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Spinelli - Visioni sull'Europa · Jun 19, 2026

Certi amori non finiscono

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Spinelli - Visioni sull'Europa · Spinelli - Visioni sull'Europa

Ciao,

Io sono Vincenzo Genovese, questa è Spinelli, la newsletter settimanale di Will che racconta l’Unione europea da Bruxelles.

Sollevati e speranzosi per l’annuncio dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, i leader europei si sono riuniti a Bruxelles per il Consiglio europeo di giugno.

Tra le altre cose, hanno discusso dell’ingresso nell’UE di Ucraina e Moldova, in un momento in cui l’allargamento dell’Unione sembra sempre più vicino.

Chissà se qualcuno, nella stanza, ha pensato a come è cambiato il mondo in dieci anni. Nel 2016, nessuno pensava all’ingresso di nuovi Stati membri, e tutti erano atterriti dall’idea di perderne uno. Uno spettro si aggirava per l’Europa: si chiamava “Brexit”.

Era il 23 giugno 2016 quando i cittadini del Regno Unito furono chiamati a votare in un referendum l’abbandono dell’UE.

Lo aveva proposto nel 2013 il governo guidato da David Cameron, come concessione all’ala nazionalista del suo partito conservatore.

Parte della popolazione britannica considerava penalizzante l’appartenenza all’UE, che imponeva di seguire determinate regole in tema di politiche fiscali, commerciali e ambientali.

Il malcontento veniva cavalcato soprattutto dal Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), la cui crescita nei consensi allarmava i conservatori.

La mossa di Cameron, volta probabilmente a disinnescare la retorica anti-europea e suggellare l’appartenenza all’Unione con il sostegno popolare, innescò invece una valanga.

Nigel Farage, leader del partito UKIP ed eurodeputato dal 1999, è stato una delle figure chiave della Brexit, volto principale della campagna per l’uscita dall’Unione. Dopo la vittoria aveva annunciato il suo ritiro dall’UKIP e dalla politica, salvo poi fondare il Brexit Party, sostenitore di un’accelerazione nel processo di recesso. Il Brexit Party ha vinto le elezioni europee del 2019, e Farage è tornato in Parlamento, dove ha avuto più di un diverbio con i suoi colleghi europei.

Il partito conservatore non aveva preso una posizione comune sul tema, ma Cameron era personalmente un sostenitore del “Remain” (rimanere nell’UE). Pro-Europa erano anche i rivali storici del Partito laburista e altre forze politiche minori tra cui i verdi o i liberal-democratici.

La stampa popolare britannica - i cosiddetti tabloid - si schierò invece prevalentemente dalla parte del “Leave” (lasciare), al fianco dell’UKIP, del Partito Unionista Democratico dell’Irlanda del Nord e di altri partiti marginali.

Al sentimento anti-europeo hanno probabilmente contribuito anche i dispacci da Bruxelles di Boris Johnson. Prima di diventare sindaco di Londra e poi primo ministro del Regno Unito, “Bojo” è stato inviato del quotidiano Daily Telegraph per cinque anni, a partire dal 1989. Un reportage del Guardian ha ricostruito la sua tendenza a inventare notizie false per mettere in cattiva luce la Commissione europea. Tra le più celebri, un regolamento per imporre la misura dei preservativi.

La campagna elettorale fu feroce, sconvolta dall’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox da parte di un fanatico oppositore, il 16 giugno. Gli ultimi giorni, con i proclami sospesi per il lutto, si vissero in un silenzio surreale, con i sondaggi che preannunciavano un testa a testa e i mercati finanziari in allarme.

All’ora degli exit poll, i due schieramenti erano così appaiati che l’esito divenne noto solo a tarda notte: 51,89% per il Leave, 48,11% per il Remain. Per la prima volta nella sua storia, l’Unione europea perdeva uno dei suoi membri.

Diverse prime pagine di giornali italiani del 24 giugno riportarono la vittoria del Remain, che al momento della chiusura delle edizioni cartacee era dato in vantaggio. Ricordo di essere andato a dormire convinto che il Regno Unito sarebbe rimasto nell’UE e di essermi svegliato con la sorpresa, come tanti dei miei colleghi.

O meglio, lo avrebbe perso negli anni successivi, perché la Brexit è stata un processo lungo e straziante, sia dal punto di vista amministrativo sia da quello emotivo.

Solo nove mesi dopo, a marzo 2017, il governo britannico attivò formalmente l’Articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, che regola il recesso.

Iniziò allora un lungo e snervante negoziato, condotto per l’UE dal francese Michel Barnier. L’accordo di recesso venne formalmente approvato dal Parlamento europeo il 29 gennaio 2020, seguito da una scena insolita: gli eurodeputati di tutti i Paesi si unirono a quelli britannici favorevoli a rimanere nell’UE per intonare “Auld Lang Syne”, la canzone scozzese usata per gli addii.

Questo è uno dei momenti più emozionanti che io ricordi al Parlamento europeo. “Commovente” dice il compianto David Sassoli, che per un attimo si dimentica di essere presidente dell’Eurocamera e torna giornalista.

Alla mezzanotte di Bruxelles del 31 gennaio 2020 (le 23 a Londra), viene ammainata l’Union Jack che svetta insieme alle altre 27 bandiere davanti al Parlamento europeo. Il Regno Unito esce ufficialmente dall’UE.

Il video di questo momento storico, che ho ripreso con il cellulare, è stato il primo post su Instagram della mia vita (e abbiate pietà per l’utilizzo improprio degli hashtag).

