Oggi, come molti colleghi, ho rimesso piede a scuola: sono infatti cominciati tutti quegli esami, incontri, riunioni e attività che preparano al nuovo anno scolastico, che prenderà formalmente avvio dal Collegio Docenti del 1° settembre. Durante l’estate ho dedicato molto tempo, tra le altre cose, a cercare di capire cosa cambiare l’anno prossimo (nella distribuzione del programma, nelle attività collaterali ma importanti) e per la verità molte delle idee che mi erano venute in mente e che sulle prime mi erano sembrate validissime sono state ridimensionate col passare del tempo. Da un po’, infatti, sento l’esigenza di introdurre qualche piccolo cambiamento al mio modo di insegnare, anche per venire incontro a una generazione che è diversa da quelle che l’hanno preceduta; allo stesso tempo, mi rendo però conto che queste innovazioni vanno centellinate, per non correre il rischio di perdere quello che già di buono ho costruito. Ci sto ancora pensando, ma magari in futuro vi parlerò più in dettaglio delle mie strategie e dei miei metodi.
Intanto è il momento della nostra solita newsletter settimanale. Prima di cominciare a entrare nel vivo, però, lasciate che vi ricordi i prossimi appuntamenti dal vivo. Intanto sabato 29 alle 18:30 sarò a Canterano, in provincia di Roma, per presentare Neanche Nietzsche era un superuomo, il mio ultimo libro (se siete interessati, info qui); se invece vivete nel nordest, presenterò sempre quel libro anche a Padova, presso la libreria Feltrinelli, il 14 settembre (info qui). Non mancate!
E ora iniziamo col nostro solito programma.
E partiamo come al solito dai libri.
Non ti manchi mai la gioia di Vito Mancuso: ho finito di leggere, questa settimana, questo breve libretto di Vito Mancuso uscito una manciata d’anni fa. So che il teologo ha molti estimatori anche qui, per la sua capacità di aggiornare almeno in parte la dottrina cattolica, contaminandola con la filosofia laica. Io però non sono troppo convinto da questo libro, non tanto per l’operazione in sé quanto per i consigli che alla fine Mancuso prova a dare. Guardiamo in particolare allo scopo di questo piccolo saggio: offrire una via per la gioia che prenda il meglio della spiritualità cristiana e di quella stoica, con qualche altro consiglio preso qua e là da altri saggi del passato. D’accordo, operazione per certi versi è anche sensata (stoicismo e cattolicesimo, soprattutto se presi “a spizzico”, possono parlarsi agevolmente), ma, mi sembra, fuori tempo massimo. Pensare che basti un mix tra Gesù e Seneca per dare risposte all’uomo di oggi, a volte addirittura scappando dai problemi attuali (la crisi dei grandi valori, la mancanza di certezze, la solitudine sempre più diffusa), mi pare illusorio. E però, a ben guardare, è proprio questo quello che propone Mancuso: richiuditi in te stesso, dice, e cerca la gioia. Come a dire: se torniamo (pesantemente) al passato per i riferimenti filosofici, ritorniamoci anche nell’atteggiamento nei confronti del mondo. Anche a me piace Seneca, anche io stimo i filosofi del passato; ma vorrei usarli come strumenti per affrontare i problemi di oggi e magari imparare a gestirli, e non far finta che quei problemi siano illusioni. È per questi motivi, essenzialmente, che il libro mi è piaciuto solo a metà. Poi, certo: è scritto bene e si lascia leggere; ma non so quante risposte possa realmente dare a chi non ha già un’intensa vita spirituale (e quindi una qualche forma di fede) per conto suo.
