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Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando · Aug 17, 2026

Perché l'esercito americano e Paolo Crepet rischiano di fare lo stesso errore, ma parliamo anche di Zerocalcare, Woody Allen, José Saramago, Ildegarda di Bingen e It's Always Sunny in Philadelphia

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Ermanno Ferretti · Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando

Passato bene il Ferragosto? Sopravvissuti al grande caldo? Spero per voi di sì, ovviamente, e che quindi siate pronti ad affrontare queste ultime due settimane d’agosto con uno spirito nuovo.

Per me è l’ultima settimana di vacanza, visto che da lunedì prossimo si torna a scuola con prove di recupero, burocrazia varia e altre cose. Ma, con l’approssimarsi della fine dell’estate, ricominciano a intensificarsi anche gli incontri dal vivo. Dopo i due appuntamenti “polesani” dei giorni scorsi (andati tra l’altro molto bene), vi segnalo che a fine agosto, il 29, sarò a Canterano, in provincia di Roma, mentre il 14 settembre sarò a Padova (ospite della libreria Feltrinelli). Qui di seguito i moduli per avere altre informazioni.

E ora dedichiamoci alla newsletter!

Partiamo come sempre dai libri.

  • Visioni sinfoniche di Paola Anna Maria Müller: vi ho già parlata di Ildegarda di Bingen, monaca del XII secolo tanto interessante quanto poco nota. La sto scoprendo – al di là di qualche notizia storica che già avevo – tramite questo libro di Paola Müller, storica della filosofia della Cattolica di Milano che cerca di ricostruirne non solo la vicenda umana, ma soprattutto quella mistica e intellettuale. Al centro dell’analisi ci sono infatti le visioni di Ildegarda e come furono diffuse e tramandate già al suo tempo, considerando tra l’altro che provenivano da una donna (cosa che già, al tempo, le squalificava) e da una donna illetterata, che aveva bisogno di segretari per mettere per iscritto in un latino dignitoso ciò che vedeva. Ciononostante, di quella donna discutiamo e raccontiamo ancora oggi, a quasi mille anni di distanza, segno che ci sono molte cose che vale la pena indagare. Il libro non è semplice ed è pensato per un pubblico universitario; ma, se vi dilettate di storia o di filosofia e avete una sincera curiosità per il Medioevo, può essere un saggio molto interessante.

  • Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago: vi ho già raccontato come mi sono accostato (probabilmente tardi) a questo celebre romanzo di Saramago, il cui senso però per ora mi rimane un po’ oscuro. La storia è ovviamente quella di Gesù, con vistose differenze rispetto ai Vangeli canonici ma allo stesso tempo non abbastanza vistose da permettere di capire dove si voglia andare a parare. Sono arrivato alla fase in cui Gesù è ormai rimasto orfano di padre e ha deciso di andare a Gerusalemme da solo, deviando poi per Betlemme. Ma il problema non è tanto che Saramago racconti gli anni non raccontati dai resoconti classici; è che non riesco a comprendere – almeno per ora – la questione della divinità di Cristo. Gesù è un uomo (giovane e inesperto, ma pur sempre un uomo), e quindi senza alcun legame col divino, oppure no? Perché da un lato Saramago sembra voler alimentare questa prima lettura, non mancando però allo stesso tempo di introdurre angeli, visioni, situazioni che hanno del miracoloso. È un Vangelo laico o credente, insomma? E fino a che punto può essere ascritto alla prima o alla seconda schiera? Credo che lo capirò solo proseguendo nella lettura, ma allo stesso tempo devo anche ammettere che per ora la questione – più che incuriosirmi – mi lascia un po’ interdetto, e non so se questo fosse lo scopo dell’autore. Vedremo.

