Ciao, stai per leggere la quinta puntata di tregua. Puoi leggerla senza problemi anche se hai saltato le prime quattro, ma se vuoi recuperarle le puoi trovarle qua. Scrivo di:
Una lettera aperta di Brian Eno a Microsoft in cui il compositore contesta il coinvolgimento dell’azienda fondata da Bill Gates nel genocidio a Gaza;
Il mio primo ricordo videoludico, nel quale Windows ha un ruolo da protagonista;
Techgnosis, un libro fondamentale per conoscere la storia culturale di Internet, che offre una delle genealogie più acute dell’ideologia californiana;
Alcune questioni che mi stanno a cuore attorno alle menzogne che ci raccontiamo in quanto esponenti della classe creativa digitale.
Era la magia del software.
- Bill Gates, 11 settembre 2024, CNBC
Poco meno di un mese fa, il 21 maggio 2025, Brian Eno ha pubblicato una lettera aperta a Microsoft intitolata “Not in My Name”. È un testo piccolo che ha avuto un effetto grande su di me.
Dopo averlo letto sono successe tre cose: il musicista britannico ha traslocato dallo sgabuzzino che fino a poco prima aveva occupato nella mia testa; è riemerso un mio ricordo d’infanzia all’epoca terrificante, oggi esilarante; il genocidio in corso a Gaza ha assunto un significato diverso per me e per quelli come me, un senso a cui arrivo in ritardo.
Questo era quello che sapevo di Eno prima di imbattermi in quel post: negli anni ‘70 definisce il genere della musica ambient, ma è negli anni ‘80 che si attesta nell’Olimpo dei professionisti musicali. Produce i dischi della trilogia berlinese di David Bowie, album da classifica come Remain in Light dei Talking Heads e diverse hit degli U2 che hanno occupato a lungo il posto d’onore negli stereo di mia mamma e mia zia.
Nell’opera di Eno hanno sempre convissuto due istanze: quella dell’ex studente di pittura e musica sperimentale, intriso di cultura europea, coinvolto nel sistema dell’arte contemporanea, e quella dell’eminenza grigia del mainstream, del produttore che fornisce qualche grammo d’anima e una patina creativa in più alle stelle del pop britannico.
Nella prima metà degli anni ‘90, la dimensione mercenaria del suo lavoro assume un nuovo peso, ed è qui che la sua lettera mi ha stupito, anche se il fatto è arcinoto: il dipartimento creativo di Microsoft chiama Eno per fargli comporre lo scampanellio di avviamento di Windows 95, questo qua.
Il compositore descrive così il suo lavoro, il motivo per cui lo ha accettato e la ragione che ora lo spinge a protestare:
Millions – possibly even billions – of people have since heard that short start-up chime—which represented a gateway to a promising technological future. I gladly took on the project as a creative challenge and enjoyed the interaction with my contacts at the company. I never would have believed that the same company could one day be implicated in the machinery of oppression and war.
Eno parla del supporto fornito da Microsoft alla sorveglianza, alla pulizia etnica e alla distruzione che colpiscono la Palestina. Il legame tra la società fondata da Bill Gates e Israele è al centro di una lunga e approfondita inchiesta pubblicata da Associated Press (AP) il 18 febbraio 2025. Sia il compositore sia molti dipendenti di Microsoft contestano l’uso di Azure – la piattaforma cloud dell’azienda – nella scelta dei bersagli da colpire con Lavender, l’intelligenza artificiale dell’esercito israeliano.
Il massacro di tre ragazze palestinesi di 14, 12 e 10 anni e della sorella del giornalista radiofonico Samir Ayoub potrebbe essere stato frutto di un errore di questi sistemi d’arma autonoma. Un ufficiale legale di riserva dell’esercito israeliano con 10 anni di esperienza ha spiegato ad AP che, se prima per approvare un bombardamento era necessario un giorno di lavoro da parte di un team di 20 persone, oggi, grazie all’IA, vengono approvati centinaia di attacchi a settimana.
Eno conclude la sua lettera aperta con una proposta: donare i ricavi di quel jingle a chi supporta la causa palestinese. È un gesto degno di stima, fatto da una persona con grande visibilità. Mi interessa però un passaggio particolare di quella lettera, quello in cui Eno parla dell’incanto che in quegli anni ammantava le tecnologie digitali e le aziende che le producevano.
