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Il Substack di SpecchioRiflesso · Aug 16, 2026

Lituania: caccia italiani abbattono un drone. Era ucraino. Probabilmente con componentistica italiana.

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SpecchioRiflesso · Il Substack di SpecchioRiflesso

La notte tra il 13 e il 14 agosto i caccia Eurofighter italiani in servizio di sorveglianza nello spazio aereo baltico hanno abbattuto un drone che aveva violato lo spazio aereo lettone. La tentazione di addossare la colpa ai russi è stata distrutta sul nascere da fonti inaspettate: i media ucraini hanno affermato che il drone apparteneva alle forze armate dell’Ucraina. Le forze armate lettoni hanno confermato che l’allerta aerea, inizialmente diramata in cinque distretti, è stata revocata alle 4:50, annunciando che «la minaccia nel nostro spazio aereo è terminata» e che i caccia alleati hanno «abbattuto con successo il velivolo ucraino senza pilota» ad alta quota sopra il distretto di Balvi, nel nord-est del Paese.

La l'Estonia pur concedendo il suo spazio aereo all'esercito ucraino per lanciare attacchi di droni sul territorio russo ha chiesto a Kiev di installare un sistema di nei suoi droni da combattimento per prevenire malfunzionamenti dei droni che potessero mettere a rischio infrastrutture e persone nel Paese.

Il giorno seguente all'interessamento del drone ucraino da parte della aeronautica militare italiana un altro drone ucraino si è schiantato a 5 km dal confine ucraino. Secondo quanto riferito, il drone volava a bassa quota ed è esploso dopo l’impatto, causando un incendio.

Dal punto di vista militare abbattere dei droni usando dei caccia è una misura di ultima istanza dopo che le altre difese hanno fallito. Usare i caccia è spesso una risposta sproporzionata: consumano ore di volo, carburante e armamento molto più costosi del bersaglio stesso.

Ucraini e russi usano una difesa a strati: disturbo elettronico armi cinetiche a corto raggio come mitragliatrici e cannoni antiaerei, e i sistemi dedicati come intercettori, reti e, dove disponibili, laser.

Il quadro che emerge è paradossale e inquietante. Soldati e assetti militari italiani, inviati nell’ambito della missione NATO nel Baltico, finiscono per abbattere un drone da guerra dell’Ucraina che sta conducendo una guerra contro la Russia per conto della NATO e se non bastasse il drone abbattuto potrebbe contenere componentistica italiana.

Il dettaglio, riportato da fonti ucraine, aggiunge un livello di ironia amara: la difesa dell’integrità dello spazio aereo di un paese che, secondo accuse ricorrenti, alimenta tensioni verso la Russia, costa all’Italia risorse e rischi che meritano una discussione pubblica seria.

I costi operativi sono tutt’altro che simbolici. Un’ora di volo di un Eurofighter viene stimata intorno ai 30.000 euro: cifre che, moltiplicate per le ore di pattugliamento, il dispiegamento e la prontezza operativa, sommano a decine se non centinaia di migliaia di euro al giorno.

Quel denaro speso per sorvegliare e difendere lo spazio aereo lettone è paradossalmente impiegato per abbattere mezzi che provengono dallo stesso Paese che l’Europa sostiene.

La presenza italiana in Lettonia non è episodica. Il contingente italiano in Lettonia è significativo e presente da tempo: centinaia di militari schierati, un impegno che dura ormai da anni e che ha visto rotazioni continue di reparti e mezzi.

I militari italiani sono presenti nei Paesi baltici dal 2016; nel 2023 il governo lettone indicava in circa 370 i soldati italiani assegnati al battlegroup NATO di stanza nel Paese. Nel novembre 2025 la Difesa italiana ha comunicato il passaggio dalla dodicesima alla tredicesima rotazione, con avvicendamento semestrale tra la Brigata “Garibaldi” e la Brigata corazzata “Ariete”.

Nel 2026 il contingente opera nella NATO Multinational Brigade Latvia, una struttura a guida canadese che, secondo NATO, contribuisce alla deterrenza sul fianco orientale dell’Alleanza. La Difesa italiana ha comunicato nell’aprile 2026 il raggiungimento della piena capacità operativa del contingente italiano nel quadro della missione Forward Land Forces.

Il costo complessivo della presenza e delle operazioni è in gran parte secretato per disposizione del ministero della Difesa guidato da Guido Crosetto, ex rappresentante dell’industria bellica. L’opacità sui costi della missione alimenta sospetti legittimi: fino a che punto gli interessi industriali e la logica del riarmo stanno guidando scelte di politica estera che espongono l’Italia a rischi concreti?

La politica lettone è un altro elemento che non può essere messo da parte. Riga è nota per le continue provocazioni alla Russia e per l’ideologia neonazista che si sta insinuando all’interno del governo. La Lettonia partecipò all’invasione nazista della Russia nel 1941. Secondo varie intelligence e analisti anche occidentali la Lettonia è sospettata di permettere all’Ucraina l’uso del suo spazio o del suo territorio per lanciare droni ucraini contro obiettivi russi.

Se queste accuse avessero fondamento, l’Italia si troverebbe a spendere milioni per proteggere uno Stato che, con comportamenti ambigui, aumenta il rischio di incidenti internazionali.

È una strategia che solleva una domanda scomoda: perché esporre i nostri soldati e il nostro Paese a uno scontro diretto con la Russia, un conflitto che, secondo valutazioni militari, l’Italia e la maggior parte degli alleati non sarebbero in grado di sostenere oltre poche settimane e potrebbe terminare con un olocausto nucleare?

Ancora più preoccupante è che l’intervento armato in difesa dello spazio aereo di un membro NATO non garantisca automaticamente che tutti gli altri alleati accorrerebbero a difesa in ogni scenario.

L’articolo 5 è un’arma politica potente, ma la sua attivazione non è automatica ma un atto strategico che dipende da volontà politica condivisa e dalla valutazione dei rischi.

In caso di aggressione di un Paese membro scatta un obbligo di assistenza collettiva, non una dichiarazione di guerra automatica. Prima serve anche una valutazione politica e giuridica dell’attacco da parte dell’Alleanza; poi ogni Stato membro sceglie la risposta, che può andare dal sostegno militare a misure di altro tipo. In pratica ogni Paese membro può scegliere di evitare il conflitto se lo ritiene dannoso per la propria sicurezza nazionale.

In uno scenario di escalation verso Mosca, la possibilità di una risposta russa, anche con capacità nucleari, non può essere esclusa dalle considerazioni strategiche. Mettere a repentaglio il territorio nazionale e le vite dei nostri militari per proteggere interessi lettoni a noi estranei richiede quindi un esame di responsabilità pubblica e politica molto più rigoroso.

La conclusione è amara: milioni di euro spesi e segretati per una missione in Lettonia per abbattere un drone ucraino che potrebbe contenere componenti italiani.

Un circolo vizioso che mescola logiche di alleanze, interessi industriali, tanti soldi e rischi strategici, mentre il dibattito pubblico resta oscurato da segreti ministeriali e da un’apparente assuefazione a scelte imposte da Washington e Bruxelles che dovrebbero invece essere sottoposte a controllo democratico.

È ora che il nostro Paese si chieda, con trasparenza e con dati alla mano, se questa linea d’azione sia davvero nell’interesse nazionale o se stiamo correndo, verso un conflitto che non possiamo permetterci che sicuramente si concluderà in maniera più disastrosa che nel 1945.

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