  • Il mestiere di pensare di Diego Marconi: su consiglio di alcuni di voi, questa settimana ho cominciato a leggere un libriccino che risale a più di dieci anni fa, ma che affronta un tema che, in un certo senso, mi riguarda da vicino. Il libro in questione si intitola Il mestiere di pensare e si interroga sul ruolo pubblico della filosofia nell’Italia di oggi. L’autore è Diego Marconi, filosofo analitico di scuola torinese che in carriera si è fatto notare soprattutto per i lavori su Wittgenstein e per la collaborazione con gli informatici. Il libro è onesto e, com’è giusto che sia, partigiano; riflette sui motivi che hanno portato la filosofia a diventare una disciplina tecnica, astrusa, lontana dal dibattito pubblico, e sui fraintendimenti che tutto questo può generare. Interessante, da questo punto di vista, la parte che Marconi dedica alla divulgazione, non risparmiando critiche tra le righe a certe avventure televisive che di filosofico hanno ben poco. Chi mi ha indicato questa lettura, probabilmente, era interessato a capire cosa ne penso io, anche in relazione al mio ruolo di divulgatore, e forse ne potremmo in effetti parlare meglio qui sulla newsletter una volta che avrò finito il volume. Non si tratta di un libro lungo, e infatti sono già quasi arrivato a metà: credo che, nel giro di un paio di settimane, dovrei arrivare a finirlo.

Passiamo ora ai film.

  • Crimini e misfatti (1989), di Woody Allen, con Woody Allen, Martin Landau, Mia Farrow: Woody Allen è ritenuto un grande autore di film comici; ma a me è sempre sembrato, in realtà, che il suo più grande talento consistesse nel mescolare commedia e tragedia. Crimini e misfatti ne è un esempio magistrale, e un po’ lo stesso Allen lo sa, quando fa dire – ironicamente – al suo personaggio più odioso che la comicità è “tragedia più tempo”. La trama si dipana lungo due binari che si incontrano solo brevemente nel finale: da un lato, c’è un importante medico, un oculista, che è minacciato dall’amante e che, dopo vari ripensamenti, decide di farla uccidere per sbarazzarsi del problema che la donna costituisce; dall’altro c’è un regista di documentari mezzo fallito che acconsente, suo malgrado, a girare un lavoro sull’odiato genero, produttore invece di grande successo. Il film alterna momenti comici (è qui che ci sono le celebri battute: «Senti, io non mi intendo di suicidi. Quando sono cresciuto, a Brooklyn, mai nessuno che si suicidasse. Erano tutti troppo infelici» e «L’ultima donna in cui sono stato dentro era la Statua della Libertà») ad altri decisamente tragici, oltre a riflessioni sul senso della vita, della morale e della religione. E conduce il tutto a un livello poco spettacolare ma incredibilmente incisivo. Allen ci dà le sue risposte, coerenti con quelle che ha sostenuto nell’arco di tutta la sua vita cinematografica, ma lascia aperta la domanda anche a noi: se non c’è Dio, c’è una qualche punizione per il male? Esiste una coscienza ed esiste davvero un senso di colpa? O sono solo “cose da film” e possiamo, nella vita vera, tranquillamente convivere con le nostre malefatte?

  • Due spicci episodi 1.07-1.08 (2026), di Zerocalcare: ho finalmente finito la serie di Zerocalcare che voi, probabilmente, avete già visto da tempo. Come ho già anticipato nelle settimane scorse, devo dire che Due spicci mi ha preso meno dei suoi precedessori; forse sono io che invecchio e quindi trovo meno stimoli da una serie che mi pare girare ancora attorno a tematiche in qualche misura adolescenziali (almeno per quanto riguarda la maturità dei personaggi), o forse è semplicemente che la storia non aveva tutto quel mordente che avrebbe dovuto avere. Cerco di approfondire. Da un lato, è vero che questa volta Zerocalcare imbastisce una trama quasi da thriller, con malavita, tensione, botte e tutto il resto; ma questo elemento, che avrebbe dovuto dare un po’ di ritmo alla storia, finisce in realtà a mio avviso per disperdersi in puntate troppo lunghe e diluite (con belle canzoni, certo, ma pur sempre troppo numerose) e in una maturazione dei personaggi che non arriva mai. Alla fine, siamo sempre lì: Zerocalcare è sempre lui, uguale, da quindici anni a questa parte, ma sempre loro sono anche l’Armadillo, Secco (che pure di novità pare averne avute, e però non vengono realmente affrontate), Cinghiale, Sara e così via. Tutto cambia perché tutto rimanga uguale a se stesso, almeno a livello emotivo e psicologico. E alla fine, forse, tutta questa voglia di vedere “coma va a finire” non ti viene. Al netto del fatto che poi la serie è carina, divertente, ben realizzata e tutto il resto: rimane un buon prodotto, ma forse non più così innovativo come agli inizi; e forse, mi verrebbe da dire, addirittura un po’ innocuo. La trovate su Netflix.

