Ciao e buon lunedì,
questa newsletter esce di solito nel weekend, ma niente oggi è lunedì e questa è l’uscita numero 133 di S’È DESTRA. Cosa altro c’è da sapere? S’È DESTRA racconta fatti, storie, culture, politiche delle destre in Italia e nel mondo. La scrivo io che sono Valerio Renzi, faccio il giornalista e mi occupo di comunicazione politica.
Oggi torniamo a parlare di remigrazione, e del come e del perché è un progetto che piace tanto ai padroni.
Prima però un paio di cose.
La scorsa settimana è tornato a circolare questo pezzo che usciva esattamente un anno fa, con migliaia di nuove letture. La ragione? Quelli del Nemico hanno presentato un progetto musicale al festival MiAmi, circostanza che ha lasciato in molti più di qualche perplessità. È sempre bello quando un pezzo, soprattutto se di critica culturale, continua a essere letto e a fornire risposte a lettori che le cercano. Se volete sapere di che parliamo:
La mia mail è valrenzi@gmail.com, ho un profilo su X e uno su Instagram, su Bluesky e Mastodon. S’È DESTRA è anche un canale Telegram per tutte le cose che non stanno in una newsletter. Per incontrarci dal vivo due appuntamenti romani: giovedì 28 maggio al Brancaleone presentiamo San Luigi con l’autore Nicolas Framont, un libro bomba che parla di violenza e capitalismo, a partire dalla storia di Luigi Mangione. Il 30 maggio invece sono alla Rossa Primavera in quel del Pigneto, dove parlerò per Justice for Palestine, una campagna europeo che sono molto contento di stare seguendo per l’Italia.
Ultimissima cosa: questa newsletter è gratuita, ma costa molto lavoro, se vuoi sostenerla puoi leggere, regalare e consigliare il mio ultimo libro Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri).
Ora iniziamo!
Il prossimo 13 giugno il Comitato Remigrazione e Riconquista ha annunciato una manifestazione nazionale a Roma. Il Comitato raccoglie un cartello di gruppi di estrema destra e neofascisti, il più significativo dei quali è CasaPound Italia, ma troviamo anche sigle come la Rete dei Patrioti e il Veneto Fronte Skinhead. L’annunciata mobilitazione nella capitale la piazza di partenza ancora non è stata resa nota), arriva dopo un lungo percorso di appuntamenti in città grandi e piccole, connesse alla raccolta firme per una legge d’iniziativa popolare, che ha già stata sottoscritta da 150.000 cittadini (ben di più delle 50.000 raccolte). Un sussulto di vita nel comatoso universo dell’estrema destra italiano, tramortito dalla vittoria di Giorgia Meloni, che oggi sta trovando un suo spazio complementare e non antagonista all’azione della destra di governo.
Nella capitale anche il fronte democratico e antifascista è in fermento per contestare l’annunciata mobilitazione neofascista. E seguendo quello che sta accadendo da questa parte, balza all’occhio che tutti gli slogan che stanno emergendo hanno a che fare non con una generica petizione di antifascismo o di antirazzismo, ma intrecciano soprattutto la questione di classe. E questo è un bene, perché la campagna politica e mediatica sulla remigrazione, rischia di avere come primo e drammatico effetto il rafforzamento delle differenze e le disuguaglianze lungo la linea del colore, con la costituzione di una classe lavoratrice razzializzata legalmente composta da cittadini di serie B.
Difendere la bianchezza e difendere l’identità nazionale come rapporto tra “sangue e suolo”, quindi tra identità biologica e possesso di una porzione di territorio definito da dei confini, è come la remigrazione è stata costruita come progetto di estrema destra. È una distopia presentata come proposta di “buon senso”, quella di ricostituire la purezza originaria della nazione come unità biologica e culturale. Ora che è patrimonio condiviso anche della destra mainstream, e argomento di dibattito pubblico affrontato dai media generalisti come se fosse una cosa normale, la remigrazione in qualche modo è già in atto.