La storia infinita di Michael Ende: ho letto per la prima volta La storia infinita qualche anno fa, e l’ho trovato un romanzo fantastico, sicuramente pensato in primo luogo per un pubblico di ragazzi ma molto interessante anche per gli adulti. Da poco, come vi ho raccontato nelle scorse settimane, ho cominciato a rileggerlo insieme a uno dei miei figli, sperando che questo libro fosse in grado di stimolarne la passione per la lettura. La scommessa per ora pare ampiamente vinta: il figlio non si accontenta di leggerlo quando e quanto glielo propongo io, ma spinge per proseguire, incuriosito dalle vicende partorite dalla fantasia di Ende. D’altra parte, man mano che lo rileggo mi rendo conto anche io dei suoi grandi pregi: appassionante, ricco di avventure e di fantasia, capace di parlare a tutti con temi che dal fantasy scivolano rapidamente verso il filosofico. Senza contare che c’è anche qualche mistero: in tutta questa prima parte, infatti, la storia si sviluppa su due binari, con da un lato il giovane Bastiano, un ragazzotto che ruba un libro e si mette a leggerlo marinando la scuola, e dall’altro Atreiu, l’eroe di quello stesso libro. Si intuisce, però, – e spero di non fare troppi spoiler – che queste due storie siano destinate a incrociarsi e unirsi rapidamente. Io e il figlio siamo tra l’altro arrivati al punto in cui Atreiu deve passare attraverso le porte con le sfingi, un punto molto delicato e molto importante che si trova, se la memoria non mi inganna, circa a un quarto del libro; per questo ve ne parlerò sicuramente ancora a lungo. Intanto, però, chi non l’ha ancora letto lo recuperi sicuramente.
I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed: continua anche la lettura di questo libro sospeso a metà strada tra giornalismo, documento d’epoca e saggio. Al centro de I dieci giorni che sconvolsero il mondo c’è, come forse già sapete, la Rivoluzione russa, raccontata subito prima e subito dopo la presa del Palazzo d’inverno da parte dei bolscevichi di Lenin. Reed era all’epoca un giornalista americano di vaghe idee socialiste, catapultato in Russia per seguire le vicende belliche, ma presto preso dentro gli intrighi politici, le speranze e le lotte di quei mesi. La vicinanza del narratore ai rivoluzionari, e in particolare alla fazione leninista, è piuttosto evidente, e fa sì che l’opera vada contestualizzata e presa un po’ con le pinze; ma nonostante questo il documento è davvero unico, capace di dar conto di una situazione caotica, complessa, piena di sigle e di lotte intestine ma anche di speranze e sogni. Pensare che tutto quel fermento iper-democratico avrebbe poi portato prima alla dittatura rivoluzionaria e poi allo stalinismo mettere una certa tristezza e solleva anche varie riflessioni. Da leggere. Io, personalmente, sono ancora abbastanza indietro, visto che la presa del Palazzo d’inverno deve ancora avvenire, anche se, viste le date, è ormai decisamente imminente.
E passiamo ora film e alle serie.
Ted Lasso episodi 2.01-2.02-2.03 (2021), di Jason Sudeikis, Bill Lawrence, Brendan Hunt e Joe Kelly, con Jason Sudeikis, Hannah Waddingham, Brett Goldstein: se avete letto il mio libro Neanche Nietzsche era un superuomo, sapete bene quanto abbia adorato la prima stagione di Ted Lasso, personaggio non solo originale e curioso, ma anche molto stimolante per tutta una serie di riflessioni che ti costringe a fare. Purtroppo però, come spesso mi accade, dopo aver visto la prima stagione, ormai vari anni fa, non avevo dato più seguito a quello show: la serie è infatti prodotta e pubblicata da Apple TV+, sistema streaming a cui non mi sono abbonato, più che altro perché ormai ho fin troppi abbonamenti e devo cercare di limitare le spese. Così, in un modo nell’altro, la serie è rimasta per me lì in sospeso fino a qualche giorno fa, quando mi sono imbattuto nella campagna pubblicitaria per il lancio della quarta stagione. Questo mi ha spinto a superare le mie titubanze e ad abbonarmi almeno per questo mese alla piattaforma di Apple per recuperare le puntate che mi ero perso. Sono partito ovviamente da dove ero rimasto, cioè dalla seconda stagione, con il Richmond retrocesso e però anche una serie di personaggi a cui ci si era in fondo affezionati. Non so se vi ricordate: la serie racconta le vicende appunto di Ted Lasso, allenatore americano di football che, quasi per sbaglio, finisce per essere assunto da una squadra di calcio britannica, imponendo uno stile di gioco basato sulla fiducia collettiva e sulla maturazione personale degli atleti. La prima stagione si chiudeva con una retrocessione maturata all’ultimo minuto, mentre questa riparte dalla Championship, la serie B inglese, dove teoricamente Lasso dovrebbe provare a riportare il Richmond nella massima divisione. L’avvio non è però dei più promettenti, visto che la squadra incappa in una serie interminabile di pareggi consecutivi. L’effetto novità è ormai scomparso, rimane anche un filo di retorica ma almeno Lasso ha dalla sua una innata simpatia e una pletora di personaggi di contorno ormai pienamente maturi. Si tratterà di capire se questa formula reggerà ancora per tante puntate o se diventerà ripetitiva. Andando avanti con gli episodi vedrò di parlarvene ancora.
