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Spinelli - Visioni sull'Europa · Jun 5, 2026

La legge sull’immigrazione più dura di sempre

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Spinelli - Visioni sull'Europa · Spinelli - Visioni sull'Europa

Ciao,

Io sono Vincenzo Genovese, questa è Spinelli, la newsletter settimanale di Will che racconta l’Unione europea da Bruxelles, dove questa settimana Consiglio e Parlamento europeo hanno trovato l’accordo finale sul regolamento rimpatri, già ribattezzato la legge europea sull’immigrazione più dura di sempre.

Concepita con l’obiettivo di aumentare i rimpatri delle persone che non hanno diritto a restare nell’UE, la legge introduce alcune misure considerate tabù fino a pochi anni fa. A cominciare dai “return hub”, centri di deportazione che gli Stati dell’Unione potranno costruire in Paesi extra-europei.

“Questo è un passo molto importante per avere il controllo su chi entra nell’Unione europea, ma anche su chi deve lasciarla”, ha detto il commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner alla fine del negoziato, verso le 21.30 di lunedì due giugno. Una manciata di giornalisti, tra cui il sottoscritto, ha atteso l’esito passando la serata al Parlamento europeo.

Il testo legislativo in realtà non contiene il termine “return hub”, presente invece nella proposta originaria della Commissione europea che vi avevamo raccontato in questo numero di Spinelli.

Ma di fatto delinea le condizioni per l’istituzione di questi centri, da allestire al di fuori del territorio degli Stati dell’UE per alloggiare migranti irregolari in attesa che vengano riportati nei Paesi di origine.

Si tratta di un cambiamento radicale: finora un individuo poteva essere trasferito soltanto nel suo Paese di origine o, in determinate circostanze, verso un Paese con cui ha un legame comprovato.

Nel nuovo sistema, invece, le persone migranti potranno essere deportate in Paesi con cui non hanno legami o contatti pregressi, e potranno restarvi senza limiti di tempo. I trasferimenti riguarderanno anche famiglie con bambini, mentre restano esclusi i minori non accompagnati.

La detenzione di minori, che non possono essere incolpati per l’ingresso irregolare nei Paesi dell’UE compiuto con i loro genitori, è uno degli aspetti più preoccupanti della legge, secondo le organizzazioni internazionali. Anche perché non è chiaro quale tipo di istruzione possa essere garantita in un centro di rimpatrio allestito in un Paese magari molto diverso da quello di origine del minore.

La normativa appena concordata fissa una cornice legale europea che lascia ampia flessibilità ai singoli Stati. Ogni “return hub” infatti necessita di un accordo specifico fra l’UE, uno o più Stati membri, e il Paese extra-europeo dove il centro sarà allestito.

I singoli accordi definiranno le condizioni del trattenimento, le responsabilità dei Paesi coinvolti e le conseguenze nel caso in cui una persona migrante non riesca a essere rimpatriata nel proprio Paese.

Non ci sono standard minimi da assicurare per quanto riguarda le condizioni di reclusione, né un periodo massimo di permanenza nei centri, al contrario di quanto avviene per i Centri di permanenza e rimpatrio italiani (CPR).

“L’obiettivo è rimandare le persone nel Paese di origine. Se questo non è possibile, aspetteremo finché non lo sia”, mi ha detto un diplomatico che ha negoziato la legge. “Quindi significa che una persona può essere detenuta per sempre?”, gli ho chiesto. “No, per sempre no, diciamo che in teoria non ci sono limiti di tempo” è stata la risposta.

Gli accordi raggiunti dagli Stati non sono soggetti per legge all’approvazione della Commissione europea, né a controlli da parte di organismi internazionali, anche se gli Stati auspicano di collaborare con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati.

Secondo la legge, solo i Paesi non europei “nei quali sono rispettati gli standard e i principi internazionali in materia di diritti umani, conformemente al diritto internazionale” possono ospitare hub di rimpatrio.

Secondo molti eurodeputati e organizzazioni internazionali, questa clausola non rappresenta affatto una garanzia, soprattutto considerando i Paesi extra-europei che potrebbero accettare di ospitare i migranti irregolari.

Saranno con ogni probabilità Paesi in via di sviluppo, o comunque bisognosi di finanziamenti e/o accordi commerciali con gli Stati dell’UE per cui sarebbero disposti ad allestire strutture tendenzialmente poco gradite alla popolazione locale.

I centri per migranti costruiti in Albania dal governo italiano, in base a un accordo quinquennale stipulato con il governo di Tirana, sono sostanzialmente assimilabili a dei return hub ante-litteram. Le due strutture a Shengjin e Gjadër ospitano migranti irregolari (meno di cento al momento) che attendono di essere rimpatriati nel proprio Paese di origine.

Secondo l’Agenzia France Presse, i nomi che circolano sono quelli di Rwanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia, anche se al momento nessuna discussione concreta è stata avviata.

