Da qualche mese mi sto interrogando su quale sarà l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle organizzazioni e sul lavoro. Studio, mi confronto e osservo il movimento che si sta creando, insieme all’ondata di reazioni che la diffusione dell’AI sta generando.
Mi rendo conto che stiamo assistendo a un fenomeno collettivo interessante, che va oltre la tecnologia stessa.
C’è un forte bisogno di trovarsi, parlarsi, confrontarsi — al di là dello stare ciascuno dietro ai propri post, articoli e bacheche in rete.
Ed è davvero bello vedere la nascita di piccoli circoli interdisciplinari, dove curiosità, punti di vista e linguaggi diversi si intrecciano.
Alcune riflessioni interessanti nascono proprio da questi confronti tra professionisti: non necessariamente esperti tech, ma persone la cui professione verrà impattata dall’AI o che semplicemente osservano con curiosità e uno sguardo disincantato.
Cito due community che frequento con regolarità:
una dedicata proprio all’AI, dove si condividono sperimentazioni e strumenti — creata da un gruppo di persone con solide competenze tech e pensata e guidata da Pietro Perona; e un’altra che riunisce professionisti HR e affini, aggregata intorno all’Agorà di Alessandro Donadio impegnata in una riflessione profonda sul senso del lavoro e sulle persone.
Due mondi che, osservati insieme, raccontano molto di ciò che sta accadendo.
Il fenomeno che stiamo vivendo è chiaro:
c’è una corsa a capire, una vera e propria FOMO (Fear Of Missing Out) applicata al sapere.
Chi non ne parla, chi non sperimenta, chi non mostra di “sapere di AI”, rischia di sentirsi tagliato fuori.
È una corsa che ricorda altri momenti della storia recente - la nascita del web, dei social, della blockchain - ma con una differenza sostanziale: l’intelligenza artificiale evolve a una velocità esponenziale, molto più rapida di quella con cui persone e organizzazioni riescono ad adattarsi.
Questa accelerazione genera entusiasmo, ansia, preoccupazione e retorica.
Si moltiplicano gli esperti improvvisati, le previsioni apocalittiche, i proclami visionari. È come se fossimo entrati tutti in una bolla collettiva, in cui l’urgenza di “dire qualcosa di intelligente sull’intelligenza artificiale” rischia di oscurare la domanda più importante: come la utilizzeremo davvero, e per cosa?
Come accade per ogni tecnologia trasformativa, dopo la corsa iniziale arriverà la fase della sedimentazione.
La bolla – quella dell’hype, della curiosità e della paura – e con essa l’era dei fuffa guru – a un certo punto esploderà, imploderà o semplicemente si sgonfierà. (cit. Pasquale Errico )
E allora resterà ciò che davvero conta: la capacità di integrare l’intelligenza artificiale in modo consapevole, utile e sostenibile.
Saremo chiamati a distinguere l’efficienza dall’efficacia, l’innovazione fine a sé stessa da quella che genera valore.
A scegliere quando usarla e quando no, che cosa automatizzare e che cosa umanizzare, quali competenze mantenere vive per restare al passo del cambiamento e non solo passivi spettatori.
Ecco dove si sposta il focus: portare valore alle organizzazioni che desiderano offrire alle proprie persone non solo conoscenze tecniche, ma anche un nuovo approccio mentale, un mindset evolutivo e una struttura di pensiero con cui dialogare in modo consapevole con la tecnologia.
Una ricerca di senso attraverso una leadership umana, seppur ibridata dall’intelligenza che oggi si affianca a noi.
Forse, come per tutte le rivoluzioni, servirà attraversare la confusione iniziale per tornare a una domanda semplice e concreta:
👉 Come può questa tecnologia migliorare la nostra vita, il nostro lavoro, le nostre relazioni?
E quando la bolla dell’hype sarà svanita, chi si sarà messo in discussione, senza lasciarsi troppo influenzare dal mainstream, ma continuando a osservare con curiosità e spirito critico, più che con paura o euforia, si troverà nelle condizioni migliori per usarla davvero, con intelligenza.

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