Prima dell’ultima newsletter e del lancio del nuovo libro, ho rimandato per settimane - per il troppo lavoro e la fatica accumulata - di scrivere questo numero, che avrebbe dovuto toccare una serie di fatiche associate al lavoro.
Nell’ultimo incontro del 2025 della DiverGente, un gruppo di persone che si uniscono a me per ragionare su temi clinici e sociali rilevanti con una lente critica, abbiamo parlato, tra le altre cose, di “sindrome dell’impostore”, espressione che accompagna vissuti di difficoltà, fatica e perfino angoscia di persone capaci affossate da un sistema che ci vuole performanti, ma ci succhia energie - ma anche etichetta perfetta per campagne marketing che su questi vissuti costruiscono business più e meno etici, ma che poggiano (quasi tutti) su un grosso fraintendimento.
Con questo fraintendimento mi scontro sempre più spesso, qualunque sia il tema che mi trovo a trattare da un punto di vista psicologico e sociale.
In questo numero, provo a metterlo a fuoco.
A giugno sarò a Pavia, Padova, Milano, Catania, Palermo e online:
il 10/06 h18:30 sarò a Pavia, presso il Collegio Santa Caterina, per presentare “La psicologia è politica” con il mio coautore, Federico Dibennardo, e Cecilia Guiot (psichiatra), in collaborazione con l’Associazione Ex Alunne e l’UniPv;
il 19/06 h19:00 sarò a Padova, in piazza Gasparotto per lo YuccaFest, sempre per presentare “La psicologia è politica”, ma da sola con il circolo Nadir;
il 23/06 h18:00 io e Federico Dibennardo saremo online con la Rete Psicoterapia Sociale, per parlare di cura e giustizia sociale a partire dal nostro libro;
il 26/06 h20:50 saremo a Milano per PrideSquare con Libreria Antigone, a parlare di “La psicologia è politica” nelle piazze del pride;
il 29/06 h18:30 sarò a Catania, presso Isola per presentare il libro con Marco Raineri (specializzando in psichiatria);
il 30/06 h18:00 sarò a Palermo, presso Libreria Europa, con Tiziana Naimo e Gaia Di Salvo, sempre per presentare “La psicologia è politica”.
Nota anche come fenomeno dell’impostore, sindrome della frode, percezione di frode o esperienza dell’impostore, descrive persone di grande successo che, nonostante i loro successi oggettivi, non riescono a interiorizzare i propri risultati e nutrono un persistente senso di insicurezza e paura di essere smascherate come truffatrici. Le persone “affette dalla sindrome” hanno difficoltà ad attribuire accuratamente le loro prestazioni alla loro effettiva competenza (attribuiscono i successi a fattori esterni come la fortuna o l’aiuto ricevuto e le battute d’arresto come prova della loro inadeguatezza).
Clance, O’Tool e Imes descrissero per la prima volta il fenomeno dell’impostore tra il 1978 e il 1985 in varie pubblicazioni, tra cui il testo “Treating Women’s Fear of Failure” (ovvero: “Curare la paura del fallimento delle donne”), e altri testi divulgativi.
Clance identificò originariamente la sindrome tra le professioniste di successo:
“Alcune dinamiche familiari precoci e la successiva introiezione degli stereotipi sociali sui ruoli di genere sembrano contribuire in modo significativo allo sviluppo del fenomeno dell’impostore. Nonostante gli eccezionali risultati accademici e professionali, le donne che sperimentano il fenomeno dell’impostore continuano a credere di non essere realmente brillanti e di aver ingannato chiunque pensi il contrario.”
Ancora oggi, in effetti, la comunicazione sul tema continua a considerare primariamente le donne come target.
In realtà, da alcune revisioni recenti, come l’articolo del 2020 del gruppo di Feenstra, sembra che questa “sindrome” non colpisca solo le donne, ma anche uomini e soprattutto anche diversi gruppi etnici e razzializzati.
Di fatto, i gruppi sociali che ne soffrono sembrano gli stessi che sono anche soggetti a mancanza di rappresentazione, retribuzione inferiore e stereotipi negativi persistenti.
Le donne (in alcuni contesti) sono percepite come socievoli e cordiali, gli uomini come assertivi e determinati - la consapevolezza di tali stereotipi può indurre a sentire inadeguatezza; studenti che riferiscono di aver subito discriminazioni razziali sono più inclini a sentire inadeguatezza
Articoli divulgativi sul tema parlano spesso della pervasività di questo fenomeno. Ma di quante persone parliamo davvero? Su 62 studi condotti su 14.161 partecipanti (la metà è pubblicata negli ultimi 10 anni), la prevalenza varia dal 9 all’82%, a seconda dello strumento di screening e del valore soglia utilizzati per valutare i sintomi. Di fatto, spesso si osserva in co-occorrenza con depressione e ansia e si associa a un calo della soddisfazione sul lavoro e al burnout tra varie categorie di dipendenti, comprese le professioni sanitarie.