House of the Dragon episodi 1.01-1.02 (2022), di Ryan Condal e George R.R. Martin, con Paddy Considine, Matt Smith, Milly Alcock: penso che House of the Dragon sia una delle serie più viste attualmente in TV, così come sono stati molto visti tutti gli show tratti delle opere letterarie di George R.R. Martin. Io non sono un fan del genere, ma vedendo anche solo i primi due episodi della serie (che ho recuperato, con colpevole ritardo, solo questa settimana) non è difficile capire il motivo di tale, duraturo successo. I personaggi sono netti, quasi degli archetipi: c’è il violento, il calcolatore, il giovane (o la giovane) che deve dimostrare il proprio valore, l’ambizioso... E poi ci sono le trame politiche, ridotte però alla loro componente più brutale. In quest’epoca di trumpismo dilagante, di politica ridotta a fazioni in perenne lotta tra loro, non stupisce insomma che le opere di Martin possano – anche se ovviamente in maniera trasfigurata – raccontare la nostra epoca e le sue contraddizioni. Se a tutto questo aggiungete un’atmosfera fantasy abilmente ricreata sullo schermo e attori generalmente capaci, avete un prodotto forse ripetitivo nelle sue dinamiche (il plot è sostanzialmente una perenne variazione sul tema) ma sicuramente seducente e affascinante. Non so se andrò avanti con la visione: in questi casi, in genere apprezzo qualche episodio ma non mi viene troppa voglia di vederne altri. Vedremo. La trovate sia su Sky che su HBO Max.
L’attimo fuggente (1989), di Peter Weir, con Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke: qualche giorno fa, come vi avevo accennato anche qui sulla newsletter, ho presentato Neanche Nietzsche era un superuomo all’isola di Albarella, bella località turistica qui in zona; a moderare l’evento e a farmi le domande è stato il giornalista Ivan Malfatto, molto bravo a cogliere, tra l’altro, alcuni degli aspetti più significativi del libro. Ebbene, a un certo punto, parlando di scuola e di insegnanti, Malfatto ha citato il professor Keating, celebre protagonista de L’attimo fuggente; e, nel momento stesso in cui l’ha citato, mi sono reso conto di non aver mai fatto vedere il film ai miei figli. Abbiamo dunque rimediato alla prima occasione utile. Niente di nuovo, per me, e forse neppure per voi: immagino che il film l’abbiate visto in lungo e in largo e lo conosciate quasi a memoria. E però forse vale la pena di rianalizzarlo a distanza di tanti anni, e soprattutto ora che non sono più uno studente (come quando il film uscì) e sono invece da tempo passato dall’altra parte della barricata, dietro alla cattedra. Il film è ovviamente furbo e retorico: tutti gli anti-Keating (il preside, il padre del ragazzo, l’autore del libro di testo di letteratura) sono così ottusi e odiabili da trasformare il personaggio interpretato da Robin Williams automaticamente in un eroe senza macchia, e da trasformare ogni sua parola in un atto di ribellione e libertà. Si perde ovviamente in realismo (le situazioni reali sono sempre molto più sfumate e complesse) e forse anche in profondità, ma si conquista la lacrimuccia a fine pellicola. Però c’è anche un’altra cosa da considerare: la recitazione di Robin Williams. Se è vero che il suo personaggio scivola spesso verso l’eccesso retorico, lui riesce incredibilmente a umanizzarlo; con quell’atteggiamento timido, incerto, dubbioso stempera molti degli eccessi e rende il tutto più credibile e umano. Un altro attore avrebbe forse fatto naufragare l’opera, Williams l’ha resa comunque valida, anche a distanza di qualche anno. E poi molto bravi anche gli altri attori, all’epoca giovanissimi e oggi quasi in età da pensione. Da rivedere.