  • It’s Always Sunny in Philadelphia episodi 4.07-4.08-4.09 (2008), di Rob McElhenney, con Charlie Day, Glenn Howerton, Rob McElhenney: non so se la quarta stagione di C’è sempre il sole a Philadelphia mi stia convincendo, soprattutto per via del fatto che il tenore degli episodi sta scivolando rapidamente verso lo squallido; uno squallido pur sempre divertente e sconvolgente, ma comunque squallido. Mi spiego meglio: la serie, di cui vi ho già parlato più volte, è una delle più longeve dello show business americano; creata inizialmente da tre aspiranti attori in cerca di un lavoro, è arrivata ormai alla diciottesima stagione, raccontando le disavventure di alcuni (stupidissimi) ragazzi di Philadelphia, proprietari e gestori di uno scalcagnato pub. Se all’inizio l’assurdità dei protagonisti era funzionale a presentare trame provocatorie, che rovesciassero gli schemi e affrontassero temi scabrosi, forse proprio dalla quarta stagione in poi la serie è scivolata via via su argomenti meno incisivi, meno sociali, e solo scalcagnati. Per fare un esempio: nelle prime annate i temi erano gli abusi sessuali, il razzismo, le armi da fuoco, la religiosità e così via; nelle puntate che ho visto questa settimana, invece, si parla di cacca (sì, davvero), di recensioni negative e di performance erotiche. Certo, il tutto rimane dissacrante e quindi si ride pure, ma forse con meno incisività di prima. La serie la trovate su Disney+.

La settimana scorsa vi avevo detto che avrei concluso il discorso sui grandi sistemi invisibili, su Sherlock Holmes e su tutto quello che ci siamo detti (se non sapete di cosa sto parlando, guardate qui). Devo però smentirmi: ho letto proprio in questi giorni una dichiarazione che merita una risposta immediata, e quindi rimando alla settimana prossima quello che inizialmente avevo pensato per oggi.

Di quale dichiarazione sto parlando? La trovate qui. In uno speciale trasmesso in questi giorni da La7, il noto psichiatra Paolo Crepet ha lanciato una delle sue frasi tranchant: «Ormai [agli Esami di maturità] vengono promossi praticamente tutti, il 99,9% secondo la statistica. Pensiamo davvero che in un liceo di Shanghai accada la stessa cosa?» E questo tasso di promozione così alto certificherebbe, a suo dire, il «fallimento totale» della scuola italiana.

Ora, in queste affermazioni ci sono degli errori – di metodo, di analisi, di indagine – che vale la pena di elencare, non solo perché arrivano da un personaggio che viene letto e ascoltato, ma anche perché si ritrovano spesso tra persone bene istruite. Per molti, cioè, una delle cause del fallimento della scuola sta proprio nel fatto che non si bocci più. Be’, cercherò di dimostrare due cose: a) che non è poi così vero che non si boccia più; b) che non è poi così vero – stando alla ricerca più accreditata a livello mondiale – che sia proprio questa la causa del fallimento della scuola.

Per farlo, dovremo però partire proprio da quelle dichiarazioni; perché cattive analisi portano a cattive conclusioni, e analisi che sfiorano il problema senza coglierlo portano a rattoppi che rischiano di non risolvere nulla.

Crepet (e per la verità non solo lui) sostiene da anni che il problema dei giovani sia il troppo permissivismo. Una tesi che potrebbe avere anche senso, magari potrebbe anche essere vera, ma che ha bisogno di prove solide per accreditarsi; e purtroppo, però, queste prove solide vanno cercate con metodo, tempo e serietà. Non basta, cioè, un dato sparato lì a caso per dimostrare di aver ragione.