Abbiamo già raccontato come i Popolari e l’estrema destra al parlamento europeo hanno destrutturato il diritto d’asilo (una delle più significative eredità del mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale), con un nuovo regolamento accolto da ghigni e ululati e brindisi alla remigrazione. Perché il nuovo regolamento permette rimpatri più facili, allunga la detenzione amministrativa e i casi in cui questa è permessa, esternalizza i centri per i rimpatri (vedi il protocollo tra Italia e Albania) e apre le porte alla caccia all’uomo in stile ICE.
In Italia il nuovo regolamento sta venendo recepito nel cosiddetto Ddl Immigrazione che, se lo leggiamo alla luce dell’approvazione del secondo Ddl Sicurezza del governo Meloni, inizia a cambiare la vita delle persone migranti che si trovano nel nostro paese, anche quelle che vi risiedono regolarmente. Non si tratta infatti solo di espellere gli irregolari, o di provvedimenti più o meno di propaganda come la possibilità di praticare il “blocco navale” (parola d’ordine molto cara a Meloni) per 30 giorni in caso di flussi migratori “straordinari”, ma anche di rendere più difficile e ricattabile la vita di chi lavora e vive in Italia ma ha origini straniere.
Particolarmente feroce è il ghigno della destra nei confronti dei minori non accompagnati he compiono 18 anni. Per loro la cosiddetta Legge Zampa, “ha reso possibile costruire percorsi concreti di protezione e integrazione, riconosciuti anche a livello europeo. Grazie a questi strumenti, molti giovani hanno potuto studiare, formarsi, lavorare e iniziare a costruire il proprio futuro”, come scrivono 27 associazioni che hanno denunciato come il governo, limitando questo percorso ai 19 anni rispetto agli attuali 21, rischia di creare un segmento di ulteriore emarginazione. D’altronde i ragazzi di cosiddetta seconda generazione, che sono nati e cresciuti in Italia dove sono andati a scuola, spesso con pochi o nulli rapporti con i contesti di origine, quando compiono 18 anni vedono vedere la loro vita diventare difficile e precaria, nel percorso ad ostacoli per ottenere la cittadinanza.
Il governo si è impegnato inoltre per rendere più difficili i ricongiungimenti familiari, limitandone la casistica e più farraginoso il già complesso iter. L’idea è semplice, e l’ho sentita esprimere con grande chiarezza al generale Roberto Vannacci: se proprio non possiamo fare a meno di forza lavoro migrante, sia chiaro che a lavoro deve rispondere solo il salario, non certo diritti di cittadinanza. E questo è uno dei punti chiave delle varie proposte delle destre sulla remigrazione: per non alterare l’identità etnica e culturale, non solo le nostre società non devono accogliere indiscriminatamente, ma anche alla forza lavoro condotta e irriggimentata con cura nei nostri paesi, deve essere rispedita indietro quando il suo lavoro non è più richiesto.
Ora quello che si vuole portare a termine usando lo slogan della remigrazione, è la possibilità di tenere perennemente in uno stato di precarietà chi oggi già ha la cittadinanza italiana o ha i requisiti per richiederla, con lo spettro dell’espulsione. Si parla ormai apertamente di ritirare la cittadinanza a chi è considerato inassimilabile, e di un sistema differenziale di cittadinanza per chi ha origine straniere. È quanto avvenuto nel dibattito pubblico anche dopo i tragici fatti di Modena, dove Salim El Koudri si è lanciato contro i passanti con un’auto in corsa ferendo diverse persone gravemente. Il gesto del 31enne italiano di origine straniera non sarebbe stato mosso da ragioni ideologiche, non si tratta di un attentatore radicalizzato, quanto bisognerebbe indagare su un disagio psichico cresciuto nei mesi precedenti. Nonostante questa la destra più o meno estrema, è accorsa a chiedere il ritiro della cittadinanza dell’uomo (vi consiglio questo video di Leonardo Bianchi che fa il punto sullo sciacallaggio ancora in corso). Per loro El Koudri non sarà mai davvero italiano per una ragione semplice: il colore della pelle. Lo confermano le proposte politiche in discussione, che prevedono il ritiro della cittadinanza o il non accesso a essa, a fronte di reati minimi.