Se eravate qui anche un paio di settimane fa, forse ricordate che, a partire da un libro di Umberto Galimberti, avevo provato a impostare un discorso di metodo, relativamente a prove e ad analisi (sociali e non). Riassumerei brevemente quello che avevo sostenuto – rimandandovi comunque alla versione completa del discorso – in questo modo: una certa tradizione filosofica, ancora piuttosto forte a livello divulgativo, insiste nel voler individuare le cause dei nostri mali (sociali e non) senza far ricorso a prove, analisi e studi, ma semplicemente grazie a intuizioni che dovrebbero cogliere il nocciolo dei problemi. Tali intuizioni portano, di solito, a individuare le cause di questi mali in soggetti impersonali, astratti ma allo stesso tempo potentissimi: la tecnica, il capitalismo o qualcosa del genere. Entità talmente astratte e onnipotenti da divenire quasi metafisiche, e quindi impossibili, nella realtà dei fatti, da limitare o contrastare.
A questa metodologia di lavoro a me pare che sia più proficuo contrapporre un modo di riflettere più fattuale, che si affida alle analisi concrete (storiche, sociologiche e via discorrendo) per trarre conclusioni meno nette, molto meno capaci di rispondere a ogni domanda, ma forse più adatte ad affrontare davvero le questioni. Se io assumo, con Galimberti, che il problema del nostro tempo sia la tecnica, creo un facile capro espiatorio che non ci permette davvero di affrontare chi quella tecnica la controlla (le Big Tech, e non solo loro), e mi dimentico anche tutti gli altri problemi che quella risposta – a mio avviso semplicistica – trascura, come il prepotente riemergere dell’irrazionalità in politica, il peso della violenza, il ruolo delle abitudini e della cultura.
Chiudevo quel pezzo però in parte ridimensionando la mia stessa tesi: perché dopo aver “parlato male” dei metafisici, dicevo anche che a volte il loro contributo è necessario. E oggi vorrei provare a spiegarvi perché.
Vi dicevo: abbiamo bisogno di studiosi “alla Sherlock Holmes” che scoprano i colpevoli più che di metafisici che ci dicano che il colpevole di ogni omicidio è il male del mondo. E però allo stesso tempo Sherlock Holmes non basta. Perché Sherlock Holmes – ovvero l’indagine basata sui fatti, quella che opera mille distinguo e rischia a volte per questo di arenarsi – non affronta alcune domande fondamentali: perché ci uccidiamo, che cosa rende possibile che un uomo ordinario diventi un assassino, quale società produce un certo movente e non un altro.
Sono domande serie e interessanti, a cui prima o poi bisogna provare a dare una risposta, anche a rischio di fare il passo più lungo della gamba. Holmes non lo fa e non deve in realtà nemmeno provarci, perché tradirebbe i suoi mezzi e le sue regole. Eppure, ripeto, qualcosa del genere bisogna provare a farlo.
Pensate a quello che fa lo storico: raccoglie documenti, esamina fonti, le sottopone al vaglio critico. Mette insieme tutta una serie di indizi che magari, se è fortunato, gli permettono di trovare una risposta a un certo accadimento specifico, gli permettono di capire perché quei contadini, in quel dato momento e in quella data zona, si sono ribellati al padrone; ma non può solo accontentarsi di piccoli fatti specifici. A un certo punto deve provare a dare anche delle spiegazioni generali di una certa epoca, andando oltre i fatti accertati.
E allora, come lavora lo storico? Chiaramente prova anche a dare spiegazioni generali, ma lo fa – se ci fate caso – con mille cautele. Raccoglie centinaia (se non migliaia) di indizi prima di avventurarsi nel campo della “grande spiegazione generale”, e quando fa questo salto non ci propone quasi mai una spiegazione unica e univoca. Indica due, tre, quattro cause principali, e varie altre secondarie, sempre ricordandoci che il discorso in realtà è ben più complesso e sfuggente di quanto quella sintesi possa suggerire.
