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Technicismi · May 24, 2026

Un paio di pensieri (entusiasti) sull'AI

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Riccardo Bassetto · Technicismi

La storia della settimana

Al 501 East Middlefield Road di Mountain View, oggi un cartello indica la sede di Gen, multinazionale che sviluppa software di cybersecurity. Ma nel 1995, in quello stesso edificio, aveva sede Netscape (la startup di Marc Andreessen e Jim Clark, di cui ho raccontato la storia in questo episodio di Technicismi).

Il 21 giugno di quell’anno, in una delle sale riunioni di quell’edificio, avviene un meeting che passarà alla storia: da una parte ci sono i dirigenti di Microsoft, dall’altra quelli di Netscape.

Netscape è una “startup” che sta crescendo velocemente: ha da poco lanciato Navigator, il primo web browser di successo della Storia e si sta mangiando tutto il mercato. È un software fresco, è veloce, è gratuito per gli studenti e costa solo qualche decina di dollari per tutti gli altri.

All’epoca ci si era resi conto che un browser non era solo “un programma che apre pagine web” ma poteva arrivare a sostituire direttamente i sistemi operativi: al suo interno sarebbero girati i programmi, le applicazioni, i giochi etc. Questa citazione di Marc Andreessen la diceva lunga…

Microsoft, invece, è già un’azienda gigantesca: sviluppa Windows, il sistema operativo che gira sul 90% dei computer del mondo. Ma un browser non ce l’ha ancora ed è terrorizzata che la previsione di Andreessen si avveri.

In quella riunione quindi Microsoft propone a Netscape di continuare a vendere Navigator ovunque (sui Mac, sui computer Unix, sulla vecchia versione di Windows, la 3.1). Ma di non sviluppare niente per Windows 95, la nuova versione in uscita tra agosto e settembre (e di cui Microsoft si aspetta di vendere centinaia di milioni di copie).

Netscape, ovviamente, non accetta. Rinunciare a un browser vero su Windows 95 significa rinunciare al sogno di creare quella piattaforma alternativa.

A quel punto Microsoft accelera. Due mesi più tardi, ad agosto 1995, lancia Internet Explorer gratis e già preinstallato su Windows 95, una mossa che taglia a Netscape ogni possibilità di ricavare entrate dal proprio browser. Ma non solo: Microsoft costringe i produttori di computer a non installare Navigator.

In una riunione con Intel, Paul Moritz, VP di Microsoft, dice che “bisogna togliere l’ossigeno” a Netscape, regalando Internet Explorer gratis dentro Windows finché il modello di business del concorrente non collassa.

Come dirà qualche anno dopo Jim Barksdale, CEO di Netscape: “Non ero mai stato in una riunione, in 33 anni di carriera, in cui un concorrente avesse implicato in modo così sfacciato che dovevamo o smettere di competere con lui, o ci avrebbe ammazzati”.

A quel punto, a maggio 1998, il governo federale degli Stati Uniti fa causa a Microsoft Corporation. L’accusa è che Microsoft avrebbe “usato il suo potere monopolistico per costruire un cappio sul software di browser necessario per accedere a internet”.

Parte uno dei processi più importanti nella storia degli Stati Uniti. Per tredici settimane le pagine economiche dei giornali americani aprono con Microsoft. CNN manda aggiornamenti quotidiani. E dal processo escono informazioni decisive su come la tecnologia sta cambiando la vita delle persone e su cosa stiano davvero progettando le tech companies.

Il primo giorno, l’avvocato dell’accusa David Boies proietta su uno schermo gigante gli spezzoni più devastanti di un interrogatorio di 3 giorni fatto a Bill Gates ad agosto di quell’anno nella sede Microsoft di Redmond. Trenta ore di videoregistrazione che poi, anche queste, passeranno alla Storia.

Poi cominciano a uscire altri documenti incredibili. In una riunione dell’aprile 1997 tra Apple e Microsoft sulla possibile dismissione di QuickTime a favore di un software Microsoft, Peter Hoddie di Apple chiede ai manager di Redmond perché gli stessero chiedendo di “knife the baby”, coltellare il bambino.

Nell’aprile 2000 il giudice Thomas Penfield Jackson dichiara Microsoft colpevole. Due mesi più tardi ordina la divisione dell’azienda in due: una società per il sistema operativo, una per le applicazioni.

Ma a quel punto succede qualcosa di straordinario. Nel frattempo Jackson aveva rilasciato interviste ai giornalisti durante il processo, aveva fatto battute su Gates, aveva paragonato Microsoft a una gang di trafficanti di droga. Il 28 giugno 2001, quindi, una corte d’appello federale annulla all’unanimità la divisione di Microsoft perchè, nonostante l’azienda avesse violato le leggi antitrust, il giudice del processo aveva operato con negligenza facendo commenti dispregiativi durante e dopo il dibattimento.

