L’ultima volta che è uscita Scienzolitica non era neppure dicembre: studiare, lavorare e scrivere mi affatica - e da allora l’ho fatto un bel po’. Tra i motivi per cui questa newsletter non è uscita, infatti, c’è che nel frattempo è diventata un libro.
Su carta mi sono limitata, per ora, a parlare della mia disciplina, la psicologia. E già per fare questo ho avuto bisogno di una mano (anzi, di molte più mani, come ti dirò).
“La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale”, a quattro mani con Federico Dibennardo, psicoterapeuta, esce per Edizioni Tlon il 13 maggio, si può già preordinare nelle librerie e in tutti gli store online, e lo presenteremo al Salone del Libro di Torino sabato 16 maggio h14:30 in Sala Cobalto.
Come immagino saprai, il preorder di un libro è un ottimo momento per mostrare supporto alle persone che ci piace leggere. Ti ringrazio quindi fin da ora se vorrai preordinarlo - ma, che tu lo faccia o meno, in accordo con coautore ed editrice ho deciso che Scienzolitica doveva ospitare, almeno per una puntata, PsiPolitica.
Se ti va, trovi di seguito stralci dall’introduzione del libro - e poi, come al solito, la mia sezione “Senza Citazioni 💌” e, per una volta in fondo, “Dove sono stata in questo periodo (e dove vederlo)📍/ Semini per menti curiose 🌱”, per riportare anche qui ciò che è recuperabile in giro.
“La psicologia è politica” Potrebbe sembrarti un titolo irriverente, provocatorio, oppure una presa di posizione troppo netta. Potresti chiederti se chi ha scritto questo libro intenda schierarsi per una fazione partitica o addirittura orientare chi legge a supportarla, attraverso un uso strumentale della letteratura scientifica. Non è questo il nostro intento – pur non avendo la pretesa che quanto scriviamo sia completamente avulso dalle nostre convinzioni politiche. Sarebbe ingenuo fingere di potersi collocare fuori dal proprio tempo, dalle proprie posizioni e dalla trama politica del mondo che abitiamo. (…)
Ogni gesto, ogni linguaggio, ogni sapere prende posto nel mondo comune e, così facendo, contribuisce a ridefinire – anche solo di poco – le possibilità di vita delle altre persone. In questa cornice, anche la scienza non fa eccezione.
La prospettiva scientifica non è mai stata puramente neutrale: le curiosità e i progressi della scienza, i fenomeni giudicati rilevanti o problematici, sono sempre stati influenzati dai contesti sociali, culturali e politici in cui sono sorti. Questo non rappresenta di per sé un problema; anzi, è parte della complessità stessa del sapere scientifico. Diventa però critico nel momento in cui non si riconosce la scienza come situata, rischiando di naturalizzare i suoi presupposti:
ciò che è storicamente prodotto appare, appunto, naturale, ciò che è normativo appare descrittivo, ciò che è culturalmente familiare si racconta come universale.
Questa influenza, inoltre, non è a senso unico. Se la cultura orienta la scienza, anche la scienza orienta la cultura in cui prende forma. Nel momento stesso in cui descrive la realtà, ne restituisce una fotografia che influenza il modo in cui le persone osservano il mondo: talvolta amplificandone le strutture, talvolta deformandole, talvolta riducendo la complessità a ciò che è misurabile.
Queste considerazioni valgono anche e soprattutto per la psicologia. La scienza psicologica studia comportamenti, pensieri ed emozioni degli esseri umani con strumenti costruiti da esseri umani, in un’epoca precisa e dentro una cultura precisa. Le sue descrizioni contribuiscono a costruire i contorni di ciò che definiamo normalità, patologia, benessere e sofferenza. Come vedremo nel corso del libro, la psicologia è stata ed è spesso influenzata da immagini del mondo, posizionamenti sociali e forme di categorizzazione che, ora colpevolmente, ora ingenuamente, hanno prodotto effetti discriminatori su intere categorie di persone.
In questo senso, la psicologia è politica: non perché non sia una scienza, ma proprio perché lo è, e perché produce effetti concreti sulle vite delle persone, nel bene e nel male.