C’è poi stato un periodo di transizione, durato fino alla fine del 2020. La necessità di regolare i conti e concordare le successive relazioni ha prodotto non solo il lungo negoziato di recesso, ma anche una lunga serie di controversie.

La questione più spinosa ha riguardato l’Irlanda del Nord, unico territorio del Regno Unito con un confine terrestre con un Paese europeo, la Repubblica d’Irlanda.

L’obiettivo di britannici e irlandesi di evitare una frontiera fisica si è rivelato complicato, perché avrebbe significato controlli ed eventuali dazi doganali sulle merci in arrivo dalla Gran Bretagna sull’isola d’Irlanda. L’accordo finale sul controverso protocollo nordirlandese è arrivato soltanto nel febbraio 2023.

Nel frattempo, centinaia di analisi sono state prodotte sulle conseguenze della Brexit in Europa e nel Regno Unito.

La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che l’uscita dall’UE abbia complessivamente danneggiato l’economia britannica, ma al tempo stesso non si è verificata la catastrofe economica paventata da alcuni sostenitori del Remain.

Secondo uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research, il prodotto interno lordo pro capite britannico è oggi inferiore del 6-8% rispetto a uno scenario controfattuale senza Brexit, con investimenti ridotti del 12-18%, occupazione e produttività calate del 3-4%.

Tolta l’innegabile complicazione dei viaggi attraverso il Canale della Manica, la valutazione di ogni altro aspetto resta preda di inevitabili letture politiche, dalle ricadute sul settore ittico al controllo dell’immigrazione (temi cruciali per i promotori della Brexit), fino agli accordi commerciali con il resto del mondo e al ruolo geopolitico del Regno Unito.

Di sicuro ci sono due tendenze in atto.

La prima è il progressivo riavvicinamento tra Londra e Bruxelles. I governi che si sono succeduti nel Regno Unito, in particolare l’ultimo guidato dal laburista Keir Starmer, hanno cercato intese specifiche per riportare in vigore alcune delle condizioni precedenti alla Brexit.

L’esempio più noto riguarda il programma Erasmus+, che dal 2027 permetterà a oltre 100mila persone di fare periodi di studio e apprendistato in Europa.

Ma ci sono anche gli accordi sulla pesca, con accesso reciproco alle acque territoriali dal 30 giugno 2026 al 2038, la cooperazione giudiziaria, e l’istituzione di una partnership militare.

Altri probabilmente arriveranno: sono in corso i negoziati per la partecipazione britannica al programma SAFE, il meccanismo di finanziamento delle spese militari con fondi europei, che vi avevamo raccontato in questo numero di Spinelli.

A maggio 2025 si è tenuto il primo vertice UE-Regno Unito, considerato l’inizio di un nuovo capitolo nelle relazioni fra Londra e Bruxelles, in cui sono stati siglati diversi accordi specifici.

La seconda riguarda l’opinione pubblica britannica, che rispetto a dieci anni fa sembra più vicina all’Europa.

I cittadini d’oltremanica vorrebbero relazioni più strette praticamente in tutti i settori, e secondo un sondaggio di YouGov, il 55% degli intervistati sarebbe persino favorevole a rientrare nell’Unione europea. Oggi sceglierebbe il rientro pure un quinto di coloro che nel 2016 avevano votato per lasciarla.

Il sentimento sembra corrisposto dagli europei, in generale propensi a riammettere il Regno Unito nell’Unione, anche se non agli stessi termini e condizioni garantiti prima dell’uscita.

Anche se all’orizzonte non c’è nessun nuovo referendum, alcuni politici britannici considerano molto seriamente l’ipotesi di una “Breturn”.

Il laburista Andy Burnham, principale sfidante interno di Starmer, la ritiene una possibilità a lungo termine, anche se non intende perseguirla ora. Il suo collega Wes Streeting ne sta facendo il proprio cavallo di battaglia nella corsa alla leadership del partito.

Al momento non è ancora chiaro se si tratti di una proposta elettorale o di un progetto reale. Ma come insegna il referendum del 2016, le due cose rischiano spesso di coincidere.

  • Consiglio e Parlamento europeo hanno trovato un accordo sulla revisione dei diritti dei passeggeri aerei. Confermato il risarcimento per i ritardi oltre le tre ore, che dipenderà dalla lunghezza della tratta, fino a un massimo di 600 euro. Le compagnie potranno evitarlo se il ritardo è dovuto a circostanze eccezionali come calamità naturali, guerre, condizioni meteorologiche o scioperi degli aeroporti. I passeggeri avranno il diritto di portare a bordo gratuitamente un oggetto personale, come una piccola borsa o uno zaino, ma non il bagaglio a mano, che potrà invece essere addebitato a parte.

  • Il Parlamento europeo ha approvato il regolamento rimpatri, che permetterà ai Paesi membri di aprire centri di rimpatrio per persone migranti irregolari al di fuori dell’UE. Hanno votato a favore 418 eurodeputati, tra cui quelli dei partiti di destra radicale, i popolari e parte dei liberali. 218 i voti contrari, 30 gli astenuti. Dopo il voto alcuni parlamentari hanno intonato il coro “send them back” (“mandiamoli indietro”). Altri, dal lato sinistro dell’emiciclo, hanno risposto “shame on you” (”vergognatevi”).

  • Il Parlamento ha anche approvato definitivamente il controverso accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti, che vi avevamo raccontato in questo numero di Spinelli.

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