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Mosche · Aug 19, 2026

Come amare gli Chic

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Sergio Messina · Mosche

Luci Martin (voce), Bernard Edwards (basso), Norma Jean Wright (voce), Nile Rodgers (chitarra) e Tony Thompson (batteria)

Apparentemente amare gli Chic è semplicissimo, in molti hanno ballato le loro hit all’epoca, e più di recente una nuova generazione è stata introdotta a quel suono dai Daft Punk, grazie alla collaborazione con Nile Rodgers. C’è però molto snobismo intorno agli Chic: tamarri, discotecari, troppo Pop. Tutte cose vere, che però vanno inquadrate correttamente: erano i più talentuosi tamarri del genere, i Mozart della discoteca, la cui musica è sì ultra-pop senza alcuna remora ma sovverte alcuni dei luoghi comuni sulla Disco, tra cui che sia sempre uguale dall’inizio alla fine. Le loro sono sempre performance, dove c’è una certa quantità di ripetizione che però non è meccanica: questi non sono loop, bensì performer stellari che improvvisano costantemente. Essendo così orecchiabile, purtroppo nella maggior parte dei casi la musica degli Chic è stata anche fruita come tale, buona per ballare o da canticchiare ascoltando la radio ma non degna di attenzione. Inoltre, essendo Disco music, il principale supporto era il singolo (7” o, nelle versioni extended 12”) piuttosto che l’album. Sono poche le band Disco che (a differenza di quelle R&B e Funk) hanno saputo costruire dei veri album: certamente gli Earth, Wind and Fire, Curtis Mayfield e Kool & the Gang, ma non me ne vengono in mente molti altri. Viceversa i primi tre dischi degli Chic, oltre a contenere brani popolarissimi e in certi casi seminali, includono anche musica diversa, a volte piuttosto inusuale. Denominatore comune i due autori/motori, Bernard Edwards e Nile Rodgers, autori sopraffini di Party music e strumentisti stratosferici: lo stile di Rodgers è ancora copiatissimo, e un bassista col tiro che aveva Edwards (scomparso nel 96) lo devo ancora sentire. A seguire alcuni estratti da questi tre album, annotati alla bisogna.

Chic (1977)

Un disco ambizioso che doveva stabilire un suono, uno stile riconoscibile in un panorama, quello della Disco, nel 77 già molto affollato. Secondo Wikipedia questo album è la versione ripulita del loro demo tape. Sicuramente contiene i primi brani registrati come Chic, assolutamente Disco. Dance, Dance, Dance (Yowsah, Yowsah, Yowsah), primo singolo che apre l’album, dura otto minuti e stabilisce immediatamente le caratteristiche soniche della band: chitarra e basso che spingono, voci femminili, violini ritmici e un beat fatto apposta per ballare. Inoltre sono già presenti alcune soluzioni eleganti a un problema tipico della Dance: la durata. Gli Chic estendono i ritornelli già lunghi (all’infinito) e utilizzano (forse inventano o comunque popolarizzano) il Break o Breakdown, cioè un “buco” nel mezzo del brano dove rimangono solo pochi strumenti. Inoltre inseriscono molto spesso una sorta di special dove, mantenendo lo stesso ritmo, si creano nuovi incastri in particolare tra basso e chitarra. Questo diventerà un trade mark dei due, e alcuni di questi passaggi sono da incorniciare. Come quello di Dance, Dance, Dance, che inizia a 5’28, dura un minuto e spinge proprio bene.

Lo stesso stratagemma è utilizzato in Strike Up the Band che chiude l’album. Qui la festa inizia a 2’21” e l’interplay tra i due si sente benissimo: una masterclass di Funk.

L’album, oltre all’altro singolo Everybody Dance, contiene due esempi di un genere che agli Chic piace molto: la canzone sofisticata, elegante, appunto chic. São Paulo, vagamente brasileira (un Brasile visto da Manhattan) e l’ambiziosa Falling in Love with You. È l’inizio di qualcosa.

C’est Chic (1978)

Qui c’è la loro prima vera hit globale, Le Freak, della quale parliamo tra un attimo. C’est Chic infatti si apre con Chic Cheer, una sorta di coro da cheerleader per gli Chic medesimi, col nome ripetuto in maniera quasi sciamanica e applausi finti. Ma se anche a voi lo sciamanesimo Disco lascia tiepidi, l’interplay maledetto tra i due potrebbe mandarvi in paradiso: come dicevo, io un bassista che spinge così, restando sul beat e facendo variazioni strepitose, lo devo ancora sentire.

Poi viene Le Freak, notissima, la conosciamo tutti, le freak c’est chic. Dato che però il ritmo non cambia mai, non molti notano quello che succede a 2’45”: basso e chitarra si mettono a fare un giro diverso e il brano, fateci caso, mette la quinta.

