Ieri, progettando con un cliente un intervento blended, a metà tra tecnologia, AI e organizzazione, sono emerse alcune considerazioni importanti. Al tavolo c’erano due anime diverse e complementari: quella tecnica, focalizzata sugli strumenti, sui flussi e sulle possibilità dell’intelligenza artificiale; e quella HR, attenta alle persone, alle competenze e al senso del lavoro.
A un certo punto la conversazione si è concentrata su un tema molto concreto: da dove si parte, quando si vuole introdurre a piccoli passi una collaborazione uomo–macchina?
La risposta è stata chiara: si parte dai task. Da quelli ripetitivi, standardizzati, prevedibili, nascosti dentro i processi quotidiani. È lì che l’AI può dare un contributo immediato.
Allo stesso tempo è emerso un punto altrettanto importante: il processo deve essere compreso e accettato dalle persone. Se non c’è questo passaggio, la tecnologia resta un corpo estraneo.
Ed è proprio in quel lavoro di integrazione, individuazione dei task e rilettura dei processi che torna centrale il tema delle competenze.
Per anni, nelle funzioni HR ci si è occupati di organigrammi e job description, spesso conformi ai sistemi di certificazione: un approccio piuttosto rigido, basato su elenchi di attività, responsabilità e procedure da eseguire. Il ruolo veniva definito da ciò che si doveva fare in un perimetro, perdendo spesso di vista la visione d’insieme data da un set più ampio di competenze che ciascuna persona naturalmente porta con sé e che si evolve nel tempo.
Le job description tradizionali sono costruite su elenchi di attività: cosa fai, come lo fai, quando lo fai.
I sistemi intelligenti entrano proprio lì, nelle attività ripetitive, standardizzate e prevedibili, eseguendole più velocemente, con meno errori e a costi inferiori.
Il modello per ruolo-funzione funziona ancora in contesti relativamente stabili, dove i processi cambiano lentamente, le competenze richieste restano simili per anni e il turnover è minimo. Sa tanto di naftalina, vero? Eh sì, esistono ancora contesti di questo tipo, ma per quanto dureranno? L’arrivo dell’AI mette in discussione questo schema, in modo piuttosto definitivo.
Oggi molte delle attività operative, ripetitive o basate sull’elaborazione di informazioni, possono essere svolte, almeno in parte, da sistemi intelligenti. Non spariscono i ruoli, ma cambiano i contenuti del lavoro: alcuni task vengono automatizzati, altri si trasformano, altri ancora nascono. In questo scenario, una job description basata su un elenco fisso di mansioni rischia di diventare rapidamente obsoleta: buona per un bot, ma non per la persona.
Per questo, nel prossimo futuro sarà fondamentale passare da una logica basata sui ruoli a una basata sulle competenze. Può sembrare banale, ma non lo è: lo vedo ogni giorno in selezione, quando nel definire la job description di una figura ricercata, le aziende spesso optano per un copia-incolla della persona da sostituire, invece di ragionare sulle competenze che permettono di portare persone con un valore maggiore e duraturo all’organizzazione.
Dunque, cosa significa in pratica?
Non si tratta più di chiedersi:
“Quali attività deve svolgere questa persona?”
ma piuttosto:
“Quali competenze servono oggi e domani per generare valore in questo contesto?”
Conoscere davvero le competenze delle proprie persone significa muoversi con maggiore agilità nei cambiamenti organizzativi, ridisegnare i processi integrando l’AI nei task automatizzabili e riallocare le persone su attività a più alto valore. Significa creare team ibridi, in cui umani e sistemi intelligenti collaborano su parti diverse dello stesso flusso di lavoro.
E, soprattutto, significa prendere decisioni non solo sulla base dei ruoli formali, ma sul reale potenziale delle persone.
In questo passaggio, l’assessment delle competenze diventa uno strumento strategico. Serve a mappare competenze tecniche, trasversali, attitudini, capacità di apprendimento e adattamento, e a capire chi può evolvere con le esigenze organizzative.
Questo approccio aiuta anche a gestire le paure legate all’AI. Quando il discorso resta ancorato alle mansioni, l’automazione viene vissuta come una minaccia diretta:
“Se l’AI fa quello che faccio io, che fine faccio?”
Quando invece l’attenzione si sposta sulle competenze, si apre uno spazio di evoluzione:
“Quali competenze posso sviluppare per lavorare insieme all’AI e diventare ancora più utile all’organizzazione?”
Per i leader significa cambiare sguardo. Passare dalla gestione di ruoli e compiti alla gestione di potenzialità e combinazioni di competenze tra persone e tecnologie. Significa imparare a progettare processi ibridi, assegnare task in modo diverso, valorizzando le capacità umane che l’AI non può replicare: giudizio, responsabilità, relazione, visione.
In fondo, come spesso accade davanti a un cambiamento, il vero passaggio non è tecnologico, ma culturale.
L’AI diventa un’opportunità per riscoprire e valorizzare le competenze delle persone.
Se questo tema ti riguarda, posso supportare la tua organizzazione con percorsi di assessment delle competenze, sia sul piano tecnico che psico-attitudinale, sia su quello delle competenze digitali e dell’uso degli strumenti AI.
Si tratta di un lavoro complesso, ma oggi è possibile strutturarlo in modo sistematico e sostenibile, grazie all’interdisciplinarità richiesta in questo processo e alla collaborazione con professionisti sia del settore tecnico che HR.
Un primo passo può essere semplicemente un confronto per capire da dove partire.

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