RSS Amplifier

Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando · Jun 16, 2026

Cosa non mi convince nella cultura della protezione totale, ma parliamo anche di Due spicci, Matrix, Ildegarda di Bingen, Welcome to Wrexham, Steven Nadler e Dario Ferrari

0
Sign in to vote or save

Ermanno Ferretti · Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando

Si chiude una porta, si apre un portone, come si suol dire! Gli scrutini sono appena finiti e da oggi si è cominciato a lavorare per gli Esami di maturità, con la classica riunione di formazione per i presidenti di commissione. Domani arriveranno le riunioni con i commissari, poi giovedì lo scritto d’italiano e venerdì la seconda prova. Insomma, si parte.

È vero che ormai i giovani, in Italia, sono sempre di meno, ma magari anche voi sarete in qualche modo legati a questi esami: o perché li state sostenendo, o perché avete un figlio, un nipote o un vicino di casa che li affronterà. A casa mia – oltre al mio coinvolgimento dal “versante professori” – quest’anno è un anno particolare: il terzogenito sta per finire gli esami di terza media (gli manca solo il colloquio orale), il primogenito sta per affrontare la sua maturità.

Vedremo come ne usciremo. Intanto, però, qui ritorniamo a parlare delle nostre solite cose: e quindi di storia, filosofia, libri, film e tutto il resto. Cominciamo, senza ulteriori indugi.

E partiamo come sempre dai libri.

  • Quando persone intelligenti hanno idee stupide di Steven Nadler e Lawrence Shapiro: ho già parlato nelle settimane scorse di questo libro, scritto a quattro mani dagli americani Steven Nadler e Lawrence Shapiro. Si tratta di un saggio che si pone a metà strada tra la filosofia e la sociologia e che cerca di analizzare un problema estremamente attuale, di cui tra l’altro mi sono occupato anch’io in Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; cioè il fatto che, nella nostra società contemporanea, si diffondano facilmente idee stupide (smentite dai fatti, palesemente sbagliate) anche tra persone che sono intelligenti o comunque istruite. Lo spunto da cui partono gli autori è in particolare il pregiudizio anti-scientifico, ma il problema è ben più ampio delle semplici paure verso le vaccinazioni: i fattori alla base del fenomeno sono infatti molteplici, spesso legati a una sorta di “testardaggine epistemica”, quella particolare forma di rigidità che porta determinate persone a fissarsi sulle proprie opinioni anche quando queste vengono smentite dai fatti. L’analisi condotta dai due autori non è particolarmente difficile, riporta molti esempi e accompagna il lettore conducendolo passo dopo passo lungo la tesi principale; tesi che però, mi sembra, non ha ancora raggiunto il suo apice, nel senso che per ora Nadler e Shapiro tendono a ripetere più volte gli stessi concetti. Vedremo se nella seconda parte del libro faranno qualche passo in avanti e daranno un’accelerata alle loro idee. In ogni caso, interessante. Il libro è pubblicato in Italia da Raffaello Cortina Editore.

  • Visioni sinfoniche di Paola Anna Maria Müller: può darsi che non sappiate niente di Ildegarda di Bingen e che questo nome vi suoni inedito. Non vi deve stupire: non significa, necessariamente, che siate ignoranti, visto che anch’io, fino a qualche anno fa, non conoscevo particolarmente questa figura, nonostante i miei ampi studi storici. Eppure dietro a questo nome si nasconde una delle donne più interessanti di tutta la storia europea, e il fatto che questa persona sia così poco conosciuta è già, di per sé, piuttosto significativo. Vissuta nel XII secolo, fu una monaca tedesca, mistica e teologa, ma si occupò anche di campi molto particolari, come ad esempio quello della musica. Visioni sinfoniche, libro pubblicato da qualche mese da Carocci, ne ricostruisce la figura non solo dal punto di vista storico e intellettuale, ma anche e soprattutto analizzando il linguaggio della sua musica. L’ho appena cominciato (nonostante l’avessi comprato da diverse settimane) e quindi sono ancora alla fase introduttiva, in cui ci si concentra sulla storia del monachesimo europeo e sul ruolo delle donne all’interno di questa storia, ma il tema è interessante e attuale, anche se specialistico: se siete curiosi di saperne di più – e se siete abituati ad analisi di spessore universitario – dateci un’occhiata.