Non faccio alcuna fatica a capire la descrizione che Eno fa di quella melodia. Rileggiamola: “rappresentava un portale verso un promettente futuro tecnologico”. Quelle note hanno cominciato a suonare negli uffici e nelle case del mondo mentre nascevo io: sono mie coetanee. Erano davvero lo scricchiolio delle ante dell’armadio di Narnia, il cigolare dei cardini della botola di Alice. Non mi serve comprenderlo con la testa perché è una verità più profonda, conosciuta per istinto da chiunque abbia vissuto la propria fanciullezza tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Zero.
Quella meraviglia è nota a chiunque abbia vissuto il periodo storico in cui l’accesso a internet consisteva in una sedia di fronte a un grosso, pesante schermo, più profondo che largo, inamovibile sopra a una scrivania, mentre sotto sfiatava una torre di plastica. Avviare Windows per me significava entrare un’ora alla volta – il tempo a me concesso dal parental control – in un mondo fatato, a volte da incubo.
Il primo videogioco di cui ho memoria ha girato sul Windows 2000 di mio papà: si chiamava Heart of Darkness ed era uscito nel 1998. Non ci ho giocato neanche un’ora. Ci ho trascorso dentro soltanto il tempo di una lunga scena animata e due schermate: dopo che lo sventurato protagonista da me manovrato era stato squartato da un’ombra per mia imperizia, ho rimosso terrorizzato il cd-rom e l’ho nascosto nell’intercapedine tra il muro e lo specchio della camera di mio padre. Speravo, ma non ne ero del tutto certo, che i mostri non mi avrebbero fatto male, se li avessi intrappolati lì.
Il digitale confondeva immaginazione e realtà molto prima che ce l’avessimo sempre in tasca. È un’idea che ho trovato in un bellissimo libro su cui sono tornato di recente, Techgnosis di Erik Davis,1 che allarga la prospettiva: non solo è l’informatica, ma sono tutte le tecnologie di informazione e comunicazione – dalla scrittura alfabetica alla stampa a caratteri mobili – ad aver sprigionato nuove energie nella vita mentale del genere umano. Alimentavano un desiderio di trascendenza, la speranza che un giorno l’umanità si sarebbe potuta liberare dalla prigione di materia dell’hardware terrestre per trasmigrare nell’empireo di puro spirito del software.
Prima di sbarcare su Substack, Erik Davis ha vissuto da protagonista la stagione controculturale americana degli anni ‘90: fine studioso di Philip K. Dick, giornalista musicale, psiconauta. È stato anche uno degli ideologi – o almeno, dei commentatori e partecipanti più appassionati, dal 1994 – del Burning Man, l’evento che concentra nel deserto del Nevada hippie, visionari ma soprattutto impiegati e quadri delle grandi aziende tech californiane per nove giorni di sperimentazione anarchica, amore libero, droghe psichedeliche, musica elettronica e vestiario improbabile.
Davis è forse lo storico più sofisticato della nascita dell’ideologia californiana,2 la dottrina nata dalla fusione tra disordine creativo hippie e ordine manageriale yuppie in nome di una comune fiducia nel potere liberatorio della tecnologia. È da questo strano ibrido che derivano le app di mindfulness, l’hot yoga, gli avocado toast e un certo modo di considerarsi a sinistra molto popolare presso la mia generazione, improntato a un generico amore per libertà e diritti privo di conflitto, concentrato sul consumo - soprattutto culturale - come ambito privilegiato dell’azione politica. Ci tornerò tra qualche paragrafo.
Nel 1998 Techgnosis ricostruisce un pedigree antico e articolato per la nuova classe creativa del rampante capitalismo digitale statunitense. Era fatta di professionisti diversi dai baroni ladroni o dai padroni del vapore del capitalismo industriale, maschi attempati con la cravatta, la camicia bianca e il completo di flanella.
Steve Jobs aveva i jeans e il maglione a collo alto, non mangiava carne, praticava il buddhismo zen e votava i Democratici. I suoi antenati, per Davis, sono gli intellettuali di Alessandria d’Egitto nel I secolo dopo Cristo, che perseguivano la propria divinizzazione tramite la gnosi, un assemblaggio di mistica ebraica, culti misterici eleusini, magia dei numeri pitagorica e filosofia neoplatonica; o ancora i massoni nell’età moderna, liberali riuniti in società segrete che veneravano come santi laici i grandi benefattori del sapere umano come Galileo e Newton e che ebbero un ruolo di rilievo nelle rivoluzioni borghesi del lungo Ottocento.3
Techgnosis però non è un’agiografia dei benefattori del genere umano, perché mette in luce anche i lati oscuri della rivoluzione digitale. Già alla fine degli anni Novanta Davis criticava la monopolizzazione di internet e la paragonava alla nascita delle enclosures con cui in Inghilterra vennero privatizzati i terreni comuni.
