Seconda e ultima puntata
L’amico del Bimbo si chiama Paride Prampolini e lì da lui, a casa sua, io gli racconto tutta la storia: il sindaco, l’esproprio, le carte. Poi parla il Bimbo, e anch’io ascolto per la prima volta il piano che c’ha in testa. Quando finisce di spiegarcelo, io e Prampolini lo guardiamo con gli occhi spalancati. Quel piano è una mattata, gli diciamo, una follia totale. Per cui ci piace. Il Bimbo sorride. L’unica cosa, dice a Prampolini, sarà convincere i tuoi figli. Per quello non c’è problema, risponde Prampolini. I miei figli, dice, son compagni prima che ciclisti.
Così arriva il giorno della tappa del Giro d’Italia che finisce sulla cima della nostra montagna, la stessa dove c’avevo il prato che m’ha espropriato il sindaco. La nostra montagna è l’ultima che devono scalare quel giorno, i ciclisti. Prima ne han scalate altre tre. L’ultima salita, quella che finisce sulla cima della nostra montagna, è una salita bestiale, venti chilometri e un dislivello di millecinquecento metri. Quando la salita comincia, davanti a tutti c’è la maglia rosa, un americano del Texas che sembra un marziano, insieme a un gruppetto di fuggitivi. Hanno spaccato la corsa: i primi inseguitori sono a venti minuti. Attilio Prampolini, il figlio di Paride, ha fatto il suo dovere: ha tenuto bene ed è appena dietro agli inseguitori, a circa mezz’ora dalla maglia rosa. M’importa ’na sega, a me, del Giro d’Italia. Però, per fare quello che abbiamo fatto, ho dovuto imparare come funziona.
Al Giro d’Italia, le telecamere inquadrano solo i fuggitivi e i primi inseguitori. Gli altri non li inquadrano mica. Gl’importa ’na sega, del resto del gruppo. Così nessuno se lo fila quando Attilio, arrivato al punto convenuto, ferma la bici, scende, la lascia in strada e sparisce dietro un cespuglio. Quello che torna indietro, subito dopo, che riprende la bici e che riparte, non è mica più Attilio, ma Ernesto, suo fratello. Quello che gli piace più la figa che la bici, altrimenti sarebbe un fenomeno.
Ernesto inizia a pedalare e si mangia subito la strada. Gli altri han cinque ore di corsa sul groppone, lui invece è fresco come una rosa. Ernesto è da mesi che si allena come un pazzo su quella salita proprio per fare quello che sta per fare. S’è dimenticato perfino della figa, in quei mesi.
Suo padre, il Bimbo e io siamo a casa mia, incollati alla tivù. Quando Ernesto raggiunge i primi inseguitori, i telecronisti si accorgono di lui e lo scambiano per Attilio, dato che è vestito uguale ed è uguale, perché è il suo gemello sputato. All’inizio non gli danno mica grande importanza, si limitano a registrare la sua presenza. Poi, quando Ernesto stacca anche gli inseguitori e si lancia da solo verso i fuggitivi, guadagnando minuti su minuti, i telecronisti iniziano a urlare il suo nome, o meglio quello del fratello: Attilio Prampolini, gridano, Attilio Prampolini. Il padre, commosso, ci dice che non aveva mica mai sentito gridare il nome del figlio in tivù. E che si tratti non di Attilio ma di Ernesto, a lui, come a me e al Bimbo, c’importa ’na sega.
Quando Ernesto sta per raggiungere la maglia rosa, ormai a un solo chilometro dall’arrivo, i telecronisti, i tifosi in strada e quelli davanti alla tivù son già tutti impazziti. L’italiano sconosciuto sta puntando l’americano, va a velocità quasi doppia, lo aggancia, lo sorpassa a venti metri dal traguardo, vince. M’importa ’na sega, a me, delle vittorie. Ma stavolta urlo anch’io, felice come un bambino. Anche se la parte più importante del nostro piano deve ancora arrivare.
I giornalisti assediano Ernesto, i microfoni e le telecamere lo circondano. Ed è allora che Ernesto, per tutti Attilio, fa la sua dichiarazione. Dedico la vittoria a Giuseppe Secchia, dice. Giuseppe Secchia sono io. Giuseppe Secchia, dice Ernesto in diretta televisiva nazionale, è un ex partigiano che qui vicino, su questa montagna, c’aveva un prato. Poi è arrivato il sindaco del paese, un fascista, dice Ernesto, e gliel’ha portato via con un esproprio mica regolare, per costruire una funivia mica a norma, truccando la gara d’appalto. Ci son le prove, dice Ernesto. I giornalisti restano muti e pietrificati. La regia si affretta a mandare in onda la pubblicità. M’importa ’na sega, a me, della pubblicità. Ma quando arriva, stavolta, è una festa.
Attilio ed Ernesto son stati squalificati a vita dal ciclismo. Li han pure processati e condannati a un anno di carcere per frode sportiva, pena poi sospesa perché erano incensurati. Oggi Attilio fa l’operaio ed Ernesto il barista. La gente lo ricorda ancora come quello che in bici ha battuto l’americano.
L’ormai ex sindaco di questo buco di paese, invece, la sua bella condanna per abuso di potere, turbativa d’asta e associazione a delinquere se l’è presa tutta sul groppone, e ora si fa il carcere che meritano tutti i fascisti di merda.
Attilio ed Ernesto han sempre detto di aver agito di loro iniziativa. Gli sbirri da me ci son venuti, m’hanno interrogato per sapere se ero coinvolto, m’han minacciato, ma alla fine ne sono uscito pulito. La funivia è stata smantellata e io ho riavuto indietro il mio prato. C’ho piantato due abeti rossi. Uno l’ho chiamato Attilio e l’altro Ernesto.
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