  • La ricreazione è finita di Dario Ferrari: sono già tre settimane, credo, che vi parlo di La ricreazione è finita, romanzo scritto da Dario Ferrari e ambientato nell’università italiana, con un protagonista che è un dottorando di italianistica. Il libro è leggero, ironico, a tratti perfino beffardo ma soprattutto originale, visto che quell’ambiente non è certo stato molto esplorato dalla nostra letteratura. Forse l’unica pecca, finora, è che è fin troppo leggero: nonostante qualche spunto sembri promettere una riflessione un po’ più ampia e un po’ più profonda, mi sembra che, almeno fino a questo punto, l’autore abbia preferito mostrare il lato grottesco di tutte queste vicende senza approfondirle troppo. Insomma, mi pare che, per quanto sia godibile, il romanzo per ora almeno risenta degli stessi limiti che più avanti in questa newsletter attribuisco all’opera di Zerocalcare: bello, divertente, appassionante, e però, alla fine, forse non del tutto in grado di fare quello scatto critico su se stesso che ci si aspetta da un’opera pienamente riuscita. Certo, il libro potrebbe ancora sorprendermi, perché mancano ancora parecchie pagine; però, per ora, l’impressione è questa. Lo trovate pubblicato da Sellerio.

Passiamo ora ai film e alle serie TV.

  • Matrix (1999), delle sorelle Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss: Matrix è un film che conosco molto bene, avendolo visto e rivisto una marea di volte. Il fatto che sia stato scelto dagli abbonati del Club del Film per la discussione che terremo tra qualche giorno, però, mi ha dato l’occasione di riprenderlo in mano e di proporlo al terzo e al quarto figlio, che in effetti non l’avevano mai visto. Che dire? Nonostante abbia ormai quasi trent’anni, è un film di una modernità disarmante; non originale nella trama – perché ormai si sa che è stato creato saccheggiando da fumetti, narrativa fantascientifica e varie altre fonti – ma incredibilmente efficace nella resa. Sembra un film girato oggi, e devo dire che nessuna altra pellicola che è nata, successivamente, sulla sua falsariga è riuscita a lasciare il segno nella sua stessa misura. Il look, i combattimenti, le inquadrature: tutto è perfetto, calibrato, convincente. Non sto nemmeno a soffermarmi sulle varie interpretazioni filosofiche che se ne possono dare, perché ormai sono trite e ritrite; però sappiate che, per noi insegnanti di filosofia, Matrix è stato una vera manna dal cielo, perché ci ha consentito di far capire cosa si intende quando si parla di Platone, di Cartesio, di Kant e via discorrendo. Insomma, si è compreso che mi è piaciuto la prima volta che l’ho visto e che continua a piacermi molto anche adesso? I seguiti sono molto meno convincenti, ma questo primo capitolo è memorabile. Lo trovate, tra l’altro, in questo momento su Netflix, Sky, HBO Max e TimVision.