La “cattiva condotta” del giudice salva Microsoft dalla divisione. E quello resta, ancora oggi, forse il primo processo davvero mediatico per un’azienda tech.

Questa settimana, invece, si è chiuso il processo tra Elon Musk e OpenAI. Un processo molto diverso da quello a Microsoft: niente antitrust (almeno non in maniera diretta), ma un soggetto privato, Elon Musk, contro un altro soggetto privato, OpenAI.

È stato però uno dei processi più mediatici di sempre e le ragioni sono evidenti: da un lato c’era Elon Musk, l’uomo più polarizzante del nostro tempo, dall’altro OpenAI, l’azienda di cui più si parla oggi. E in ballo c’era il futuro dell’AI, la tecnologia che oggi ci fa più paura.

Soprattutto, era un processo “facile”: Musk accusava OpenAI di aver tradito la sua missione originaria. Nata come no profit per sviluppare in sicurezza la tecnologia più importante degli ultimi trent’anni, si sarebbe trasformata in una for profit che da quella stessa tecnologia, destinata a travolgere la nostra socialità, l’apprendimento, il lavoro e ogni altro aspetto dell’umanità, trae beneficio diretto.

Facile capirne il perimetro. Molto più difficile stabilire chi fossero i buoni e chi i cattivi.

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Poco prima dell’inizio del Processo, Elon Musk ha scritto un messaggio a Greg Brockman, Presidente di OpenAI, proponendogli di accordarsi in maniera extragiudiziale dicendogli che “entro la fine della settimana, tu e Sam Altman sarete le persone più odiate d’America”

E in effetti nemmeno la giuria ha chiarito il merito della questione. Semplicemente ha dato ragione a OpenAI solo perchè Musk avrebbe aspettato troppo a fare causa.

Le tre settimane di testimonianze e i documenti emersi, però, sono interessantissimi per chi, come me e te, è appassionato di questi temi perché restituiscono un racconto dei protagonisti molto più autentico. Email in cui nel 2017 i dirigenti di OpenAI temevano che Musk potesse “diventare un dittatore”. Il diario personale di Greg Brockman. I messaggi di Altman durante i giorni in cui fu buttato fuori dalla sua azienda. La conferma dei colloqui di fusione tra OpenAI e Anthropic in quegli stessi giorni.

Esattamente come nel processo a Microsoft, i dettagli emersi raccontano uomini e intrighi molto più complessi, e molto più umani, di quelli che ti aspetteresti.

La cosa forse più assurda di tutte è il diario di Greg Brockman. Brockman comincia la sua carriera nel 2010 in Stripe, oggi una delle aziende non quotate più grandi del mondo, perché è amico di Patrick Collison, uno dei due fratelli cofondatori. Ne diventa subito CTO e che fosse un tipo particolare lo si capisce subito da un dettaglio: risponde a ogni mail entro 5 minuti (ah, beato lui!).

Nel 2015 lascia Stripe e insieme a Sam Altman e Elon Musk fonda OpenAI, diventandone Presidente. Insomma, durante il processo si scopre che a partire dal 2010 aveva aggiornato sul suo computer aziendale un diario personale che raccoglieva un mix di vita personale, appunti di riunioni, chiamate e pensieri vari.

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Questo è forse il passaggio più assurdo, non solo perché emergono i suoi dubbi su Elon Musk ma soprattutto perché Brockman riflette con se stesso in che modo sarebbe riuscito a diventare miliardario. È uno che fa i conti con il suo stipendio e il bonus

Sul banco dei testimoni Brockman viene incalzato senza riuscire davvero a giustificarsi. Dice comunque di aver smesso di scrivere di OpenAI nel suo diario dal 2023, senza spiegare il perché.

E poi ci sono i 78 messaggi che Sam Altman scambia con Mira Murati, CTO di OpenAI, nelle 14 ore tra la sera di domenica 19 novembre e la mattina di lunedì 20 novembre 2023, dopo che il Board lo aveva rimosso da CEO dell’azienda. Da cui ne emerge iper vulnerabile, in ansia per aver perso il lavoro e con il capo (Microsoft) che lo incalza per avere delle risposte.

In realtà si scopre che Mira Murati e Ilya Sutskever, Chief Scientist di OpenAI, avevano fornito al Board tutti gli elementi per licenziare Sam Altman.

Sutskever conferma anche di aver preparato, su richiesta del Board, un documento di 52 pagine che raccoglieva le prove della disonestà di Altman, il suo capo dell’epoca, incluso il fatto che mettesse i manager dell’azienda l’uno contro l’altro.

