiato. Con internet e lo streaming, quella che un tempo era una “monocultura” musicale condivisa si è frammentata. Eppure il richiamo della canzone-simbolo è rimasto fortissimo, anzi si è perfino rafforzato, perché è entrata in gioco la nostalgia: in un mondo sempre più diviso, vogliamo ancora credere che una sola canzone possa farci sentire parte di qualcosa. Non a caso (e per profitto) tanti artisti puntano apertamente a costruirla: il pezzo che parla d’estate, con i ritmi giusti, pensato per finire in ogni conversazione. E spesso ci riescono davvero.
Qui sotto uno dei migliori esempi di tormentone estivo a cui abbiamo mai assistito:
Se parliamo di ritmi fatti apposta per incastrarsi in testa, non possiamo non nominare il temutissimo e amatissimo reggaeton.
È uno di quei generi che raramente lasciano indifferenti. Infatti, tutti conosciamo quella persona che appena parte un pezzo tira fuori la sua stank face e comincia ad ancheggiare. Reagisce così in modo istintivo, perché il brano è costruito così per provocarglielo: proprio come i nostri amici tormentoni, il beat del reggaeton è ripetitivo e prevedibile, e al cervello questo piace da matti. Riesce ad anticiparlo, e ogni volta che ci prende si dà una piccola pacca sulla spalla e inizia a festeggiare.
Il genere, però, è anche uno dei più chiacchierati e criticati degli ultimi decenni: c’è chi lo adora e chi lo snobba. E va bene così. Ma il reggaeton ha una storia interessante alle spalle, e vale la pena non giudicarlo solo dalle copertine dei suoi album.
Tutto comincia lontano dalle classifiche di oggi, a Panama. A inizio Novecento migliaia di lavoratori giamaicani arrivano per costruire il Canale e si fermano. Sono i loro figli e nipoti, tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘80, a fare la cosa più naturale del mondo: prendere il reggae e la dancehall di famiglia e cantarli in spagnolo. Nasce così il reggae en español, il primo mattone di tutto.
Poi arriva il ritmo che ancora oggi è riconoscibilissimo: il dembow, il celebre “pa-tum-pa” sotto ogni pezzo del genere. Il nome viene da Dem Bow, un brano del 1990 del giamaicano Shabba Ranks, che venne rielaborato da uno studio a New York e usato come base per tantissimi pezzi.
Da lì quel suono attraversò i Caraibi e sbarcò a Porto Rico, dove alla fine degli anni ‘80 esplose il movimento “underground”: mixtape che passavano di mano in mano, locali leggendari come The Noise a San Juan, una generazione di artisti che cantava di strada, identità e desiderio. Fu lì che il reggaeton prese la forma che conosciamo oggi.
Ma dietro quella scena c’era molto più di una moda. Il reggaeton nasceva nei quartieri più poveri e afrodiscendenti dell’isola e, proprio per questo, finì presto nel mirino. Il governo lanciò la campagna “Mano Dura Contra el Crimen“, con retate della polizia nei quartieri popolari: colpire quella musica significava colpire chi la faceva. L’underground venne bollato come “osceno”, e nel 1995 la polizia arrivò a fare irruzione nei negozi di dischi di San Juan per sequestrare le cassette.
Eppure la gente continuò a suonarlo e a ballarlo, perché anche ballare e suonare sono gesti di libertà. E quando, nel 2002, la senatrice Velda González lanciò una crociata contro el perreo e i video “troppo espliciti”, la scena diventò ancora più accesa: fu in quel clima che Ivy Queen pubblicò Quiero Bailar, oggi celebrata come inno sul diritto delle donne a ballare alle proprie condizioni. Sulla sua scia arrivò Tego Calderón, che portò l’orgoglio afro-latino dritto in cima alle classifiche.
Ed è qui che succede il ribaltamento più incredibile. Quella che era nata come musica di frontiera, criminalizzata e tenuta ai margini, ha cominciato a risalire: nel 2004 con Gasolina il genere ha scavalcato confini e lingue, si è preso le radio, poi lo streaming, poi il mondo intero. Oggi il reggaeton non è più la musica di strada ma il re indiscusso delle classifiche, arrivando dal quartiere popolare dritto alle playlist globali. Complice anche un chiacchieratissimo Bad Bunny, che con il suo nuovo album Debí tirar más fotos, seguito dall’Halftime Show del Super Bowl, è riuscito a portare il genere nelle playlist perfino di chi lo detestava.
Insomma, tutto questo per dire una cosa: sì, la musica impegnata ci piace tantissimo (noi per primi), ma ogni tanto va bene anche lasciarsi andare al pezzo estivo, senza troppi preconcetti, e godersi un po’ di ritmi prevedibili. Non succede niente di grave, se non forse ritrovarsi con la voglia di passare dal chiodo di pelle al jeans a vita bassa.
🎸Il LA che stavi aspettando
E dopo tutto questo parlare di tormentoni una cosa è certa: ascoltarli può essere anche divertente però dopo un po’ il rischio di annoiarsi è bello alto.
Se quest’estate, invece, vuoi provare ad ascoltare e soprattutto a suonare qualcosa di diverso, magari cimentandoti con brani più strutturati, allora questo è il momento giusto.
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