L’altro singolo dell’album è I Want Your Love, con archi e fiati ipnotici e arditi da metà in poi. Ma le mie preferite sono altre tre. Innanzitutto la surreale, trasognata Savoir Faire, un brano senza centro interamente costruito su un incastro ritmico (bizzarro e non ballabile) sul quale i due inventano un miracolo: in una tempesta di violini, Edwards passeggia nell’armonia mentre Rodgers rispolvera le sue lezioni di Jazz, producendo una performance che sta tra Wes Montgomery e Barry White. Se fate i musicisti spargete la voce: ecco come si fa.

Ho un debole per (Funny) Bone, evidentemente pensata per DJ radiofonici*: parlarci sopra è una meraviglia, lo so bene avendola usata per anni alla radio. Vuota, due riff, un giro di basso/chitarra micidiale e sotto una festa.

*Se vi interessa il genere, nella ottima colonna sonora del film Car Wash (76) dei Rose Royce ci sono due brani strepitosi fatti apposta: 6 O’Clock DJ (Let’s Rock) e Mid Day DJ Theme.

Ma secondo me il capolavoro nascosto di questo album è Happy Man, basata su un giro di basso difficilissimo e essenziale per il groove. Il testo dice che sono un Happy Man, the world is my home, la gente mi ama, sono fichissimo. La musica è quasi Disco, il ritornello efficace, tutto procede liscio fino a 2’50” dove succede un fatto fantastico. Edwards decide che il giro di basso non era abbastanza furioso e ne produce uno nuovo, impensabile, pieno di variazioni, praticamente un assolo MA SEMPRE sul beat, che si balla fino alla fine. E, specie se uno suona il basso, ci si chiede come cacchio facesse, a pensarli e a suonarli.

Risqué (1979)

Il terzo album si apre una delle tracce più influenti della storia della Black music moderna, suo malgrado. Good Times infatti era solo l’ennesimo esempio di sapienza degli Chic nel produrre groove perfetti che resuscitavano i morti. Anche Good Times ha un break, di oltre tre minuti: a 3’12” si svuota e restano solo basso e batteria, poi si va riempiendo di nuovo. Nel 79 la Sugarhill Gang (prima band a avere successo con un brano rap, questo) si appropria di quel break e ci costruisce sopra una hit globale, Rappers’ Delight (la storia è complicata, la trovate qui). Da quel momento il break di Good Times diventa un pezzo della storia dell’Hip hop (e il giro di basso l’“ispirazione” per Another One Bites the Dust dei Queen).

Siccome però io sono “estroso” (come mi definì un insegnante delle medie per non dire squilibrato), vi segnalo altri due brani da questo disco, oltre al capolavoro del genere strappamutande Will You Cry (When You Hear This Song), che mi spezza il cuoricino ogni volta. Innanzitutto il Funk elastico di Can’t Stand To Love You, dove splendono le due cantanti ma soprattutto Edwards, che vince il Nobel per il basso senza mai fare il virtuoso, semplicemente essendolo - uno dei suoi tratti caratteristici.

E poi la mirabolante, lussuosa e tamarrissima A Warm Summer Night. Lei sussurra: “Papi? Would you love me tonight, on a warm summer night? It would be so nice, tonight, te quiero papi”. L’ambientazione musicale però vince su tutto, un groove circolare, lento e violinesco, col basso che scombina l’atmosfera da bordo piscina, una sorta di Pastorius ma col volume da basso. Sublime: se facessi il gangster, alle mie festicciole non vorrei altra musica.

Nel frattempo Edwards e Rodgers hanno composto, arrangiato, eseguito e prodotto molti album fondamentali per diversi artisti, tra cui l’album delle Sister Sledge We Are Family (1979), praticamente gli Chic con le sisters.

Diana di Diana Ross del 1980, interamente scritto e prodotto dai due, vende 10 milioni di copie e contiene due singoli planetari: I’m Coming Out (poi diventata un inno del movimento LGBTQ+), e Upside Down, ambedue 100% Chic.

Ovviamente la discografia degli Chic non finisce qui, e i dischi successivi della prima fase, altri quattro fino all’83, contengono musica eccellente. Questi tre però sono la genesi di un suono, di una combinazione unica e molto efficace che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, tutti più o meno miseramente falliti. Quelli furbi invece hanno investito negli originali e la spesa è valsa l’impresa, come nel caso di Let’s Dance di Bowie, costruita su un groove di chitarra del produttore Nile Rodgers, o Notorious dei Duran Duran, singolo riempipista dell’86, pure basato su un riff omicida di Rodgers (coproduttore dell’album) poi campionato da Biggie.

Ancora oggi chi fa Dance raramente produce album, un formato complesso per certe atmosfere, e che nel 2026 non ha un vero mercato: dopotutto quello della Dance è Business to business (il DJ compra la musica, io pago il DJ), dove si scelgono soltanto i brani più efficaci, cioè i singoli. Peccato: sarei curioso di ascoltare la A Warm Summer Night di Charlotte De Witte.

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