Pochi giorni prima del processo era uscito questo lungo profilo su Sam Altman in cui vengono riportati alcuni suoi atteggiamenti non propriamente corretti all’interno dell’azienda

Emerge poi una figura ambigua in questa storia: Shivon Zilis, madre di 4 figli di Elon Musk (i gemelli Strider e Azure, la figlia Arcadia e il maschio Seldon Lycurgus) e advisor di OpenAI, quindi con un filo diretto in azienda anche dopo che Musk se ne era andato.

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In questo scambio Sam manda a Shivon lo screenshot di un messaggio ricevuto da Elon Musk. Musk si dice infastidito dalla nuova struttura di OpenAI — quella a profitto “cappato”, che aveva appena raggiunto una valutazione di $20 miliardi. Secondo Musk è ingiusto non avere quote, dato che, di fatto, l’azienda all’inizio l’aveva finanziata lui. Poi Altman manda in revisione a Shivon il messaggio di risposta a Musk in cui emerge che OpenAI gli aveva in realtà offerto delle quote e che era stato lui a non accettarle. Per Musk questo diventa un punto d’attacco: è la prova che l’azienda operava già come una for profit ancor prima della trasformazione.

In ogni caso Shivon Zilis aveva un legame speciale con Musk da una parte e un rapporto con OpenAI dall’altra. Anche quando Musk decide di fondare xAI, in diretta competizione con OpenAI:

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Questo è un messaggio un po’ frustrato che Shivon scrive a un’amica dopo che Elon (“E” nel messaggio qui sopra) lancia xAI, diretto competitor di OpenAI

Infine c’è stato anche spazio per Microsoft e in particolare per il suo CEO Satya Nadella. Anche qui emerge un memo straordinario del 2022 in cui lui scriveva di temere che Microsoft sarebbe diventata la prossima IBM mentre OpenAI sarebbe diventata la prossima Microsoft. Ognuno ha i propri grattacapi.

Il processo si è concluso con un nulla di fatto. Ma credo abbia avuto due conseguenze fondamentali.

La prima è aver distratto ancora di più OpenAI. L’azienda era in balia degli eventi: a dicembre era stato annunciato un “codice rosso” interno che prevedeva una nuova riorganizzazione, un cambio nel management e un focus maggiore sui prodotti B2B legati al coding (a spese di altri, come Sora, che invece sono stati completamente dismessi). Nel frattempo l’azienda stava preparando una delle quotazioni in Borsa più grandi di sempre.

Le 3 settimane di processo, a cui Sam Altman e Greg Brockman hanno partecipato di persona a Oakland, e le settimane di preparazione che le hanno precedute, hanno avuto un impatto significativo sull’allocazione delle energie dell’azienda.

E questo non può che aver rafforzato la posizione di Anthropic, sempre più leader nella corsa all’AI. Anthropic sta per chiudere un nuovo round da $30 miliardi che la valuta $900 miliardi e nelle ultime quattro settimane ha annunciato una nuova joint venture con Goldman Sachs e Blackstone, una partnership da 220mila GPU con SpaceX e rilasciato Claude Design, Claude for Small Business e una serie di agenti per il settore della finanza. E, come se non bastasse, la prossima settimana aprirà pure un ufficio a Milano.

La seconda conseguenza, ancor più importanti, è che credo possa aver rafforzato i timori nei confronti dell’AI.

Un paio di settimane fa, in un episodio di Technicismi avevo ripreso un paio di report che indicavano come e quanto le persone usassero l’AI.

C’è una cosa che non emerge in maniera così chiara da quei report: la metà degli italiani è più preoccupata che entusiasta dell’IA, il livello più alto al mondo. Meno di un italiano su due si dichiara entusiasta dei prodotti e servizi che usano l’IA. Solo il 12% esprime piena fiducia nell’IA generativa. Solo il 7% dichiara di conoscere davvero la materia. Quattro lavoratori italiani su dieci si sentono sostituibili da macchine o intelligenza artificiale. Il 77% dei lavoratori si dichiara seriamente preoccupato. L’82% ritiene necessaria almeno una misura di controllo sull’IA per contenere la disinformazione.

Come scriveva Ed Elson nella sua newsletter qualche settimana fa, questi dati non ci stanno dicendo che nessuno vuole l’AI ma solo che l’AI è molto più impopolare di quanto la maggior parte delle persone immagini. La cosa interessante è che questa situazione è quasi opposta rispetto all’arrivo di Internet, accolto invece con grande entusiasmo.

E questo, per quanto paradossale, vale soprattutto per i giovani e per i neolaureati, quelli tradizionalmente più pronti ad adottare le nuove tecnologie.