Si tratta, ovviamente, di qualcosa di ben diverso dalla metafisica: quelli che lo storico mette in campo sono modelli interpretativi. Max Weber intendeva qualcosa del genere quando parlava degli idealtipi: modelli ideali, adatti a ragionare e a capire, ma che non pretendono di spiegare tutto e riassumere ogni aspetto di una realtà complessa. Ed è proprio lì che sta la loro forza: nell’astrarre dal dato empirico senza perdere però il contatto con la realtà, e senza perdere la consapevolezza dei propri limiti. Sono, di fatto, delle interpretazioni, e proprio per questo passibili di revisioni, aggiustamenti, anche superamenti. Quegli storici non pretendono di rivelarci – come un vate che sa vedere meglio degli altri nelle oscurità del mondo – la chiave di volta di un’epoca, la causa unica che sta dietro a tutto, ma provano faticosamente a ricostruire, dal basso, una analisi anche ardita ma consapevole dei propri limiti.
Ecco: questo è quello che a mio avviso dovrebbe fare il metafisico, o comunque un certo tipo di filosofo-divulgatore. Non è così frequente sentire, nei dibattiti pubblici o televisivi, un filosofo usare parole come “forse”, “mi pare”, “sembra”: il filosofo “da salotto” è invece spesso un venditore di certezze assolute. Quanto sarebbero più maturi, i libri di Galimberti, se ci dicesse che la tecnica è una delle componenti del nostro mondo, che sembra presentare determinati caratteri e che pare rivaleggiare con altre questioni aperte. Invece è tutto certo, assoluto, radicale, monolitico: la nostra è «l’età della tecnica» e solo della tecnica, afferma di continuo, e non serve neppure reperire delle prove da quanto questa tesi sarebbe autoevidente.
La vera domanda, casomai, è perché questo modo così assoluto di pensare continui ad avere il successo che ha, sia tra gli studiosi che tra i lettori, tenendo conto del fatto che queste considerazioni che vi ho fatto non sono certo cose nuove, ma sono state dette e ridette migliaia di volte da pensatori ben più bravi di me. Perché – nonostante Montaigne, Hume, Kant, Weber, Popper e molti altri che hanno già fatto questi discorsi – continuiamo inesorabilmente a proporre lo stesso vetusto modo di indagare e ragionare, con tutti i suoi limiti?
Credo che la colpa sia anche nostra, di tutti noi, perché pure io mi rendo conto di fare spesso questo errore. Quante volte noi docenti ci lanciamo in analisi generazionali sulla base di appena due o tre indizi? Quante volte diciamo “i ragazzi di oggi leggono meno per colpa dei social”, quando non abbiamo in realtà la minima idea se sia davvero quello il motivo? Quante volte parliamo di società dell’immagine, o della crisi, o della stanchezza, o della performance, generalizzando situazioni tra loro diversissime?
Gli esempi potrebbero essere infiniti. Siamo animali metafisici (come diceva Schopenhauer), nel senso che le spiegazioni semplici a fenomeni complessi ci piacciono, e per la verità ci sono anche abbastanza utili: ci aiutano a dominare la realtà, o almeno ci danno l’impressione di poterlo fare. Per questo l’altra volta dicevo che la “grande spiegazione” ha anche un effetto consolatorio: ci dice che il mondo ha un senso e che possiamo comprenderlo. Perché capite bene che l’alternativa a questo modo di pensare è quella scettica: rimanere nell’incertezza davanti a ogni grossa questione. Vivere, cioè, senza sapere chi è il colpevole, o comunque nel dubbio costante di aver preso una cantonata: e non è certo facile vivere così.
Quando ho fatto il paragone con Sherlock Holmes, infatti, ho un po’ barato: ho scelto il detective più bravo della storia del romanzo giallo. Ma noi – noi che guardiamo i dettagli, cerchiamo gli indizi e così via – siamo davvero bravi come Sherlock? O non assomigliamo, piuttosto, all’ispettore Lestrade, il commissario pasticcione che tende a non cavare un ragno dal buco? Indagare sui piccoli e minuti fatti con grande metodo e rigore ha senso se poi ti porta a un risultato, cioè, nella nostra metafora, a un arresto, a prendere il colpevole dell’omicidio. Ma se ti porta a mettere in gattabuia un innocente o a lasciare il caso insoluto, non offre granché: è una magra consolazione quella di essere stati rigorosi, se poi non risolvi nessun problema.