Secondo fonti diplomatiche, in prima battuta si punta a Paesi lontani dalle frontiere europee, cosa che restringerebbe decisamente il campo degli Stati papabili.

A marzo Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia hanno deciso da tempo di lavorare insieme al progetto, cercando Paesi dove costruire centri di rimpatrio il prima possibile (nella foto i rispettivi ministri dell’Interno, con il commissario Magnus Brunner). Germania e Paesi Bassi sono convinti di concludere almeno un accordo entro la fine dell’anno e di trasferire i primi migranti già nel 2027.

La nuova legge permette anche alle autorità di polizia dei Paesi membri di effettuare perquisizioni nel “luogo di residenza o altri locali pertinenti” delle persone migranti irregolari.

Alcuni eurodeputati, ONG e società civile paragonano questo provvedimento alle famigerate retate dell’ICE, l’agenzia statunitense per il controllo dell’immigrazione.

La realtà è un po’ più sfumata, perché in molti Paesi, tra cui l’Italia, servirà comunque un ordine giudiziario per procedere. Ma la novità legislativa apre comunque le porte a irruzioni nelle abitazioni, nei locali delle associazioni che aiutano i migranti o nelle strutture sanitarie che li assistono, secondo ASGI, associazione di giuristi esperti in temi migratori.

In generale tutte le disposizioni del regolamento prevedono misure più stringenti per evitare che i migranti irregolari possano sfuggire al rimpatrio.

Una riguarda i ricorsi: con le norme attuali, le espulsioni sono automaticamente sospese mentre sono in corso gli appelli legali, mentre la nuova legge elimina la sospensiva assegnando ai tribunali la decisione caso per caso.

Il periodo massimo di detenzione passa da sei mesi a due anni, con una possibile proroga di altri sei mesi e una durata illimitata per le persone considerate un rischio per la sicurezza.

Finora, la detenzione di un migrante irregolare poteva essere giustificata dal rischio di fuga o di ostacolare il proprio rimpatrio.

Ora la fattispecie si allarga a rischi per la sicurezza, per bisogno di verificare l’identità, e altre circostanze simili, includendo minori non accompagnati e famiglie con bambini. In pratica, tenere incarcerata una persona in attesa di rimpatrio diventerà la norma e non l’eccezione.

Il regolamento inasprisce anche i divieti di ingresso futuro nell’UE comminati alle persone da rimpatriare, che saranno imposti in modo automatico a chi non ha lasciato il Paese nei tempi prescritti, e nella maggior parte dei casi passano da cinque a dieci anni, con la possibilità di un divieto a vita per chi è ritenuto un pericolo per la sicurezza.

Il regolamento introduce inoltre un Ordine europeo di rimpatrio, che in teoria dovrebbe facilitare il reciproco riconoscimento delle decisioni di rimpatrio tra i vari Stati membri.

Ma il riconoscimento reciproco non sarà obbligatorio: una piccola sconfitta per la Commissione europea, che per il resto ha ottenuto da Consiglio e Parlamento quasi tutto quanto inserito nella proposta originaria.

Ora Stati membri ed eurodeputati dovranno approvare definitivamente il regolamento per autorizzarne l’entrata in vigore (alcune parti subito, altre fra un anno, secondo quanto stabilito).

Ma sia il voto in Consiglio, che quello in Parlamento, sono una pura formalità: le istituzioni dell’UE sono allineate nella stretta sull’immigrazione.

Secondo le ultime statistiche, circa il 29% delle persone migranti irregolari a cui viene ordinato di lasciare l’UE viene effettivamente allontanato dal territorio europeo. La percentuale è in costante crescita, ma gli Stati e la Commissione vogliono un aumento più significativo. L’ostacolo principale ai rimpatri è che spesso i Paesi di provenienza non intendono riaccogliere i propri cittadini.
  • La Commissione europea ha accordato una deroga ai parametri di bilancio per sostenere le spese energetiche. Gli Stati potranno sforare fino allo 0,3% del PIL all’anno tra il 2026 e il 2028, con un limite cumulato dello 0,6% nel triennio. Ma solo all’interno dello sforamento dell’1,5% già previsto per le spese militari e solo per investimenti in energie rinnovabili. L’Italia, che aveva fatto pressione per derogare ai parametri di bilancio, avrà la possibilità di spendere circa 14 miliardi in più nei prossimi tre anni.

  • La Commissione ha anche presentato un pacchetto legislativo sulla sovranità tecnologica, che dovrebbe ridurre la dipendenza da Stati Uniti e Cina, e include una legge sulla produzione di chip e una sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

  • Il governo ungherese ha rimosso il suo veto all’adesione dell’Ucraina all’UE. Il primo ministro Péter Magyar ha annunciato un accordo con il governo di Kyiv sui diritti della minoranza ungherese in Ucraina. La decisione permetterà all’Ucraina di avanzare allo stadio successivo del processo di adesione.

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