Certo, la questione delle bocciature gira nell’aria da tempo, da ben prima di Crepet, e ha successo anche tra i non psichiatri e soprattutto tra i non addetti ai lavori. E lo ha, a mio avviso, per due motivi: da un lato, perché cerca di spiegare come mai in Italia l’istruzione non raggiunga i risultati sperati; dall’altro, perché trova un facile bersaglio negli insegnanti («è colpa loro! Sono loro i troppo permissivi!»). Infine, c’è anche un terzo motivo, e cioè permette ai più maturi di dire: «Ah, ai miei tempi – quando si bocciava! – sì che si studiava e si faticava, mica come ora». E lo sappiamo: la gente di mezz’età (categoria a cui ormai appartengo anch’io) di solito non vede l’ora di sentirsi confermata nell’idea di appartenere all’unica generazione che ha davvero faticato nella storia dell’umanità.

Poi è anche vero: la scuola non funziona. E lo si vede da mille cose: dal fatto che i risultati delle prove Invalsi non crescono da molti anni, e anzi ultimamente perfino peggiorano; dal fatto che abbiamo un tasso d’abbandono scolastico ancora imbarazzante in varie zone del paese; dai livelli d’apprendimento; dal fatto che la scuola ha smesso di essere l’ascensore sociale del paese. Ma anche dal fatto che la nostra classe intellettuale – formata proprio nella nostra scuola, e non in quella di oggi ma in quella di quaranta o cinquant’anni fa – parla di continuo di cose che non sa, senza analizzare in profondità i dati che sciorina. Segno che la scuola non è riuscita a far capire agli italiani neppure l’unica cosa veramente importante: che per conoscere degli argomenti bisogna faticare, indagare, analizzare davvero, e che non si può parlare continuamente di tutto come se si fosse al bar.

E allora proviamo a farla qui, questa analisi sugli Esami, o almeno a iniziarla. Partiamo dall’inizio: il dato citato da Crepet è vero. Ogni anno più del 99% dei maturandi supera l’Esame che conclude le scuole superiori. Quest’anno, se ho ben capito, la percentuale dei promossi è stata addirittura del 99,8%.

Bisogna però subito fare delle precisazioni: il 99,8% è calcolato sul totale degli ammessi all’Esame. Se invece guardiamo il totale degli studenti che hanno frequentato la classe quinta, la percentuale cala al 96,7%. Significa che il 3,3% (anzi, un po’ di più) non ottiene il diploma, o perché non supera le prove o perché non vi viene ammesso: e la cosa già è un pochino diversa da prima.

Ma il punto vero si trova ancora più a monte: prima della classe quinta, cioè nelle classi intermedie, viene promosso in media il 77% degli studenti; un altro 17% circa ha il giudizio sospeso (cioè viene rimandato, come si diceva una volta); e un altro 6% circa risulta “non ammesso”, ovvero bocciato. Nella prima classe delle superiori la media è anche più alta: 8% di bocciati. Senza contare quelli che cambiano scuola, che si ritirano e così via.

Il che vuol dire che non è vero che la scuola è diventata improvvisamente facilissima e che tutti quelli che, poniamo, in prima si iscrivono al Liceo Scientifico arriveranno in cinque anni al diploma; infatti al diploma senza bocciature ci arriva più o meno un 75-80%. Qualcun altro ci arriva in sei anni, o sette; qualcun altro cambia scuola perché vede che il percorso non è quello adatto a lui. Sono percentuali comunque più alte di cinquanta o sessant’anni fa, certo; ma ben lontane dal 99,9% che, un po’ furbescamente, si presenta.

C’è un aneddoto storico interessante che secondo me aiuta a capire il problema dell’analisi di Crepet. Provo a raccontarvelo. Durante la Seconda guerra mondiale l’esercito americano consultò un matematico di nome Abraham Wald, chiedendogli un parere tecnico: dovevano decidere in quali punti rinforzare la corazza dei bombardieri usati nelle loro operazioni militari. L’esercito aveva infatti svolto uno studio statistico, e aveva notato che gli aerei che tornavano alla base presentavano la maggior parte dei fori di proiettile sulle ali e sulla fusoliera: proponevano, quindi, di rinforzare proprio quelle zone.