  • Due spicci episodi 3 e 4 (2026), di Zerocalcare: questa settimana ho visto altri due episodi della serie di Zerocalcare appena uscita su Netflix, di cui abbiamo parlato anche nelle settimane scorse. Due cose mi stanno colpendo più delle altre: il tema degli anni che passano e, connessa ad esso, la questione della maturità. Devo dire che, rispetto alle prime due serie animate, Zerocalcare sembra finalmente avviato verso l’età adulta: dopo anni di storie su un trentenne appassionato di cartoni animati e di lotte antagoniste, in questa nuova storia sembra aver iniziato a fare i conti con la maturità. E questo significa – purtroppo noi gente di mezz’età lo sappiamo bene – due cose: soldi e rapporti sentimentali contraddittori. La questione soldi – senza troppi spoiler – gravita attorno all’amico Cinghiale, ma finisce per coinvolgere direttamente, in breve tempo, anche il protagonista; la questione sentimentale invece si dipana attraverso il personaggio di Smeralda, ex fiamma dello stesso Zerocalcare, che ripiomba improvvisamente nella sua vita. In più, c’è l’invecchiamento: ci sono gli amici che hanno fatto figli, gli altri che hanno una relazione in crisi, altri ancora con problemi lavorativi… l’unico a non evolvere mai pare essere, almeno finora, il protagonista, bloccato nel tempo e nello spazio, nonostante il successo come cartoonist. E questo tema – quello di Zerocalcare, eterno adolescente – viene sì sfiorato dalla trama, ma, mi pare, anche “disarmato”, reso simpatico e quasi inoffensivo. Sì, è vero – se avete visto la serie – che c’è la scena della fortezza che è particolarmente forte e riuscita; ma è una scena che poteva tranquillamente raccontare la vita di un ventenne. E un po’ mi chiedo se questo non sia un tratto non tanto di Michele Rech, ma di tutta quella generazione lì, che è in fondo anche la mia: capace di guardare sì il mondo attorno, di criticarlo e di saggiarlo, ma non di guardare davvero se stessa, se non in modo un po’ buffo, un po’ ironico, un po’ autoconsolatorio e alla fine forse un po’ spuntato. La serie è divertente, ben fatta, capace di catturare: ma per ora, almeno secondo me, le manca una vibrazione in più. La trovate su Netflix.

  • Welcome to Wrexham episodi 2.09-2.10 (2023), di e con Rob McElhenney e Ryan Reynolds: era da parecchio tempo che non riprendevo in mano Welcome to Wrexham, la docu-serie che Netflix ha dedicato, ormai da vari anni, alla squadra di calcio gallese del Wrexham, comprata da due attori hollywoodiani come Ryan Reynolds e Rob McElhenney. La voglia di riprenderla in mano con qualche nuova puntata mi è venuta qualche giorno fa, vedendo una delle prime partite dei Mondiali di calcio, quella tra Canada e Bosnia-Erzegovina, conclusa alla fine sull’1-1. Ebbene, quando il Canada ha segnato il gol del pareggio, le telecamere hanno indugiato proprio su Ryan Reynolds, presente in tribuna (e, se ho capito bene, non riconosciuto affatto dai commentatori della Rai, che evidentemente non sanno chi sia). Vederlo lì a esultare per la squadra di calcio del suo paese mi ha fatto tornare in mente che probabilmente Reynolds si è avvicinato al calcio solo a seguito dell’acquisto del Wrexham, un’iniziativa nata come un affare economico ma poi presto evoluta in qualcosa di più grande. Il Wrexham, come abbiamo detto più volte, è stato comprato dai due soci d’oltreoceano quando si trovava nella quinta serie inglese, e nel giro di cinque anni ha conquistato tre promozioni consecutive, tant’è vero che oggi gioca nella serie B e, tra l’altro, nell’ultimo campionato ha pure sfiorato i playoff promozione. Avevo visto anni fa la prima stagione del documentario, che è disponibile su Disney+ ed è doppiata in italiano, mentre con la seconda sono andato un po’ a rilento, soprattutto a causa del fatto che non c’è il doppiaggio e quindi bisogna sorbirsela in lingua originale. Ad ogni modo, questa settimana ho visto due nuovi episodi che confermano le opinioni positive che già avevo, soprattutto perché gli sceneggiatori non si limitano a raccontare le imprese sportive, ma indugiamo sulle vite dei protagonisti: dei giocatori, dei tifosi e di chi sta loro attorno. Solo per fare un esempio, in questi due episodi ci si sofferma sul portiere della squadra, che proprio durante la seconda stagione si è infortunato, e poi su una vicenda storica legata alla cittadina di Wrexham. Insomma, un documentario davvero ben fatto, che mescola sport, società, tratti personali, dramma e commedia. Lo trovate su Disney+.

Sapete, questi giorni sono stati dedicati a vari impegni burocratici: documenti da redigere, programmi da caricare, relazioni da stendere. Ci sono periodi dell’anno in cui il lavoro dell’insegnante diventa quello del grigio burocrate, e questo è uno di quelli.