Sebbene talvolta si dica che l’idea di questa “sindrome” farebbe comodo a chi ci vuole a preoccuparci costantemente della nostra produttività, curiosamente, sembra che sia associata anche a una diminuzione di performance sul lavoro.
Nonostante l’associazione piuttosto evidente con le esperienze di marginalizzazione, finora la ricerca l’ha affrontata come una questione individuale, indicando gli individui come causa e soluzione della “sindrome”.
Tuttavia, sempre più spesso ci si interroga su quanto sarebbe importante ragionare sul ruolo dell’ambiente nel suscitarla. Inoltre, affrontare le cause contestuali potrebbe offrire soluzioni strutturali più efficaci. Insomma, oltre l’indagine clinica psicologica del fenomeno, sarebbe utile chiedersi se possa davvero essere solo il risultato dell’indole e personalità di così tante persone - quando gli studi più attenti agli aspetti contestuali suggeriscono che queste percezioni negative interiorizzate di sé possono nascere da ambienti e interazioni sociali che portano le persone a mettere in discussione le loro capacità e il loro valore.
L’approccio prettamente individualistico (piuttosto pervasivo nella psicologia come disciplina, oltre che nelle società occidentali in genere - di cui parliamo diffusamente ne “La psicologia è politica”) si nota chiaramente nel termine e nell’uso del termine “pazienti” e della lente clinica, del modello di disfunzione individuale, e nella concettualizzazione e misura dell’impostura come un tratto (anziché uno stato). Di conseguenza, le soluzioni si concentrano sul tentativo di “aggiustare” l’individuo (terapia, coaching e training di “fiducia in sé” per “superare” la “sindrome”). Dall’altra parte, la lente socio-psicologica suggerisce invece che dovremmo considerare l’impatto della società e della cultura in generale, di organizzazioni e altre istituzioni in cui la persona è inserita, oltre che delle interazioni e relazioni interpersonali. Esistono anche tentativi (di cui consiglio la lettura) di farne una “storia riparativa” in chiave critica.
Dal canto mio, vi lascio con questa analisi - e una serie di domande aperte.
Arrivata alla sezione senza bibliografia, credo di poterci chiedere una riflessione.
Nel continuare a parlare di “sindrome dell’impostore”, anche solo per amor di sintesi, c’è il rischio di inquadrare queste “condizioni” come problemi che deve risolvere chi ne “soffre”, una conseguenza dei propri difetti di personalità, irrazionalità, sensibilità, caratteristiche neurobiologiche.
Rischiamo di non chiederci: cosa c’è nelle nostre reti sociali, nella nostra cultura, che rende così facile per così tante persone sentirsi inadeguate, sole, insicure delle proprie attitudini, scelte, emozioni, capacità?
Inoltre, più in generale, se ogni etichetta pseudo-clinica (e forse anche clinica) finisce per avere il senso ultimo di “sentire meno la solitudine” nel proprio vissuto, ci servono davvero queste etichette o ci serve ripensare società e collettività che non descrivano e categorizzino ma uniscano e “includano”?
Cose interessanti o importanti in giro per l’internet ma non solo:
“Musei e generi” è una pubblicazione open access curata dal Gruppo di Lavoro Genere e Diritti LGBTQ+ di ICOM, adattamento italiano di un lavoro internazionale per promuovere cultura trans-positiva e accessibile nelle istituzioni culturali.
Europarole è un’iniziativa del Dipartimento per gli Affari Europei che “analizza termini o espressioni, perlopiù in lingua inglese, utilizzati in ambito UE che vengono spesso ripresi, e talvolta travisati, dal linguaggio comune e dai media italiani”. Propone traduzioni e spiegazioni in italiano di prestiti ormai diffusi (ma ancora fumosi) come “cashback”, “milestone”, “embargo” (visto mesi fa nella newsletter “Siamo Di Parola” del DiParola Festival).
Donata Columbro non sa quello che fa, e nella sua “Ti spiego il dato” ha pubblicato tempo fa “100 data storie e progetti per ispirarti”, che a me hanno ispirato molto, per cui ve le lascio qui.
Come sempre, aspetto un tuo commento se concordi, dissenti, o rimugini sui temi di questa Scienzolitica - e se ti va, inviala a una persona a cui potrebbe interessare!
A presto,
Eleonora Marocchini | @narraction

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