In questi anni alcuni dei settori dove il conflitto sociale e sindacale si è espresso in maniera più dura, sono state vertenze della logistica e operaie, portate avanti da una classe lavoratrice multietnica andata sindacalizzandosi. Una classe lavoratrice che, a differenza dei migranti sfruttati come bracciantati con il capolarato, o in settori dove il rapporto di lavoro è atomizzato come il lavoro di cura, è per lo più regolare e contrattualizzata, anche se sfruttata e ricattata. Una composizione estremamente combattiva, come quelle cha ha Prato si è organizzata nel Sudd Cobas, con scioperi che non sono solo stati repressi dalle forze dell’ordine, ma brutalmente aggrediti dalle squadracce dei padroni del tessile cinese: da queste parti si vede con chiarezza come anche il sistema di sfruttamento è multietnico.
A Prato lo scorso 7 marzo era previsto un comizio del Comitato Remigrazione e Riconquista. A opporvisi proprio i lavoratori organizzati con il Sudd Cobas, insieme alle associazioni e le forze della sinistra pratese. La piazza è stata occupata la sera prima pacificamente ma con determinazione dagli operai, che hanno montato tende e presidiato tutta la notte come a un picchetto, costringendo la questura a mettere in una piazza ben più defilata i neofascisti. Nel farlo questa composizione multietnica si è direttamente collegata alla storia della Resistenza di Prato e della storia operaia della città. Scrivevano nel loro appello: “I fascisti del comitato “Remigrazione e Riconquista” hanno annunciato un corteo nazionale a Prato. Lo vogliono fare nell’anniversario dello sciopero generale antifascista del 1944 e della deportazione di 133 operai pratesi. Loro sognano l’ICE di Trump. Noi saremo la resistenza del popolo di Minneapolis”. La mobilitazione dello scorso marzo è costata al momento multe salatissime a quattro esponenti del sindacato, così come previsto dal nuovo decreto sicurezza si troveranno a pagare tra i 10.000 e i 30.000 euro.
Accanto all’associazionismo “storico” delle seconde generazioni di cittadini migranti, molto orientato all’empowerment, e protagonista di battaglie importantissime, prima di tutto per rendere visibile una condizione, e poi per il miglioramento delle condizioni di vita derivante dall’accesso ai diritti di cittadinanza, si va affiancando un nuovo tipo di organizzazione delle seconde generazioni. È il caso per esempio di Immigrital, che si definisce come un’organizzazione di “giovani di origine migrante e operaia”. Parlando con i militanti di questo collettivo, radicato soprattutto a Milano, emerge come il tentativo a partire da alcuni territori sia quello di unire immediatamente il terreno dei diritti e delle lotte contro il razzismo, alle rivendicazioni sociali. Si tratta di ragazzi cresciuti per lo più in periferie dove lo stigma di dove abiti si sovrappone a quello per le proprie origini, e per i quali contestare la violenza delle forze dell’ordine nei loro quartieri sulla base della profilazione razziale, è un tutt’uno con le lotte per la casa e un salario degno e l'accesso alla cittadinanza. Ascoltarli e interrogarsi insieme su come organizzarsi è una delle cose più interessanti che mi è capitata negli ultimi mesi.
A chi ne subisce gli effetti è dunque già evidente che il discorso sulla remigrazione si tradurrà prima di tutta in trasformare le nostre società in società di apartheid di classe, dove ad alcuni settori di classe lavoratrice sarà impossibile modificare la loro condizione, come una casta di paria.

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