Già di per sé, questa sarebbe una brutta notizia. Ma oltre al danno c’è la beffa: in questi anni la burocrazia è pure peggiorata, introiettando dentro di sé una serie di assurdità che ormai neppure notiamo più.

Faccio un paio di esempi che non c’entrano con le mie scartoffie, ma che spero rendano bene l’idea. Prendiamo le foto di classe: è diventato pressoché impossibile farle, almeno dalle nostre parti, in qualsiasi ordine di scuola. Alle elementari, probabilmente, lo scattare una fotografia ai bambini ben allineati è ormai un reato quasi più grave dell’infanticidio, per cui ti trovi maestre che, quando chiedi loro di immortalare un momento della gita (anche firmando autorizzazioni e tutto quel che serve), ti rispondono: «La prego, mi chieda qualsiasi cosa, anche la violenza, ma le foto no».

Alle superiori, con ragazzi a volte perfino maggiorenni, la situazione non cambia: siamo nell’epoca in cui milioni di minorenni si fanno foto inopportune in ogni bagno del mondo e mostrano tutto quello che c’è da mostrare a migliaia di sconosciuti, eppure una foto di classe, banale, semplice, composta, è diventata un tabù. Ricordate il vecchio slogan pubblicitario “Toglietemi tutto, ma non il mio Breil”? Potremmo rigirarlo, oggi, così: “Fatemi tutto, ma non una foto di classe”.

Ma non è solo questo. Un’altra assurdità che, in un paio d’anni, qui in Polesine è diventata la norma è il togliere i nomi dei docenti dai documenti ufficiali. Non so se lo sapete, ma in vista degli Esami di maturità ogni Consiglio di classe, attorno alla metà di maggio, prepara un fascicolo – chiamato “Documento del Consiglio di classe”, noto anche come “Documento del 15 maggio” – in cui presenta la classe e i programmi svolti. È un documento che serve per l’Esame e che finirà in mano ai commissari esterni: e così, ogni docente della classe prepara una relazione che, ovviamente, firma, perché lì dichiara quello che ha fatto durante l’anno, il programma svolto su cui i ragazzi verranno interrogati. È un atto pubblico, fondamentale per l’Esame.

Ebbene, dall’anno scorso alcune scuole hanno cominciato a togliere i nomi dei docenti firmatari; e oggi quell’esempio è ormai seguito da tutte le scuole superiori della provincia, per quanto ne so. C’è la relazione, ma quando si arriva in fondo alle pagine, al posto della firma c’è scritto omissis. Perché? Ti rispondono: per la privacy. Il documento dev’essere obbligatoriamente pubblicato sul sito della scuola e il nome del docente è “un dato personale” non indispensabile.

Quindi abbiamo relazioni pubbliche, ufficiali, firmate da omissis. Io vado a fare il presidente in una scuola, prendo il Documento del 15 maggio e non so chi l’abbia redatto, chi l’abbia firmato, chi se ne assuma la responsabilità. Certo, poi basta andare in segreteria o chiederne una copia riservata per la commissione e il nome magicamente ricompare; però è sempre una fatica inutile, una perdita di tempo in più, un’ulteriore bega.

A domanda, ci hanno spiegato che questa disposizione deriva dal fatto che un docente potrebbe non volere che il suo nome sia reso pubblico: potrebbe infatti essere un collaboratore di giustizia o che so io. D’accordo, lo capisco: ma visto che i collaboratori di giustizia che portano le classi alla maturità credo siano al massimo una manciata in tutta Italia, forse bastava dargli uno pseudonimo (o non dargli classi quinte) e si faceva prima. Anche perché se un mafioso vuole scovare un collaboratore di giustizia, dubito che vada a cercarlo nei Documenti del 15 maggio delle scuole superiori del Polesine. Oppure, a quel punto: non si faceva prima a togliere l’obbligo di pubblicazione del Documento?

A pensarci bene, c’è qualcosa di kafkiano in tutto questo. Tra noi colleghi, si stempera con l’ironia, certo, ma ci si rende anche conto che negli ultimi anni tutti gli sforzi del legislatore sono andati in quella precisa direzione: rendere più assurda e inutilmente complessa la parte burocratica del lavoro (mentre sul lato didattico, come abbiamo detto in altre newsletter, nessun investimento è stato fatto).

