Andare al concerto di Ultimo a Tor Vergata non era nei piani. Non conosco le sue canzoni, conosco poco lui. E il concerto dei record con 250.000 persone è lo stereotipo di evento fuori dai miei radar di interesse.
Poi, pochi giorni fa, qualche pianeta si è allineato in maniera inaspettata e gentile e mi sono ritrovata con due biglietti. Sapendo della passione di mia nipote e di conseguenza di sua madre, li do a loro, penso.
Mia nipote mi risponde con un vocale di disperazione totale perché aveva già programmato una vacanza. Mia sorella, cinica, non ci pensa due volte: amen, andiamo noi.
E visto che ci vediamo poco e non capita quasi mai di stare insieme rilassate, mi convinco: e concerto di Ultimo sia.
Leggo cose di lui, provo ad ascoltare qualche canzone - a parte Piccola stella, non ne conosco mezza. Poi decido che invece era meglio andare senza preparazione, con orecchie, occhi e mente aperte a lasciarmi sorprendere. O a restare delusa, non era chissà quanto importante.
La cosa che davvero mi incuriosiva parecchio però, era capire cosa porta 250.000 persone a riunirsi in un posto per un cantante.
Il colpo d’occhio è impressionante, un tappeto di persone, non finiscono mai. Ci sono stata a concerti pop eh. Non è che frequento solo la musica classica.
Ma una roba del genere non l’avevo mai neanche immaginata e sto lì con la bocca semi aperta a fare video e foto, quelle cose che si fanno pensando di fermare il momento, di cristallizzarlo, sapendo però che poi resteranno nella gallery e non le rivedrai mai più. Ma devi farle, non si sa bene per quale motivo.
Nella fila davanti a me, un content creator mi ha sentito parlare e mi confessa che anche lui lo conosce poco e che non impazzisce per le sue canzoni ma non poteva perdersi l’evento, esserci. Bene, almeno siamo in due.
Pensando a mia nipote mi sento un po’ in colpa e decido di andare a prendermi il secondo spritz. Così come mi era venuto, il senso di colpa, passa al primo sorso. Allora torno in tribuna e mi riaccomodo smadonnando perché non c’era campo e quindi sarebbe saltato il mio piano di approfittare di queste 3 ore per finire l’articolo sulla riforma dei Conservatori.
Mentre mi agito per trovare un metro quadro in cui ci sia un minimo di 5G, un elicottero inizia a sorvolare la zona.
Fa un paio di giri e si ferma proprio sopra la gigantesca scritta Ultimo incastonata su una griglia che sovrasta il palco. È lui. Fa un altro giro, altra fermata e 250.000 teste guardano verso l’alto. Dico a mia sorella: mica si calerà tipo Spiderman? Faccio la splendida insomma, ma basta con questa adorazione e chi sarà mai.
Altri 30 minuti, cala il buio e si accendono le luci, inizia il concerto.
Non chiedetemi canzoni, scalette, non so nulla.
Quello che so è che un ragazzo solo, in jeans e maglietta, con il segno dell’infinito che campeggia ovunque, inizia a cantare senza mai fermarsi. Non si risparmia, scherza, parla, nessun effetto sul palco fine a se stesso. Solo un continuo dialogo tra lui e la sua tribù: 250.000 persone che con lui prendono fiato, urlano, sussurrano, saltano.
Tra le cose che avevo letto in questi giorni, c’erano i commenti ai suoi post. Osservare le dinamiche social è parte integrante della mia professione. Perché è dai commenti che si capisce il grado di coinvolgimento dei fan di un artista: più sono articolati, più la fan base è autentica, vera - dubitate sempre dei commenti con cuori, fuocherelli e valanghe di punti esclamativi.
E tra questi commenti, quello più frequente, era ringraziarlo per averli salvati.
Ascoltando le parole delle sue canzoni, capisco perché. Non c’è mai sovrastruttura nell’architettura di ciò che scrive, c’è verità, direzione, a volte poesia. È un dialogo alla pari con chi lo ascolta, come una serata a bersi una birra, che una volta parli di cazzate ma altre piangi.
Lo scambio tra Ultimo e la sua tribù immensa è talmente simbiotico che sono protagonisti del concerto nei mega ledwall.
Ma non come succede di solito, che il video è studiato per amplificare la portata dell’evento. Certo, anche qui ci sono grandi panoramiche del drone, e vorrei vedere, obiettivamente è da togliere il fiato la marea di braccia alzate al cielo: ma è tutto funzionale al racconto, con bambini che cantano, coppie che si baciano e amici che saltano.
La folla diventa uno. E quell’uno è Ultimo.
Sì perché troppo semplice dire che la musica unisce. La musica, da sola, non unisce niente: è chi quella musica la fa che unisce.
Chi racconta la sua storia e ti tiene il posto: perché è anche la tua.

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