Ecco, credo che la storia della filosofia oscilli tra questi due poli, con infinite vie di mezzo e variazioni sul tema: tra chi cerca grandi spiegazioni monocausali, astratte e impersonali (ma anche coerenti al loro interno), e chi si sporca le mani con una realtà contraddittoria, che spesso lo porta a girare a vuoto ma in maniera più rigorosa. Io, per indole e forma mentis, mi oriento, come si sarà capito, da una certa parte, di cui però comprendo i limiti; mi piacerebbe che anche l’altra parte ammettesse i propri deficit, cosa che invece tende spesso a non fare.
Ultima precisazione, doverosa: l’altra volta e un po’ anche oggi ho parlato di spiegazioni impersonali (la tecnica, il mercato ecc.), ritenendole spesso indebite. Vorrei però specificare che non lo sono sempre; o meglio, che si dovrebbe distinguere tra spiegazioni metafisiche e strutturali.
Faccio un esempio concreto, per essere chiaro. Se dico: «Il sistema delle compagnie petrolifere ha finanziato per decenni la disinformazione sul clima», lancio una accusa che può sembrare impersonale (quale compagnia? dove? chi?), ma che comunque a ben guardare non è metafisica, bensì strutturale: è un’affermazione generica che però può essere sostenuta tramite bilanci, documenti, nomi e cause in tribunale. Se invece dico: «La tecnica non tende ad alcuno scopo», sto facendo metafisica, perché non c’è prova con cui possa corroborare davvero un’affermazione tanto assoluta, perché non so quali bilanci dovrei guardare e chi dovrei portare in tribunale. Il che non sarebbe neppure, di per sé, troppo sbagliato: la metafisica svolge per sua natura un compito diverso da quello delle scienze. Il problema arriva quando il metafisico pretende, però, di non parlare dell’Empireo o della mente di Dio, ma di questo mondo concreto; quando, cioè, vuole spiegarci cose che facciamo tutti i giorni (andare a scuola, trovare l’amore, lavorare e così via) senza ricorrere mai, neppure per sbaglio, a un confronto con la realtà fattuale.
Vorrei chiudere con una provocazione, che però spiega anche la foga con cui parlo di questi argomenti. Fateci caso: la spiegazione totale, metafisica, impossibile da dimostrare o da mettere davvero alla prova e quella che alcuni filosofi chiamano la “spiegazione paranoica” (cioè quella complottista), a ben guardare, hanno una struttura logica molto simile: funzionano perché riconducono la molteplicità dei problemi a una causa unica non falsificabile (che agisce, tra l’altro, di nascosto). Affermare che dietro ai mali del nostro tempo c’è la Tecnica (una forza impersonale che non risponde a nessuno, che non si sa davvero dove si trovi e dove ci porterà) e dire che dietro ai mali del mondo ci sono gli Illuminati, i Massoni, gli Ebrei, i Gesuiti o chi volete voi, segue una logica simile. La struttura del ragionamento è la stessa: dare una spiegazione invisibile e onnicomprensiva (che solo il saggio può vedere e rivelare alle genti) a una serie di problemi concreti.
Certo, so bene che ci sono anche delle grosse differenze, non foss’altro perché i metafisici tendono a pensare ben di più e a fermarsi ben prima di arrivare a certi eccessi. I metafisici, infatti, seguono delle regole precise, si aprono al confronto con gli altri metafisici e mostrano la catena del loro ragionamento; cosa che i complottisti non fanno sostanzialmente mai. Ma il meccanismo è simile, e ce l’ha più volte mostrato anche Umberto Eco con le sue opere filosofiche e i suoi romanzi: quando non porti argomenti o prove che siano contestabili ma affermi che “è così perché è così”, ti muovi rapidamente verso un terreno scivoloso.
Nel 1949, in una famosa conferenza tenuta a Brema, Martin Heidegger mise sullo stesso piano l’agricoltura meccanizzata, i blocchi navali, la bomba all’idrogeno e le camere a gas, tutte manifestazioni, a suo dire, di una tecnica che ormai dominava il mondo. Non portava prove, analisi o dati: lui lo vedeva e riteneva che dovessero vederlo anche gli altri.
Il rischio implicito in una simile analisi, anche a distanza di quasi 80 anni, è secondo me chiaro: se la camera a gas diventa essenzialmente una manifestazione della Tecnica moderna, di quella forza impersonale che ci domina, allora la responsabilità storica concreta degli uomini, delle istituzioni e dell'ideologia nazista rischia di scomparire. Affermare che camere a gas e mietitrebbia sono prove del fatto che la Tecnica opera delle scelte al posto nostro equivale, sotto sotto, a dire: è colpa della Tecnica, non nostra. E invece secondo me le camere a gas erano colpa dei nazisti.