La scorsa settimana, l’ex CEO di Google Eric Schmidt ha tenuto il commencement speech all’University of Arizona. Prima ancora di cominciare gli studenti hanno iniziato a fischiare. Quando ha detto che la vera domanda non è se l’AI cambierà il mondo ma come loro contribuiranno a darle forma, le grida hanno quasi coperto il microfono. È stato costretto a fermarsi per qualche secondo, in un imbarazzo totale.

Non è un caso isolato. Una settimana prima, alla Middle Tennessee State, gli studenti avevano fischiato Scott Borchetta, CEO di Big Machine Records, quando aveva detto loro che “l’AI sta riscrivendo la produzione mentre siamo qui seduti”. Alla University of Central Florida era successo lo stesso a Gloria Caulfield. Stessa scena al Glendale Community College, in Arizona.

Quegli studenti erano matricole nel 2022 quando uscì ChatGPT e ora stanno entrando in un mercato del lavoro che non è più quello che si aspettavano quando si sono iscritti.

Il processo Musk vs OpenAI ha amplificato per quanto possibile l’idea che l’AI sia governata da un gruppo di freddi uomini capitalisti che non hanno alcun interesse nell’umanità ma cercano solamente un arricchimento personale.

Il problema potrebbe non essere l'AI in sé ma chi la racconta e come. Finché continueremo a raccontare questa tecnologia come una lotta di potere tra miliardari irraggiungibili, de-umanizzati, che tramano piani segreti alle alle spese di milioni di persone che perdono il lavoro, le platee continueranno a fischiare.

In questo articolo, secondo me, ne escono molto più umani. Sono persone consapevoli di lavorare a una tecnologia stravolgente ma di fatto hanno le stesse paure che abbiamo noi in ufficio, sono ossessionati dalle stesse cose, hanno capi e colleghi che cercano di fargli le scarpe in continuazione e, alla fine, sono vulnerabili tanto quanto lo siamo noi.

Se ti piace questa visione “alternativa”, ti consiglio questi articoli di Technicismi:

E ricorda che essere ottimisti ha sempre ripagato!

Questo episodio è supportato da Qonto

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Le cose più interessanti che ho letto, ascoltato e guardato questa settimana:

  • Le auto europee realizzate in Cina [Financial Times]: questa settimana sono stato ospite a un evento di Google a Londra (probabilmente il migliore a cui abbia mai partecipato) e, insieme a due veri ninja del podcast (Mishal Husain di Bloomberg e Matthieu Stefani di GDIY), abbiamo parlato anche di tecnologia cinese, ovviamente citando il settore automotive. Questo articolo del Financial Times fa un bel deepdive sul rapporto dei produttori occidentali con il mercato dell’auto cinese

    Io, Mishal e Matthieu nella sessione di News Review
  • Una visita dentro Replit [Marcello Ascani]: Replit è una delle aziende di AI più grandi della Silicon Valley e alla sua guida c’è Michele Catasta, uno che l’AI la capisce davvero. Interessante soprattutto la sua visione sull’”apocalisse del software”

  • La exit di Flatmates [Marcello Ascani]: doppio plug per Marcello che ha tirato fuori un video straordinario in cui racconta nei dettagli la vendita della sua azienda. Non mi è mai capitato di vedere su YouTube un video così curato su come funziona vendere un’azienda, quanto ha guadagnato, cosa succede ora etc. Sullo stesso tema, il suo socio Michele ha pubblicato una newsletter interessante

  • L’analisi del CEO di Cloudflare sui ruoli sostituiti dall’AI [Wall Street Journal]: Matthew Prince è uno dei CEO più influenti nel tech. In questo articolo divide i ruoli aziendali in tre categorie: i builder (chi crea il prodotto), i seller (chi lo vende) e i measurer (revisori, contabili, middle manager, responsabili della compliance, etc). Cloudflare pianifica di licenziare i measurer, i ruoli operativi e amministrativi che oggi l’AI può gestire meglio e a costi inferiori. Allo stesso tempo, assumeranno sempre più builder e più seller.

  • I numeri di SpaceX sono peggiori di quanto pensi [Actually]: nell’ultimo episodio di Technicismi mi sono divertito molto. Abbiamo parlato di Elon Musk e dell’IPO di SpaceX, la più grande della Storia, che potrebbe creare un’enorme ricchezza (per Musk e per gli investitori) o, magari, essere l’ago che fa scoppiare la bolla

  • La storia di Vanguard [Acquired]: Acquired l’ho già consigliato tantissime volte, è uno dei podcast con più qualità e pensiero che io abbia mai ascoltato. Sono a metà della storia di Vanguard, una tra le azienda che più ha contribuito alla creazione di benessere nel mondo

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