Wald spiegò loro che stavano sbagliando tutto: era ovviamente vero che gli aerei esaminati avevano i fori in quei punti, ma bisognava rafforzare, a suo dire, le altre zone e non quelle colpite. Il motivo era relativamente semplice: Wald fece notare che l’esercito non aveva analizzato tutti gli aerei colpiti, ma solo quelli che erano riusciti a tornare alla base. Questo cosa significava? Che quando un aereo veniva colpito sulle ali o sulla fusoliera, in genere non precipitava, ma tornava all’ovile (un po’ malconcio, ma ancora intero); mentre gli aerei perduti o precipitati erano quelli, molto probabilmente, che erano stati colpiti in altre parti; ed erano proprio quelle parti, dunque, a essere le più decisive per la sopravvivenza del velivolo.

In pratica, il campione esaminato dall’esercito era un campione già filtrato “dalla sopravvivenza”. Crepet fa, di fatto, lo stesso errore: analizza i dati solo degli studenti ammessi all’esame, dimenticandosi (o non vedendo) i dati di tutti quelli che sono “precipitati prima”. E così trae conseguenze che non sono solo sbagliate, ma che rischiano di portare a peggiorare la situazione. Se l’esercito americano avesse rafforzato fusoliera e ali, avrebbe continuato a perdere aerei, sprecando tempo e denaro; e se adesso noi seguissimo i consigli di Crepet, non miglioreremmo affatto la scuola.

I problemi del nostro sistema educativo sono altri, e gli esperti per la verità li conoscono e li indicano da molto tempo. Uno dei problemi più spesso rimarcati, ad esempio, è che i voti scolastici e i risultati Invalsi tendono a non coincidere: che ci sono cioè parti d’Italia dove i voti sono alti e i risultati Invalsi bassi; segno che più che la promozione o la bocciatura finale, il problema vero è la valutazione, e in particolare quella intermedia. Più di scandalizzarci per il numero di promossi, dovremmo preoccuparci per il numero dei 100 (o dei 10 a fine anno), troppo diffusi per essere realistici o formativi.

Certo, si potrebbe dire: votazioni più basse porterebbero a bocciature più frequenti. È possibile, sì. Ma anche qui bisogna chiarire e vedere a cosa dice la ricerca, non solo italiana ma anche internazionale. Le analisi più recenti sull’efficacia della bocciatura, che mettono insieme decine di studi condotti in paesi diversi (trovate qualche resoconto qui e qui), ci spiegano che la bocciatura ha, in media, un effetto sostanzialmente nullo: ovvero che chi ripete l’anno non mostra di solito, nel tempo, apprendimenti migliori di chi viene promosso anche in presenza di lacune.

Spiego meglio questo dato perché è importante. Gli insegnanti lo sanno: a fine anno, allo scrutinio, sorgono di solito grandi discussioni davanti ai ragazzi che hanno due, tre o quattro insufficienze nel quadro generale dei voti. La grande domanda è: «Che fare?» Con una insufficienza si rimanda, senza troppi problemi; con tante insufficienze si ferma lo studente, altrettanto facilmente. Il guaio è quando le insufficienze non sono né tante né poche; magari un paio di 5, un 4, e un profilo incerto. Rimandare? Fermare?

Di solito si discute a lungo, e una domanda che ci si pone è: fermarlo potrà aiutarlo a far meglio? Questa domanda me la pongo anch’io, ogni volta che mi trovo in quella situazione e sono chiamato a dire la mia. Ebbene, se guardiamo agli studi non c’è prova che – in media – fermare un ragazzo lo aiuti rispetto a mandarlo avanti anche con alcune difficoltà. Il che vuol dire che a volte lo aiuta e a volte no, e quindi che la cosa è sempre molto incerta, e che bisogna valutare caso per caso, situazione per situazione. Se bocciare aiutasse sempre a rafforzare le competenze, bocceremmo ogni volta; ma sappiamo che non funziona sempre così.

Non solo: i dati ci dicono molto chiaramente che la bocciatura è associata anche a un rischio più alto di abbandono scolastico. In Italia, oltre uno studente su dieci che ha subito una bocciatura abbandona definitivamente il percorso scolastico, non raggiungendo alcun risultato. Bocciare di più, insomma, non produce affatto gli effetti che Crepet immagina, non migliora automaticamente i ragazzi; e lo dicono i dati e i ricercatori, da ormai parecchi anni. Il che, ovviamente, non significa che non si debba bocciare mai: ma che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, checché ne dicano gli intellettuali.

