"I confini della psiche non li potrai mai trovare per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos."
— Eraclito
Ci sono frasi che ci raggiungono nel momento giusto della vita, le leggiamo e sentiamo che parlano di noi, anche se sono state scritte migliaia di anni fa.
Quando ho incontrato questo frammento di Eraclito ho pensato immediatamente alla giovane donna che ero quarant’anni fa, una donna che viveva le sue prime crisi di panico e che avrebbe dato qualunque cosa pur di trovare i confini della propria sofferenza. Perché quando soffriamo, la prima speranza è che il dolore abbia un limite, che ci sia un fondo, che esista una porta da aprire per uscirne. Che qualcuno sappia indicarci la strada.
In quegli anni mi sentivo una vittima sacrificata da una serie di assurdi carnefici: tutti, ai miei occhi, sembravano avere una responsabilità, le circostanze, le persone che avevo accanto, gli eventi della mia vita. Continuavo a puntare il dito. E quando non trovavo un colpevole, cercavo un salvatore. Pensavo che da qualche parte esistesse qualcuno capace di dirmi che cosa fare, qualcuno che avrebbe trovato la soluzione, qualcuno che mi avrebbe restituito la serenità che sentivo di avere perduto.
Non capivo ancora che stavo cercando fuori ciò che mi stava chiamando da dentro.
Oggi, guardando indietro, non direi che ho scelto volontariamente quelle crisi di panico, sarebbe troppo semplice e forse anche ingiusto verso la donna spaventata che ero allora. Ma posso dire che quelle crisi contenevano una chiamata che non avevo ancora imparato ad ascoltare.
Erano una lettera scritta in una lingua sconosciuta, un messaggio che continuavo a considerare un nemico.
Per anni ho creduto che il mio problema fosse la paura, poi ho scoperto che il problema era il controllo. Volevo capire tutto. Prevedere tutto. Gestire tutto. Sapere dove stavo andando, perché stavo andando, quale sarebbe stato il risultato.
Ma la vita, a volte, ci conduce in territori dove la mente non possiede mappe.
Si sta mescolando ora in questi miei ricordi la mia vicenda con quella della protagonista del mio romanzo “Stavolta sarò femmina”: anche lei aveva iniziato le sue mirabolanti imprese da una potente crisi di panico, lei la novella Cristo che sceglie di rinascere come donna. Quello che leggi nei prossimi paragrafi lo racconta lei, Maria Luce, certamente la Maria Luce che c’è in me, che io sono.
Ricordo un episodio che per me è stato decisivo.Un giorno comparve misteriosamente sulla mia scrivania un pacco. Non ricordo nemmeno se all’epoca mi interrogai troppo sulla sua provenienza. Quello che ricordo è l’indirizzo. E ricordo una voce. Una voce silenziosa ma inequivocabile. “Vacci.” Nient’altro. Non una spiegazione, una garanzia, una promessa, uin consiglio.
Solo: “Vacci.” Oggi sembra una cosa da poco. Ma per la persona che ero allora rappresentava una rivoluzione. Perché io ero abituata a chiedere spiegazioni, a raccogliere informazioni, a controllare, a capire prima di agire.
Quella volta no. Quella volta seguii semplicemente quel richiamo senza sapere esattamente perché, senza sapere dove mi avrebbe portata nè cosa stessi facendo.
Per la prima volta avevo lasciato andare il controllo. Non me ne rendevo conto, ma qualcosa stava cambiando.
E cosa c’era dentro a quel pacco? Beh, vale la pena leggere “Stavolta sarò femmina” per saperlo..
Molti anni dopo ho pensato che forse Eraclito avrebbe chiamato quella voce “logos”. Una parola difficile da tradurre. Ragione. Ordine. Significato. Intelligenza nascosta della vita.
Qualunque significato scegliamo, il logos sembra indicare qualcosa che esiste al di sotto dei nostri pensieri abituali, una sapienza che ci attraversa, una corrente sotterranea, una direzione.
E forse la psiche è così profonda proprio perché non coincide con ciò che sappiamo di noi stessi. Pensiamo di essere la nostra storia poi scopriamo che siamo molto di più.
Pensiamo di essere le nostre convinzioni poi la vita le mette in discussione. Pensiamo di conoscere i nostri limiti poi accade qualcosa che ci costringe ad andare oltre.
Ogni volta che crediamo di aver raggiunto il fondo, troviamo una nuova stanza. Ogni volta che pensiamo di esserci compresi, emerge una parte sconosciuta.
Per questo oggi non considero più il percorso interiore come una riparazione. Non siamo macchine guaste nè automobili che devono essere aggiustate.
Siamo più simili a un bosco. Un bosco non si lascia conoscere in una sola passeggiata. Ci sono sentieri che percorriamo per anni e sentieri che scopriamo all’improvviso. Ci sono radure luminose e zone d’ombra. Ci sono alberi antichi, semi addormentati, radici che si intrecciano sotto terra. E ci sono luoghi che aspettano il momento giusto per rivelarsi.
Anche dentro di noi esistono territori inesplorati, parti ferite che attendono ascolto, talenti dimenticati, intuizioni che non hanno ancora trovato parole, memorie che attraversano le generazioni, desideri che non osano ancora mostrarsi.
La profondità della psiche non è un difetto, è una ricchezza. È il motivo per cui possiamo continuare a crescere fino all’ultimo giorno della nostra vita.
Forse da giovani desideriamo soprattutto capire. Più tardi desideriamo risolvere. Poi arriva una stagione diversa in cui non pretendiamo più di possedere tutte le risposte, una stagione in cui impariamo a convivere con il mistero.
A settant’anni non credo di conoscere me stessa più di quanto mi conoscessi a trenta, credo però di avere imparato a fidarmi di più di quella voce sottile che ogni tanto si affaccia, dei passaggi che non comprendo immediatamente, della vita quando mi conduce lungo sentieri che non avevo programmato.
Se potessi incontrare oggi la donna terrorizzata che ero quarant’anni fa, non le direi: “Non avere paura.” La paura fa parte del viaggio. Le direi piuttosto:
“Ascolta, non correre subito a cercare un colpevole. Non correre subito a cercare un salvatore. Fermati, respira. E ascolta. Perché ciò che oggi ti appare come un nemico potrebbe essere il messaggero che sta cercando di mostrarti la strada.”
Forse è questo il dono nascosto nelle parole di Eraclito. I confini della psiche non li troveremo mai e questa non è una cattiva notizia. Significa che dentro di noi esiste ancora qualcosa che può sorprenderci, che può nascere. Qualcosa che ci sta chiamando. Ancora.

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