Ripensando ad alcuni passaggi della mia vita e vedendo le persone intorno a me , anche quelle che io conosco da sempre, mi rendo conto che ci sono due modi molto diversi di attraversare la vita.
Il primo consiste nel guardare avanti. Il secondo nel guardare indietro.
Potrebbe sembrare una semplificazione, ma forse molte delle nostre scelte, delle nostre paure e perfino dei nostri sogni nascono proprio da questa differenza.
Alcune persone vivono esplorando le infinite ramificazioni del futuro, altre cercando di trattenere quanto basta del passato per riempire quello che percepiscono come un vuoto. Non sto parlando di ottimisti e pessimisti, sto parlando di qualcosa di più profondo, di come interpretiamo lo spazio sconosciuto che si apre davanti a noi.
Quante volte io per prima mi sono trovata sul bordo di una radura, alle mie spalle il sentiero già percorso, davanti a te una nebbia leggera. Non vedo dove porta la strada, non so chi incontrerò e nemmeno cosa perderò. E neppure cosa nascerà eppure devo continuare a camminare. È la condizione umana, nessuno conosce davvero il futuro eppure ciascuno di noi sviluppa una propria strategia per convivere con questa incertezza.
C’è chi considera quella nebbia un luogo pieno di possibilità e chi invece la percepisce come un vuoto inquietante da colmare.
Per chi appartiene alla prima categoria, il vuoto non è assenza, è potenzialità è il grembo invisibile di ciò che ancora non esiste. Un seme sotto terra, una pagina bianca, una stanza vuota pronta ad accogliere ospiti, un silenzio prima della musica.
Per queste persone la domanda fondamentale è: Che cosa potrebbe nascere da qui?
Il loro sguardo non cerca conferme ma possibilità.
Forse io sono così, non mi aggrappo a ciò che è stato, preferisco ascoltare ciò che vuole emergere. Non vivo nell’attesa che il futuro confermi il passato ma nell’attesa che il futuro mi sorprenda. Si, forse io vivo così.
Poi esiste un altro modo di stare al mondo, molto più diffuso di quanto immaginiamo.
Consiste nel raccogliere continuamente frammenti del passato per costruire una sensazione di continuità. Le vecchie abitudini, le vecchie convinzioni, i ruoli che conosciamo, le storie che raccontiamo su noi stessi, le ferite, i successi, le identità.
Tutto ciò che permette di dire: “Questa/o sono io.”
In fondo non c’è nulla di sbagliato, senza memoria non esisterebbe la nostra storia, senza radici non esisterebbe l’albero.
Il problema nasce quando le radici smettono di nutrire e iniziano a trattenere, quando la memoria non serve più a ricordare chi siamo stati, ma a impedirci di diventare altro, quando il passato occupa tutto lo spazio disponibile, quando non lasciamo più alcun posto al nuovo.
Forse ciò che chiamiamo crisi nasce proprio qui. Quando la vita ci chiede di lasciare andare qualcosa e noi continuiamo a stringerlo: un lavoro, un amore, un’immagine di noi stessi, una certezza, una convinzione, un sogno che non ci appartiene più.
La vita crea spazio e c’è chi cerca subito di riempirlo.
La vita apre una porta e c’è chi corre subito a richiuderla.
La vita costruisce un vuoto e c’è chi lo interpreta come una perdita.
E se invece quel vuoto fosse un invito? Se non fosse un difetto della realtà ma una sua caratteristica essenziale, il luogo stesso della creazione?
In fondo la realtà è questa: tutto ciò che è nuovo nasce sempre da uno spazio vuoto.
Una casa viene costruita perché prima c’era uno spazio libero, una parola nasce dal silenzio, un incontro inatteso nasce da un tempo non programmato, un quadro nasce da una tela bianca. Ogni nascita richiede uno spazio che prima non esisteva.
La vita sembra avere bisogno del vuoto per manifestarsi eppure noi passiamo gran parte del nostro tempo cercando di eliminarlo, forse perché confondiamo il vuoto con la solitudine, l’abbandono, la mancanza, la morte.
Ma il Vuoto autentico non è mancanza, è disponibilità a nuove aperture. È uno spazio che non è ancora stato occupato, una stanza con le finestre aperte, un campo prima della semina, un foglio bianco.
Forse la mia età matura mi sta offrendo anche questo privilegio, dopo aver accumulato esperienze, conoscenze, successi, delusioni e ricordi, sento che sia per me il momento di fare un gesto controcorrente. Smettere di aggiungere e iniziare a sottrarre. Non riempire più e iniziare a liberare. Mi sto rendendo conto che è terminato il tempo del trattenere ed è arrivato quello di asciare spazio.
Per molti anni ho costruito, raccolto, definito, consolidato.
Ora la vita sembra sussurrarmi una domanda diversa: Quanto spazio sei disposto a lasciare all’imprevedibile?
E lo so che, almeno per me, non si tratta di scegliere tra passato e futuro. Sarebbe troppo semplice. Le radici sono necessarie, la mia recente formazione di Costellatrice mi ha ricordato e mio ricorda che senza memoria non esiste saggezza e senza esperienza non esiste discernimento. Ma anche che le radici hanno uno scopo preciso, non servono a trattenere l’albero sottoterra ma a permettergli di crescere verso il cielo.
Mi piace allora pensare che ora per me sia il momento di conservare dal passato ciò che mi nutre e lasciare andare ciò che mi pesa, di fare spazio a ciò che vuole nascere.
Forse è questa l’arte. Forse è questa la vera maturità.
E allora ti lascio una domanda. Quando senti quel vuoto dentro di te — quello che a volte compare nei cambiamenti, nelle attese, nelle perdite, nei passaggi della vita — che cosa vedi davvero? Un’assenza da colmare? O uno spazio sacro da cui qualcosa di nuovo sta cercando di emergere?
Perché la risposta che dai a questa domanda potrebbe determinare il modo in cui vivrai il resto del tuo cammino. E forse anche il modo in cui permetterai al futuro di incontrarti.

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