La ricerca storica, tra l’altro, ce lo conferma, e questa volta con dati, indagini e argomenti minuziosi, non con impressioni metafisiche: è vero che la tecnica e l’apparato burocratico hanno favorito certi comportamenti e certi orrori, ma è anche vero che per i tedeschi non era affatto impossibile sottrarsi alla pressione del meccanismo totalitario. Per fare un esempio, gli uomini del Battaglione di polizia 101 studiati da Christopher Browning – di cui ho sicuramente parlato da qualche parte, e altrimenti potete recuperarvi il libro qui – erano padri di famiglia di Amburgo a cui fu offerta esplicitamente la possibilità di tirarsi indietro davanti alle esecuzioni degli ebrei, senza conseguenze. Chi rimase (e furono in molti) lo fece per una combinazione di ragioni che Browning cerca anche di ricostruire: conformismo, pressione dei compagni, deferenza all'autorità, opportunismo, anche vero e proprio antisemitismo. Non occorre dare la colpa alla Tecnica: gli individui hanno già abbastanza motivazioni per conto loro per fare il male, e il nostro compito dovrebbe essere quello di individuarle, senza rifugiarci in entità impersonali di comodo.
Capite dunque che la questione non è puramente accademica, non è solo una piccola diatriba tra studiosi. Indicare forze sovrumane può avere un senso in certi casi, ma è una pratica pericolosa: sfugge alle falsificazioni, allenta lo spirito critico e deresponsabilizza.
Più una spiegazione diventa grande, più dovremmo stare attenti ed essere cauti. Le grandi strutture esistono, e spesso esercitano su di noi una forza non indifferente; ma dobbiamo continuare a chiederci attraverso quali uomini, istituzioni, idee e decisioni operino. Altrimenti corriamo un grave rischio: nel tentativo di comprendere tutto, finiamo per non sapere più chi abbia fatto che cosa. E una spiegazione che spiega il mondo intero ma non permette di attribuire responsabilità concrete forse non ci fa capire meglio il mondo.
Facciamo ora il punto sui video e sui podcast usciti questa settimana:
Tolstoj tra senso della vita, guerra e pace: finalmente anche Lev Tolstoj entra nella lista degli scrittori analizzati tramite storia e filosofia
La filosofia di Rudolf Carnap: uno dei più importanti filosofi neopositivisti del Novecento, analizzato
I cambiamenti della società romana nel III e II secolo a.C.: andiamo avanti col percorso di storia romana, parlando di società e moralità
Il mondo come rappresentazione per Schopenhauer (per il podcast “Dentro alla filosofia”)
Squarciare il velo di Maya con Schopenhauer (per il podcast “Dentro alla filosofia”)
L’Afghanistan tra l’11 settembre e la successiva guerra (per il podcast “Dentro alla storia”)
Empedocle scrive ai viaggiatori dell’aeroporto di Catania [Email dall’Oltretomba]
Cosa ci direbbe Spinoza sulle views dei video
Il paradosso della scelta
Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:
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Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.
Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.
Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!
E chiudiamo, infine, con qualche anticipazione sui video che usciranno nei prossimi giorni:
domani si parte col podcast storico, dedicato a concludere il discorso sull’Afghanistan;
mercoledì vorrei proporvi un video dedicato alla filosofia del Dottor Destino, ovvero Victor Von Doom, personaggio dei fumetti ma anche protagonista della nuova saga degli Avengers;
giovedì torna il Travel Club, con un video incentrato sulla città di Washington;
venerdì e sabato spazio di nuovo ai podcast, con Schopenhauer e il Libano;
domenica nuova puntata della lettura integrale de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud;
lunedì prossimo, infine, concluderemo il mese con la diretta riservata agli abbonati del canale.
E questo è tutto anche per questa settimana. Venitemi a trovare a Canterano (Roma) o a Padova, fate girare questa newsletter anche tra i vostri conoscenti e amici e poi ritornate qui, tra sette giorni esatti, per altri discorsi vari. A presto!
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