Ci sono cose che scrivi e che poi ti dimentichi di aver scritto, altre che invece restano lì, ferme, ad aspettare il momento giusto per essere rilette. Questa newsletter l'ho scritta sette anni fa, quando di anni ne avevo 33, su una piattaforma che oggi non uso più. L'ho ritrovata di recente e mi sono resa conto che non avevo nessuna voglia di lasciarla indietro nel trasloco. Alcune cose che avevo capito allora le penso ancora oggi, altre le ho disimparate, altre le sto ancora imparando. Te la riporto qui, se vuoi saperlo l’ho scritta avvolta dal profumo della mia candela preferita, la stessa che ho acceso oggi.
Dottore: «Dica trentatré»
Io: «Le dirò le cose che ho imparato in questi trentatré anni».
Ho imparato che le persone non cambiano. Che per quanto tu lo voglia non puoi cambiare e che non è neanche quello il punto. Quello che puoi fare, se qualcosa non ti va bene o ti crea problemi, è cercare di capirla, comprendere perché è come è, e allora decidere se e come affrontarla. Che a volte basta capire il perché delle cose per innescare una reazione, quella che chiamiamo “cambiamento” ma che in realtà è evoluzione. Che per quanto tu possa essere felice, soddisfatto e sereno, quando qualcuno mette in dubbio la tua felicità, soddisfazione e serenità può succedere che ci riesca, anche solo per un attimo, e non devi colpevolizzarti se questo accade. Non sei debole, non sei fragile, sei umana e il fatto che ti stia ponendo il dubbio fa parte di quel bagaglio di infelicità, insoddisfazione e non serenità che alcune persone, di proposito o senza volerlo, cercano di addossarti.
Che se nella tua vita incontri qualcuno che non ti fa stare bene, che sia qualche volta o centomila, che tu l’abbia scelta o trovata nel tuo cammino, tagliarla fuori del tutto o più che puoi è la soluzione (se ti interessa questo argomento non perderti “Quando sparire è la cosa più gentile che puoi fare”), a volte è semplice e altre volte non lo è. A volte è una vicina di casa che prima salutavi per educazione nonostante le sue domande inopportune, altre volte è qualcuno di più vicino. Prendi quel bagaglio e riconsegnalo al mittente.
Non è facile tagliare qualcosa, a me dispiace già con le etichette dei vestiti, quelle che pungono, che se non le rimuovi ti sembra di esserti inflitto una qualche tortura, ma meglio una t-shirt con la marca tagliata via che una che ti fa venire voglia di strapparti via la pelle e fare la muta come un serpente. Mi dispiace quando butto via i fiori dai bouquet dopo qualche giorno, vorrei conservarli più che posso. Ma in passato mi sono chiesta: voglio essere una persona accondiscendente, che subisce o non si espone pur di non scontentare nessuno e piacere a tutti o voglio essere una persona felice e non scontentare me stessa? Alcune cose, persone, situazioni sono peggio di un’etichetta fastidiosa o di un fiore marcio.
Ho imparato che mangio quello che mi piace, ma ogni tanto mi sforzo di provare quello che non mi ispira. Una volta non mangiavo le melanzane nella Pasta alla Norma, adesso le amo (e non so come non mi abbiano impedito di mettere piede a Catania fino a quel momento); un tempo non mangiavo i piselli, adesso sono uno dei miei contorni preferiti (in padella, con la cipolla ed il pepe nero). Non l’avrei mai scoperto se non avessi provato. Ma ho anche provato l’avocado più e più volte e non mi è piaciuto, come la maggior parte del cibo instagrammabile. Ad un cupcake preferisco un cannolo al cioccolato.
Ho imparato che il dialogo è infinitamente bello ma non è per tutti, che ci sono persone che non hanno nessuna intenzione di ascoltare quello che hai da dire e vogliono solo riversarti addosso le loro convinzioni, la loro rabbia, le loro insicurezze a volte e che non è un trattamento che riservato esclusivamente a te e per questo esistono nel vocabolario parole come “arrogante” e “ottuso”. Che in quei casi cliccare su “chiudi conversazione” non è una sconfitta, ma il regalo migliore che ci si possa fare. Che dovrebbero mettere una “X” anche accanto alle persone dal vivo, per chiudere la finestra e passare a qualcosa di più interessante. Che in un episodio di Black Mirror mostravano cosa accadrebbe se fosse possibile oscurare e silenziare le persone dal vivo e che non mi dispiacerebbe farlo ogni tanto.
Ho capito che a volte ti senti non capita, ma qualche volta ti devi chiedere “sto aspettando che mi leggano nel pensiero o sto davvero provando a spiegarmi?”.