Di recente la sua analisi è diventata più cupa. Il 6 maggio 2025, Davis traccia nella sua newsletter Burning Shore una storia diversa del nostro presente digitale, nella quale le basse esigenze del complesso militare-industriale americano sembrano aver influito molto più dello spirito ribelle e magico della gnosi. È una citazione molto lunga, ma vale la pena di riportarla tutta:
Call me old-school, but I find it hard to orient myself without a strong sense of historical context, particularly about the postwar geopolitical order installed after 1945, and its exceptionally influential imbrication of capitalism, culture, psychology, weirdness, and cybernetic technologies. Something truly strange entered the world in the 1940s, some fell pattern constellated by the CIA, LSD, ENIAC, the Macy conferences, the flying saucer, and even — at least if you believe Phil Dick — the gnostic gospels of Nag Hammadi. That’s one way to explain the many World War II flashbacks that intrude in our moment — the Nazi salutes of Musk and Bannon; Vance’s platforming of Germany’s extreme right-wing; the Holocaust discourse kicked up by Israel’s brutal pulverization of Gaza. As the global geopolitical order is dismantled, vengeful ghosts are loosed from the cage of the postwar pact4.
Sono confuse, informi, poco mediate, non c’è una chiusa edificante, solo il desiderio di parlarne insieme a qualcuno. Eccole: non sarà che le magnifiche sorti e progressive del capitalismo digitale – nel quale noi sovraistruiti non dobbiamo stare in fabbrica a produrre merci, ma anzi ci viene chiesto di scatenare la nostra creatività di fronte a uno schermo – non sarà che tutto questo era ed è sempre stata la foglia di fico di un ordine fondato sulla violenza, l’oppressione e lo sfruttamento tanto quanto quello di prima, ma con i cartoncini di LSD e i saluti al sole al posto dei sigari e del whisky dei precedenti dominatori del mondo?
Non sarà che la fantasia al potere ha semplicemente aumentato il potere di alcuni felici pochi a discapito degli infelici molti, in nome dei quali la classe creativa digitale crede di poter prendere parola? Non sarà che non siamo mai stati buoni, e che è ora di imparare a ragionare in termini materiali dopo decenni di imbambolamento in cui abbiamo creduto - io per primo - che parole come sfruttamento, capitale, lavoro fossero rottami fuori tempo massimo? Non sarà, insomma, che un mondo più giusto non si può consumare come un prodotto?
Non sarà che non ce ne siamo accorti perché anche noi vorremmo assomigliare a chi fornisce l’infrastruttura informatica con cui tre ragazzine palestinesi sono state ammazzate, e che la nostra complicità è più profonda, che la nostra adesione è più radicata? Noi e Brian Eno non avremmo potuto accorgerci che qualcosa non andava prima del primo genocidio della storia trasmesso in diretta streaming, prima che uno stato canaglia minacciasse di trascinarci nella terza guerra mondiale?
“The Internet Used to Be a Place”, un videosaggio
Vi siete mai chiesti da dove viene la foto del prato verde che occupava i monitor dei vostri computer Windows? Priscilla De Pace vi spiega da dove viene
Il 9 aprile 2025, il jingle di Brian Eno per l’avvio di Windows 95 è stato inserito nella Biblioteca del Congresso americano insieme alla colonna sonora di Minecraft
Il video della presentazione di Techgnosis che ho fatto a Genova, insieme alla traduttrice Francesca Massarenti per la rassegna di incontri culturali “Memorie del futuro”, organizzata da Alessandro Mantovani di Palazzo Bronzo e Alessandra Castellazzi di NERO
Uno degli ultimi incontri pubblici di Erik Davis, a Monte Verità, in cui offre una risposta piuttosto fantasiosa ma interessante alla domanda: perché tutto questo è successo in California?
Erik Davis, Techgnosis (1998), NERO, 2023, traduzione di Francesca Massarenti
John Dickie, I liberi muratori. Storia mondiale della Massoneria (2020), Laterza, 2021, traduzione di Fabio Galimberti
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