Ma vien da chiedersi: qual è l’obiettivo? Perché tutta questa fatica, tutte queste regolette, tutte queste cautele che avrebbero anche un senso, ma che sono portate all’eccesso? Perché questa burocrazia che si autodivora, tanto è vero che passi più tempo a discutere sulle cose da non fare che a fare le cose che vanno fatte?

A me pare che l’obiettivo, in fondo, sia chiaro, e da un certo punto di vista anche encomiabile: proteggere tutti da tutto. Non mettiamo i nomi dei docenti perché non si sa mai: potrebbe esserci un docente da qualche parte in Italia che non vuole (o non può) pubblicare il proprio nome. Non facciamo foto di classe perché non si sa mai: potrebbe esserci un genitore, da qualche parte, che non vuole che suo figlio compaia in una fotografia assieme ai compagni.

E non sono solo queste le norme che vanno in quella direzione: ad esempio, nessun bambino delle elementari può tornare a casa da solo, nemmeno se abita a 200 metri della scuola, visto che serve sempre, obbligatoriamente, un genitore o un suo delegato. Perché non si sa mai: potrebbe finire sotto un’auto. Il che è anche vero, certo: però è anche vero che il bimbo di 11 anni potrebbe essere più sveglio e attento ad attraversare la strada di quanto non sia il nonno di 85 che lo va a prendere.

Pensandoci, mi è tornata in mente una discussione che abbiamo fatto qualche settimana fa nel Club del libro, a proposito de Il disagio della civiltà di Sigmund Freud. Stavamo parlando del super-io freudiano. Come forse ricordate, per il pensatore viennese la nostra psiche è divisa in tre parti: Es, Io e Super-io. L’Es è la parte pulsionale, la sede dei desideri impulsivi e irrazionali; l’Io fa da mediatore; e infine il Super-io è invece la nostra coscienza morale, cioè la parte di noi che ci ricorda le regole di comportamento che ci sono state insegnate fin da quando eravamo bambini. Ebbene, in quel libro Freud afferma che oltre al Super-io individuale esiste anche un Super-io sociale; come se la società ci imponesse delle regole ulteriori (rispetto a quelle educative e personali), che reprimono ancora di più i nostri desideri.

Freud afferma, anzi, che le società moderne hanno interiorizzato le proprie norme al punto da non aver più nemmeno bisogno di costrizioni formali esterne: l’uomo, cioè, si autoreprime da sé. E questo lo rende molto infelice, e forse condannato a un’infelicità perenne.

Discutendo proprio di questo libro, durante quella discussione ho citato Donald Winnicott, che non c’entrava direttamente con Freud ma mi sembrava portasse il discorso in una direzione utile. Quel Winnicott è stato uno psicanalista britannico che, tra le tante cose, sostenne l’idea della madre “sufficientemente brava”. Secondo lui, infatti, una madre non doveva mai essere perfetta, ma era meglio quando risultava abbastanza brava.

Sembra un’idea controintuitiva, ma ha un suo senso. Cerco di spiegarla meglio: Winnicott affermava che, per la buona crescita del bambino, era meglio avere una madre imperfetta (anche se tendenzialmente brava) piuttosto che una madre bravissima. Lo diceva anche Voltaire (parlando di tutt’altro, e citando a sua volta un proverbio): «Il meglio è il nemico del bene».

Winnicott notò infatti che un genitore troppo attento, troppo presente, troppo capace di prevenire ogni disagio, produce in realtà un bambino meno attrezzato per la vita. Un genitore che non sbaglia mai col proprio figlio, che non lo fa mai inciampare, che protegge il bambino e lo fa crescere senza ingiustizie è, paradossalmente, un genitore che produce un bambino meno preparato per affrontare la crescita e quindi potenzialmente più fragile e incerto.

È infatti attraverso le piccole frustrazioni, le piccole ingiustizie, le piccole imperfezioni del genitore – sosteneva Winnicott – che il bambino impara a costruirsi un sé, una propria identità; impara, cioè, che il mondo non risponde sempre ai suoi bisogni, e che bisogna riuscire un po’ alla volta a sopportare questa amara verità. Un bambino con un genitore bravo ma non bravissimo è costretto, almeno di tanto in tanto, a fare i conti con le ingiustizie, con le assurdità, con gli umori storti dell’adulto, e così, se tutto va bene, impara a gestirli.