Che ogni persona è fatta a suo modo ed ogni azione ha un valore differente per ciascuno, che spesso dipende dal suo background e che l'amore ha tanti linguaggi, no uno solo e spesso non è quello esasperato dei film. Che c’è chi vive lontano dalla propria famiglia di origine soffrendo e chi con serenità, e nessuno dei due ama di meno, non è la distanza a determinare i sentimenti. Che c’è chi resta e chi parte e nessuna delle due azioni rappresenta una vittoria o una sconfitta, una marcia in più o una in meno. Che ci vuole coraggio nel partire, ma anche nel restare.
Ho imparato che insieme alle scelte che facciamo non ci consegnano un certificato di conferma “brava, è quella giusta, non te ne pentirai” e che scegliere è compiere un passo importante, spesso comporta dubbi, ma sempre meglio scegliere che restare fermi. Che se ti arrovelli e giri su te stessa pensando e ripensando a qualcosa, alla fine scavi un fossato a terra ed è dura uscirne.
Ho imparato che piangere non è sinonimo di debolezza ma coraggio di esprimere le proprie emozioni, che è una valvola di sfogo e spesso aiuta ad allentare la tensione, a stare meglio. Lo hanno detto anche dei ricercatori olandesi che hanno parlato di “teoria del recupero”, secondo questa teoria il corpo ritroverebbe l’equilibrio più facilmente dopo un pianto liberatorio. Che detesto l’espressione piangere come una femminuccia ma che ho anche letto che le donne piangono in media tra le 30 e le 64 volte l’anno (complice anche il ciclo mestruale), mentre gli uomini solo tra le 6 e le 17 volte (complice la società che ha stigmatizzato il pianto, definendolo poco virile). E che l’America è il paese in cui si piange di più al mondo, seguito da Italia e Germania a pari merito e che se vorreste piangere di meno dovreste augurarvi di nascere in Cina nella prossima vita. E non ho bisogno di leggere nessuna statistica per dire che secondo me la maggior parte di voi leggendo quante volte l’anno piange una donna in media, sta pensando “così poco?”.
Ho capito che alcune conferme e rassicurazioni posso darmele da sola leggendo nelle piccole cose. Nei gesti di chi mi circonda, in chi non dice spesso “ti voglio bene” ma lo dimostra, nelle parole gentili di chi non aspetta di sentirti dire che hai bisogno di parlare, ma che chiede ancor prima. Sono una brava persona? So che gioisco dei successi e della felicità di chi mi sta accanto, che non spio sui social persone che non mi piacciono, che impiego il mio tempo per me stessa ma anche per gli altri; che cerco di agire pensando a quello che vorrei che gli altri facessero o non facessero a me, che non vorrei fare soffrire nessuno e se qualche volta succede me ne dispiaccio. Che ci sono per le persone che amo, anche quando è difficile, ma provo a fare il massimo. Che frequento chi mi piace e non chi mi farebbe comodo frequentare. Che saluto e sorrido agli sconosciuti perché forse in quel momento ne hanno bisogno, che cedo il passo ed apro la porta agli sconosciuti perché quel secondo non mi cambia la giornata ma magari rende quel secondo migliore per qualcuno. Che questo mi rende più simile alla persona che vorrei essere e sempre più lontana da chi non mi piace, ma anche che c’è un immenso margine di miglioramento.
Ho imparato, ho capito, ho compreso... diciamo che sono sulla strada giusta, non ho ancora concluso. Di cose devo impararne ancora tante e altre le sto ancora cercando di assimilare. Chi di voi mi segue da un po' saprà che ho parlato spesso del concetto di vita vissuta con un po' di leggerezza (prima di me lo ha detto Calvino, lo so), ecco questo è un monito e un obiettivo che condivido, ma che prima di tutto ripeto a me stessa. Perché se speriamo che l'altro dia lo stesso valore che diamo noi alle parole, ai gesti e ai sentimenti forse abbiamo perso in partenza, certe volte faremmo meglio a cospargerci di olio d'argan e farci scivolare le cose addosso. Che ne gioverebbe non solo il cuore, ma anche la pelle.
Chissà cosa pensa il Dottore che al posto di un semplice “trentatré” si è sentito rispondere con 1700 parole di troppo. A proposito, vi siete mai chiesti perché chiedano di dire proprio “trentatré”? È una parola piena di consonanti vibranti e dentali per cui le vibrazioni delle onde sonore che emettiamo pronunciando questa parola facilitano all’auscultazione dei polmoni.

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