Uno dei suoi rischi epistemici più rilevanti è però quello di presentare le proprie conclusioni come saperi neutrali, come se potessero descrivere il proprio oggetto da una posizione di assoluta oggettività. Così facendo, finisce spesso per dire di più del mondo morale, culturale e normativo che ha prodotto quei saperi che non del fenomeno che pretendono di osservare.
Questo libro prova a ricostruire quanti e quali fattori influenzano i paradigmi scientifici della psicologia e come, dietro una presunzione di oggettività, si siano talvolta perpetrate forme di esclusione verso soggettività marginalizzate. Non si tratta di un atto di sfiducia verso la disciplina, ma del tentativo di interrogarla a partire dagli effetti che produce sulle vite delle persone. Per farlo, non basta guardare alla psicologia dall’interno: occorre ascoltare anche chi la attraversa, chi ne ha subìto i confini e chi ha contribuito a trasformarla attraverso l’attivismo e le pratiche collettive.
Le pagine che seguono attraversano cinque grandi assi lungo i quali la psicologia ha esercitato – spesso inconsapevolmente – forme di normalizzazione e controllo: la razzializzazione e lo sguardo coloniale, la classe sociale e l’accesso alla cura, il genere e la patologizzazione della sofferenza femminile, le soggettività LGBTQIA+ e i processi di depatologizzazione, la neurodivergenza e il conflitto tra cura e autodeterminazione.
A fare da cornice, nei primi due capitoli, una riflessione più ampia sui processi scientifici e di ricerca (non solo psicologica): i suoi bias, i suoi meccanismi di potere, il modo in cui la statistica è diventata, nel tempo, non solo misura descrittiva del reale ma prescrizione della norma.
Il volume nasce dall’incontro di due voci che si sono intrecciate nella struttura e nella trama dei capitoli: una più orientata alla ricerca, l’altra alla clinica. La prima anima le riflessioni sui limiti e i posizionamenti della scienza; la seconda abita le parti narrative e le considerazioni sul modo in cui ascoltiamo, interpretiamo e inquadriamo la sofferenza delle persone.
Ma le nostre non sono le uniche voci presenti in questo libro. Alla fine di ogni capitolo, chi legge troverà alcune riflessioni aggiuntive, distinte dal testo principale. In alcuni casi allargano un passaggio teorico; in altri offrono una genealogia o un rilancio critico. Ma, soprattutto, ospitano voci che abbiamo ritenuto necessario non lasciare ai margini. Oltre ai nomi in copertina, questo libro accoglie infatti i contributi di Fabrizio Acanfora, Ronke Oluwadare, Carmine Ferrara, Federica Carbone, Natascia Maesi e Dania (Dan) Piras.
La presenza di queste voci non risponde a un criterio meramente testimoniale: nasce dal desiderio di dare maggiore coralità a un discorso che, per sua natura, resta necessariamente limitato e sempre esposto al rischio di riprodurre nuove marginalizzazioni proprio mentre prova a nominarle. Si tratta, anche, di uno spazio ceduto: un luogo in cui chi attraversa in prima persona alcuni dei temi qui affrontati possa prendere parola senza divenire soltanto oggetto di analisi. Per questo, e per la generosità con cui queste persone hanno accolto e riletto alcune delle nostre pagine, le ringraziamo profondamente.
Volendo rappresentare il nostro contributo con onestà, dovremmo menzionare anche le migliaia di mani e di menti a cui dobbiamo le centinaia di riferimenti scientifici su cui si poggia: intendiamo includere, in questo computo, le tante persone senza cui la scienza, psicologica e non, non esisterebbe – quelle che alla ricerca e alla clinica partecipano gratuitamente o, addirittura, pagando.