Un genitore perfetto toglie invece al figlio proprio quella palestra naturale. Il bambino, in quel caso, cresce senza aver mai fatto esperienza dell’errore altrui, senza aver mai dovuto metabolizzare qualcosa che non andava, e alla fine si trova impreparato davanti a un mondo che, inevitabilmente, è pieno di cose che non vanno.

Ecco, questa riflessione di Winnicott secondo me è estremamente attuale. Oggi viviamo in una società che tende sistematicamente verso la perfezione, o che almeno vuole rappresentarla, la pretende. Vogliamo un mondo perfetto, e quindi non esponiamo a scuola i nostri figli a foto, a pubblicazione dei voti, a rischi. Preferiamo la campana di vetro. Anche i social, paradossalmente, ci spingono verso questo mondo perfetto apparentemente privo di frustrazioni: lì tutto è bellissimo, ogni bicipite è scolpito, ogni sedere è perfettamente rotondo.

Ma non è solo questo: i professori di oggi sono, mi pare, molto più rispettosi di quelli di un tempo, molto più inclusivi (pur con tutti i loro limiti e i loro difetti, che comunque ci sono); eppure i genitori se ne lamentano costantemente perché vorrebbero che i loro figli avessero dei docenti perfetti. Vogliamo che i nostri figli – e mi ci metto dentro anch’io, perché quell’atteggiamento lo vedo a tratti anche in me – abbiano le occasioni che noi non abbiamo mai avuto, la giustizia che noi non abbiamo avuto, le tutele che noi non abbiamo avuto.

E così, però, si sviluppano due effetti perversi, imprevisti e drammatici. Da un lato, siamo tutti sottoposti a una pressione nuova: dobbiamo essere all’altezza di quella perfezione, e la cosa non ci risulta facile. Essere genitori, in un mondo in cui ogni famiglia fa a gara per esprimere il genitore perfetto e per avere il figlio perfetto, è più difficile. Io li ricordo, i discorsi che si facevano quarant’anni fa. Nessuno si vantava del proprio figlio, ma ci si lamentava: «Guarda, mio figlio è un tale cretino!» «No, credimi: il mio è peggio».

Oggi, spesso, avviene il contrario: sono tutti figli unici e sono tutti figli perfetti. Fanno mille sport, mille esperienze, e i genitori ci tengono sempre a raccontarti tutti i successi che hanno avuto, tutte le loro qualità. Il risultato è un aumento della pressione, ovviamente.

Ma c’è anche un secondo effetto: come ci ha insegnato Winnicott, una vita troppo perfetta è una vita che non fa crescere, che non prepara allo scontro con la realtà. È una vita che si illude che tutto sia giusto e perfetto quando non lo è mai stato. Lo si vede anche davanti alle grandi questioni socio-politiche: i giovani, in molti casi, non riescono a capire come possano esistere le ingiustizie, né quali strategie si possano mettere in campo per ridurle, perché non ci sono abituati. A volte sembrano ingenui, incapaci di concepire davvero un mondo che non risponde alle loro aspettative.

Certo, mi rendo conto che queste righe che ho scritto rischiano di cadere nella trappola della nostalgia. In realtà, non sono affatto nostalgico: il mondo di quarant’anni fa era pieno di ingiustizie, di violenze quotidiane, di silenzi che coprivano soprusi; era anche una palestra formativa, ovviamente, ma spesso quella palestra era fin troppo dura, fin troppo ingiusta. Non si può avere davvero nostalgia di un mondo sbagliato (o quantomeno più sbagliato di quello di oggi).

