Avevamo già sfiorato il concetto parlando di una particolare forma di intelligenza: rara e preziosa, che permette di osservare il proprio pensiero mentre accade. La metacognizione, la capacità vertiginosa di rivolgere lo sguardo verso se stessi.
Qui, ora, vorrei parlare di qualcosa di attiguo. Se dovessi darle un nome, non la chiamerei più solo intelligenza, la chiamerei, piuttosto, una forma di saggezza.
Si tratta della capacità di sostenere due verità opposte contemporaneamente, senza scegliere tra l’una e l’altra o trovare una via di mezzo prudente (e democristiana), una sintesi confortante. Parliamo invece della capacità di riconoscere entrambi i poli come veri, senza che l’uno cancelli l’altro e cadere nella trappola della polarizzazione.
F. Scott Fitzgerald lo disse in modo folgorante: il segno di un’intelligenza di primo livello è la capacità di tenere in mente due idee opposte e continuare comunque a funzionare. È una frase molto citata e cosi poco messa in pratica …
Sostenere la contraddizione non è debolezza di pensiero. È una forma più matura di pensiero.
La psicologia ha un nome per il disagio che proviamo quando due cose vere si scontrano dentro di noi: dissonanza cognitiva. È la tensione che emerge quando pensiamo una cosa e ne facciamo un’altra, o quando due credenze non trovano pace. Di solito la risolviamo in fretta, sacrificando una delle due verità, semplificando, cercando soluzioni e anche giustificazioni per toglierci velocemente dal sentirsi scissi, scegliere bianco o nero ci mette in pace. E se invece tu riuscissi a reggere quella tensione più a lungo, tollerando l’ambiguità, integrando le polarità, facendole coesistere, invece di sopprimerne una?
Non è un’abilità astratta. E’ sana, a volte dolorosa, certamente richiede uno sforzo cognitivo ed emotivo. Faccio qualche esempio molto reale.
Chi ha perso una persona cara sa cosa significa portare il lutto e al tempo stesso sentire, in modo acuto, tutto ciò che rimane. Il vuoto e la pienezza, insieme. Il dolore per chi non c’è più e la gratitudine per ciò che è stato, continuare a vivere eppure soffrire la mancanza. Sceglierne uno solo significherebbe tradire qualcosa. La saggezza, in quei momenti, non è trovare pace. È reggere il doppio sentire.
Oppure, pensiamo con quanta apprensione dovremmo guardare il mondo in questi mesi: guerra, politica, l’economia dall’orizzonte incerto, tuttavia è possibile ridere di qualcosa di stupido (anche dei meme), godersi la luce di un pomeriggio di aprile, la compagnia dei propri amici, concedersi una spesa fuori programma, pianificare un viaggio (ci sarà carburante?). Non è cinismo, non è negazione. È la capacità di non lasciare che una verità grande e opprimente divori tutte le verità più piccole e vive, le tue.
Non si tratta di trovare l’equilibrio tra due opposti.
Si tratta di smettere di credere che la verità sia una.
Quante persone conosci che vogliono cambiare lavoro e sono anche capaci di riconoscere ciò che quel lavoro sta dando loro? Di vedere il valore in qualcosa che non vogliono più? Non è contraddizione: è onestà. È rifiutare la narrativa in cui il passato deve essere sbagliato perché il futuro sia giusto. E così in tante altre situazioni.
In amore funziona uguale. Amare qualcuno anche nei suoi limiti, senza usare quei limiti come argomento contro l’amore. Ci hanno insegnato che l’amore debba essere o cieco o lucido, mai entrambe le cose insieme. Invece, quando riesci a vedere davvero chi hai davanti, con tutta la sua complessità e scegli di restare, quello è amore.
Nelle organizzazioni, questa capacità ha sfumature meno poetiche, è leadership nella complessità. Guidare senza avere tutte le risposte non è un fallimento della guida è la sua versione più adulta e pulita. Spesso invece nei contesti lavorativi premiano chi sa decidere in fretta, chi taglia i nodi, chi porta certezza, ma le decisioni più importanti raramente sono binarie. La vera tensione non è tra giusto e sbagliato, ma tra due cose entrambe vere, entrambe costose, entrambe da onorare in qualche misura.
Altri esempi: un’organizzazione che vuole crescere in fretta e vuole preservare la sua cultura. Un manager che vuole proteggere il suo team e vuole spingerlo oltre i propri confini. Un leader che vuole avere una direzione chiara e vuole restare aperto a cambiare rotta. Non si risolve scegliendo: si governa tenendo entrambe le tensioni vive, senza lasciarsi paralizzare da nessuna delle due. È il potere della non cristallizzazione.
La tolleranza dell’ambiguità non è l’assenza di posizione. È la capacità di stare dentro la domanda mentre si agisce.
Tutto questo richiede di resistere alla spinta che porta alla chiusura, quella spinta automatica, quasi fisica, a concludere, a classificare, a sapere. Tuttavia, la realtà spesso sfugge alla classificazione: è fluida, dinamica, impossibile da tenere ferma.
Chi possiede questa forma di intelligenza non è immune al disagio della contraddizione, ma ha imparato a non fuggirlo immediatamente. È in grado di reggerlo e lo lascia lavorare, perché in quella tensione sostenuta, emerge qualcosa che nessuna delle due verità avrebbe potuto generare da sola.
È questa la definizione migliore di saggezza? La maturità non è avere meno dubbi. È imparare a vedere dentro il dubbio ed utilizzarlo per vederci meglio.
Vale quindi la pena chiedersi sempre: di fronte a quale contraddizione sto fuggendo adesso? Quale verità sto sacrificando per non dover stare con la sua opposta?
Non smettiamo di chiedercelo.

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