In un villaggio rurale spagnolo una coppia di francesi decide di riattare dei ruderi con la prospettiva di realizzare un agriturismo. La popolazione locale però non vede di buon occhio la loro presenza. In particolare due fratelli, proprietari di una piccola fattoria confinante con la loro, non sopportano il fatto che i due non votino a favore dell'installazione di impianti eolici nell'area circostante. Le irrisioni prima e le minacce esplicite poi si fanno sempre più temibili.
Perché Sorogoyen si conferma maestro di tensione, una tensione costante e snervante, che pare non dover esplodere mai e quando esplode lascia senza fiato. Perché ci racconta in modo mirabile l’incomunicabilità fra due mondi opposti, quello degli acculturati, civilizzati, emancipati - fondamentalmente i buoni - e quello degli ignoranti, bestiali, primitivi - fondamentalmente i cattivi. Perché il punto sta proprio in quel “fondamentalmente”, nel ribaltamento del punto di vista che a un certo punto il regista pare costringersi e costringerci a fare, insinuando che forse i buoni sono in realtà solo degli intellettuali arroganti che giocano a fare i contadini, mentre i contadini veri non sono altro che gente misera senza nessun’altra scelta che quella di diventare cattivi. Perché dopo il fallimento del mondo maschile, dove il conflitto degenera in violenza, il regista pare affidare a quello femminile la speranza di un possibile perdono, forse persino di un dialogo. Perché anche quest’ultima resta un’ipotesi sospesa, senza un vero finale, senza una vera catarsi, solo una montagna nebbiosa dove ciascuno, personaggi e spettatori, deve sforzarsi di scorgere l’altro, il diverso, e provare a reprimere l’istinto di ammazzarlo.
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