La quantità, varietà e complessità delle questioni sollevate in questo libro potrebbero risultare paralizzanti, oltre che dolorose – tanto per chi riconoscerà tra queste pagine le proprie fatiche, quanto per chi si chiederà come tenerne conto nei laboratori di ricerca e nelle stanze di cura. Chi scrive spera però di trasmettere l’idea che questa complessità richieda un’accettazione che è, di per sé, orientata: contiene cioè un auspicio di trasformazione. Chi leggerà questo libro non troverà ricette, né verità assolute. Troverà, speriamo, una mappa – parziale, provvisoria, discussa – di alcuni territori che la psicologia ha spesso attraversato senza guardarsi intorno. L’idea è che questa mappa possa contribuire ad approcci di cura situati, critici e riflessivi.
L’intenzione che ci muove è che queste pagine siano e creino spazi di riflessione capaci di mettere in dialogo la clinica e i movimenti sociali, per costruire un orizzonte condiviso dei contesti in cui operano, da cui emergono e che si propongono di descrivere. Coltivando umiltà epistemica e fiducia reciproca, per poter guardare criticamente i fenomeni ma, soprattutto, per poter pensare insieme modi diversi di intervenire su di essi, aspettandoci – e auspicando – che le cose possano cambiare.
Riferimenti scientifici e citazioni, nell’introduzione, non ce ne sono - ma nel libro ci sono più di 150 note bibliografiche, in cui abbiamo tentato di dare sia possibilità di approfondimento accademico che di contestualizzazione divulgativa.
A discapito del titolo audace, quindi, non abbiamo scritto un pamphlet, ma un testo che - come questa newsletter - tenta di portare sullo stesso piano la scienza e la giustizia sociale, l’attenzione ai dati e ai metodi e l’interesse per le istanze sociali.
Il libro è stato un’ottima scusa, mentre mi abilitavo alla professione di psicologa, per immergermi in moltissimi temi e aspetti scienzolitici che spero di riuscire a portare anche qui. Ma soprattutto, per cercare di non perdere il contatto con la dimensione critica che ho coltivato finora, ora che eserciterò anche quel potere che troppo spesso la clinica esercita senza riflessività.
Senza citazioni dirò che spesso il secondo libro è il più difficile, specialmente se il primo va bene - e il mio “Neurodivergente” ha fatto dei giri impensabili per un’emergente uscita con un’editrice indipendente. Il timore che questo libro possa non avere la stessa fortuna c’è, perché il buco che va a occupare nella scena italiana non è altrettanto evidente. Se vorrai aiutarmi preordinando “La psicologia è politica” e facendo girare la voce, te ne sarò infinitamente grata.
In questi mesi mi sono abilitata alla professione psicologica, per cui ho avviato una serie di attività e nuovi servizi, tra cui “Neuro… cosa?”, un percorso in 4 pillole di psicoeducazione che ha ancora posti disponibili per cui volesse unirsi. Poi:
ho partecipato a diversi podcast: “Educare a bassa voce”, in cui ho parlato di “Neurodivergente” e di scuola, ricerca, clinica e pedagogia; “La Matassa”, in cui mi hanno chiesto di diagnosi di autismo, teoria della mente, ricerca partecipativa e interdipendenza, e “Adolescenza Consapevole”, in cui il focus è stato più che altro l’ADHD.
ho concluso 2 cicli di webinar con e senza ospiti: ho parlato di multipotenzialità, alta sensibilità e (appunto) “sindrome” dell’impostura a DiverGente
ho ospitato Fabrizio Acanfora, Luca Negrogno e Rodolfo Pessina per parlare di neurodiversità e capitalismo, movimenti sociali e dipendenze a DiverGuest.
ho presentato con l’introduzione di Damian Milton (!) il talk “Reframing Social Communication through the Double Empathy Lens”, il mio contributo al Double Empathy Reader uscito per Pavillion Press;
ho tenuto un talk al convegno mondiale sull’autismo dell’International Society for Autism Research, che non è recuperabile ma lo scrivo comunque perché sento di dover ringraziare tanto chi mi segue qui e su IG per aver trovato il tema e l’energia per fare questa ricerca e portarla su quel palco incredibile.
Come sempre, aspetto un tuo commento se concordi, dissenti, o rimugini sui temi di questa Scienzolitica - e se ti va, invia la newsletter o il link a “La psicologia è politica” a una persona a cui potrebbe interessare!
A presto,
Eleonora Marocchini | @narraction

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.