E infatti vorrei, a questo punto, relativizzare un po’ il mio discorso, o almeno chiarirlo meglio: non sto dicendo che bisogna cercare per forza la frustrazione o reintrodurre, apposta, il vecchio professore sadico e crudele, come se fosse una fondamentale figura pedagogica. Sto cercando di sostenere qualcosa di più modesto: che una piccola insufficienza, un piccolo rimprovero, un piccolo errore educativo sono esperienze che non danneggiano un bambino, ma che forse, al contrario, lo fanno crescere. Ho detto “piccolo”, e lo sottolineo; non parlo di umiliazioni vistose o di sadismo, ma di “cozzare” un po’ con le difficoltà. La mia impressione, invece, è che stiamo vivendo in un clima in cui anche la più minima frustrazione personale viene trattata come un’emergenza.

La scuola è il luogo dove questo si vede meglio, forse perché è anche il primo spazio pubblico in cui un ragazzo si trova a fare i conti con qualcuno che non è la sua famiglia. A volte i ragazzi di oggi arrivano in aula con un’aspettativa di perfezione già incorporata in loro stessi, costruita lungo gli anni. Poi incontrano un insegnante che sbaglia, un voto che non capiscono, una regola che sembra arbitraria – cose normalissime, cose che ci sono sempre state, e che anzi in passato erano pure peggiori – e non hanno gli strumenti per gestirle. Non perché nessuno glieli abbia dati, ma semplicemente perché non ne hanno mai avuto bisogno fino a quel momento.

E allora mi chiedo se il Documento del 15 maggio senza nomi dei professori, e le foto di classe che non si fanno più, non siano in fondo l’effetto (paradossale) di questo stesso fenomeno: non una protezione reale da un danno reale, ma un segnale – grottesco e burocratico – di una cultura che ha deciso di trattare ogni imperfezione e ogni piccolo rischio come un pericolo.

Certo, mi rendo conto che i piani siano diversi: Winnicott parlava di madri e dei loro figli, qui si parla di istituzioni, di leggi impersonali, di un rapporto molto più freddo e molto più distante. Ma la dinamica mi pare che si riverberi a diversi livelli, e sarebbe interessante indagarla meglio. Perché se oggi siamo diventati iperprotettivi non solo con i figli ma anche con noi stessi, forse significa che stiamo agendo con le migliori intenzioni del mondo ma facendo, alla lunga, qualche danno.

Facciamo ora il punto dei video pubblicati in questa settimana:

  • La complessità per Edgar Morin: è venuto a mancare da pochi giorni uno dei più importanti pensatori del Novecento e ne ripercorriamo le idee principali

  • Mega-ripasso di filosofia per la maturità 4: analitici, della scienza, contemporanei: ultimo video di ripasso di filosofia in vista della maturità

  • Mega-ripasso di storia per la maturità 4: dal 1945 al 1991, tra Italia e boom economico: e ultimo video anche di storia

  • Idea, Natura e Spirito in Hegel (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • La logica come impalcatura della realtà (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • L’Argentina dagli anni ‘50 agli anni ‘70 (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • La storia della dittatura militare argentina (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • Socrate scrive ai maturandi [Email dall’Oltretomba]

  • Epitteto e l’ansia da esami

Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:

Il canale YouTube | Instagram | Facebook | Twitter/X | TikTok | Threads

Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.

  • Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.

  • Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!

E concludiamo anche con qualche anticipazione sui video e i podcast che vorrei pubblicare nei prossimi giorni:

  • domani si comincia con un video in cui vorrei presentarvi i contenuti di Magnifica humanitas, l’enciclica del papa sull’IA di cui tanto si sta discutendo;

  • mercoledì sera si terrà invece la riunione online del Club del film per gli abbonati (con tre filmoni in discussione: Matrix, The Truman Show e Inception);

  • giovedì pubblicherò un nuovo video della lettura integrale de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud;

  • venerdì e sabato torneranno poi i podcast, con una puntata dedicata a Hegel e una sulla storia dell’Argentina;

  • domenica prossima mi piacerebbe tornare a parlare di Roma antica;

  • e infine lunedì prossimo vorrei proporvi un video – che già avevo promesso, ma che poi ho dovuto rimandare – su Umberto Galimberti.

Questo è tutto anche per questa settimana. Ci rivediamo qui tra sette giorni esatti per parlare ancora di storia, filosofia e tutto il resto. A presto!

Nessun post

Read the original on scrip.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.