Tra l’altro, dovremmo dire pure qualcosa su Shanghai, che Crepet cita come modello virtuoso. Forse lo psichiatra non lo sa, ma i dati PISA su Shanghai sono stati oggetto, negli ultimi anni, di critiche, anche molto serie, perché pare che in Cina gli studenti sottoposti al test fossero un campione selezionato (e quindi non rappresentativo dell’intera popolazione). Insomma, l’accusa è che la Cina non sia davvero rappresentata da quei risultati (vedi qui per ulteriori approfondimenti): e quindi, anche lì, ci andrei cauto coi paragoni. Ancora una volta: Crepet accusa la scuola di non formare bene i ragazzi, e però usa male i dati e senza controllarli. Diciamo che rischia di essere il bue che dà del cornuto all’asino.

Proviamo però ora a tirare le somme. La scuola italiana ha dei problemi? Sì, tanti, anche a livello di valutazione e di risultati. Ma il numero dei promossi all’Esame di maturità è probabilmente l’ultimo di questi problemi, anzi forse non è neppure un problema: è, credo, abbastanza intuitivo che sia meglio bocciare o reindirizzare i ragazzi per tempo che non quando arrivano all’ultimo step della loro carriera scolastica. E poi: siamo davvero sicuri che le scuole straniere (tedesche, francesi, statunitensi) siano meno permissive di quelle italiane?

La comunicazione sulla scuola ha dei problemi? Sì, molti. Il dibattito pubblico sulla scuola, almeno sui grandi mezzi di comunicazione, è dominato da giornalisti, psichiatri, professori universitari in pensione e altri personaggi che della scuola sanno ben poco, e soprattutto che non si informano, non leggono gli studi e non approfondiscono le situazioni. Parlano per sentito dire, perlopiù, o per impressioni, convinti di essere dotati di un sacro fuoco che permetterebbe loro di cogliere la verità senza studio, senza fatica, senza analisi. E mi chiedo se questo non sia più deleterio, per la formazione dei nostri giovani, di voti, bocciature e tutto il resto: avere cioè un sistema culturale e informativo così approssimativo, superficiale e pieno di pregiudizi da non riuscire a intervenire su nulla e a non risolvere davvero nessun problema.

E ora è il momento del solito resoconto dei video e dei podcast che ho pubblicato questa settimana:

  • L’imperialismo romano nel III e II secolo a.C.: proseguiamo col nostro percorso di storia romana, parlando dell’esercito e della sua organizzazione

  • “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud - audiolibro spiegato parte 19: continua la lettura integrale del capolavoro di Freud

  • Il Metropolitan Museum di New York: esploriamo il museo più grande di New York e forse degli interi Stati Uniti

  • La vita, le opere e lo stile di Arthur Schopenhauer (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • L’invasione sovietica dell’Afghanistan e le sue conseguenze (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • Cos’era davvero il cavallo di Troia?

  • Rimandare la sveglia ogni mattina

  • Charles Darwin scrive a Zendaya e Tom Holland [Email dall’Oltretomba]

Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:

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Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.

  • Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.

  • Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!

E chiudiamo come sempre con le anticipazioni. Ecco quello che dovrebbe arrivare sul canale nei prossimi giorni:

  • domani e dopodomani si riparte dai podcast, con puntate dedicate a Schopenhauer e all’Afghanistan;

  • giovedì pubblicherò poi un video su Tolstoj, lo scrittore di Guerra e pace che ci fa spesso compagnia nei video, per indagar la sua filosofia e la sua idea di storia;

  • venerdì vorrei proporvi un video su Rudolf Carnap, importante esponente del neopositivismo;

  • sabato sarà quindi la volta di un video di storia romana, incentrato sui mutamenti sociali nel III e II secolo a.C.;

  • e domenica e lunedì, infine, di nuovo spazio ai podcast.

E questo è tutto anche per questa settimana. Se abitate in centro Italia iniziate a mettere in calendario l’appuntamento di Canterano e se invece vivete in Veneto iniziate a pensare a quello di Padova. Per il resto, ci vediamo qui tra sette giorni esatti, puntuali come sempre.

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