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Sacro&Profano · Aug 23, 2026

🌈#145 Jason Arday, AOC e una stagione del woke che si chiude

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Lucandrea Massaro · Sacro&Profano

📬Questa è Sacro&Profano, la newsletter che ogni settimana ti fa capire due o tre cose sul mondo attraverso le lenti della religione, senza essere confessionale.

Ci sono culti laici che appaiono ai più come religiosi nelle forme; uno di questi è probabilmente il tema del wokismo, che ha vissuto una sua fase del “Terrore” - o, se volete, di Inquisizione - tra il 2020 e il 2022 e che ora sta provando a fare ordine dentro di sé. Personalmente ci sono alcune cose nell’ondata di cancel culture - che è parte del metodo - delle richieste del movimento woke che non mi convincono, alcune in parte altre totalmente, ma una parte del problema per come è stato recepito da noi è che certo ci influenzerà, ma è anche vero che si sviluppa su basi materiali totalmente diverse dalle nostre. La qualità del dibattito - se proprio vogliamo farlo - dovrebbe partire in primis da una traduzione di questo stesso dibattito. Tra l’altro questi movimenti hanno informato anche il dibattito interno alle chiese e ai movimenti religiosi, con richieste di cambiamento (matrimonio egualitario, ordinazioni femminili) o con chiusure e ostracismi, ma sempre come parte della società. Questo per dire anche perché ne parliamo in questa newsletter.

Fine del prologo, si comincia!

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Sono giorni strani quelli di questo agosto pieno di caldo e di gossip su Ranucci, Lavitola e il futuro di Report. Questo scandalo ha permesso di parlare d’altro rispetto al caldo soffocante, all’aumento del caffè e il caro carburante. Ma serve sempre anche riempire la pagina di “esteri” e quindi ecco servita - anzi buttata lì - la polemica sulla questione “woke”.

Complice un allineamento tanto casuale quanto significativo, due eventi si sono intrecciati nella prima quindicina di agosto 2026. Uno tragico e uno incompreso.

Andiamo con ordine.

Il 14 agosto 2026, la polizia metropolitana di Londra trova il corpo di un uomo di 41 anni in un’abitazione nel sud della città. Le autorità definiscono la morte «inattesa ma non sospetta». Si chiama Jason Arday. Nove giorni prima si era dimesso dalla cattedra di Sociologia dell’Educazione all’Università di Cambridge — dove era stato, dal 2023, il più giovane professore nero nella storia dell’ateneo.

La locuzione «inattesa ma non sospetta» è il modo british con cui la polizia londinese parla di suicidio senza confermarlo.

Dall’altra parte dell’oceano intanto, il 10 agosto — quattro giorni prima del ritrovamento del corpo — Alexandria Ocasio-Cortez appare nel programma domenicale This Week della ABC. Le viene chiesto di Francesca Hong, candidata al governatorato del Wisconsin, e delle sue posizioni radicali del periodo 2020-2021. AOC ride e risponde: «Ho un consigliere comunale locale che ha questo detto: “Woke 1 era folle”».

Due eventi, pochi giorni di distanza, continenti diversi. Nessun collegamento diretto. Eppure parlano della stessa cosa: l’esaurimento di un pezzo della “guerra culturale” innescata nel mondo anglosassone e di cui in Europa e ancor più in Italia, non abbiamo capito quasi nulla e che - in realtà - non ci ha toccato quasi per nulla. Come spesso capita il dibattito statunitense viene portato alla periferia dell’Impero, senza che ci sia il substrato materiale su cui gira. In pratica parliamo di una cosa che accade altrove, come se accadesse nel nostro condominio. Come dire che siccome ho la tv accesa sulla partita e la guardo, posso dire che quella pallonata presa da un giocatore mi abbia fatto male o meno. Quale pallonata? Quale pallone?

“Woke”, “Intersezionalità” e DEI

Una precisazione utile per il discorso che cerco di fare: i termini al centro di questa vicenda vengono usati senza spesso sapere da dove vengono. Io ne darò una sintesi brutale, come glossario minimo.

«Woke» nasce nella comunità afroamericana negli anni Venti del Novecento come imperativo di resistenza: «rimani sveglio», vigile di fronte al razzismo. Marcus Garvey lo usava in questo senso. Durante il Movimento per i Diritti Civili si consolida come marcatore di consapevolezza politica. Nel 2014, con Black Lives Matter, si diffonde come slogan di massa. Dal 2016 in poi, i commentatori conservatori reazionari americani (tra i primi proprio Steve Bannon) se ne appropriano e lo trasformano in un epiteto, indicando l’insieme delle politiche identitarie progressiste considerate eccessive.

«Intersezionalità» nasce invece nell’accademia americana nel 1989, coniata dalla giurista e attivista Kimberlé Crenshaw in un articolo per il University of Chicago Legal Forum. Crenshaw descriveva un problema reale e preciso: le donne nere licenziate da General Motors non rientravano nelle categorie legali di discriminazione, perché l’azienda aveva assunto donne (bianche) e neri (uomini), ma non donne nere. La combinazione di razza e genere creava forme di oppressione che né il diritto antidiscriminatorio né il femminismo mainstream riuscivano a cogliere.

Era uno strumento analitico preciso.

Nel giro di trent’anni ha viaggiato dall’aula universitaria ai social media ai manuali HR aziendali, perdendo specificità e acquistando usi sempre più ampi e spesso imprecisi. In quella forma degradata — checklist di oppressioni, scala gerarchica di vittime — è entrata nelle politiche di reclutamento universitario. Con risultati che il caso Arday ha contribuito a rendere visibili nel modo più doloroso.

«DEI» (Diversity, Equity, Inclusion) è il prodotto istituzionale di questa traiettoria: politiche di diversità organizzativa che, nella loro versione più meccanica, hanno talvolta trasformato le persone in simboli prima ancora di verificarne la solidità. Non per malevolenza: per una logica di visibilità e rappresentazione che, applicata male, può danneggiare proprio chi vorrebbe proteggere.

🏅#27 Olimpiadi in polemica

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August 3, 2024

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Arday era nato a Clapham, nel sud di Londra, da genitori ghanesi. Si era dichiarato autistico, sosteneva di aver parlato fino agli undici anni, aveva imparato a leggere e scrivere a diciotto. Aveva corso trenta maratone in trentacinque giorni per beneficenza, era stato tedoforo alle Olimpiadi di Londra del 2012. Aveva costruito una carriera accademica incentrata su razza, disuguaglianza ed educazione.

Nel 2023, la nomina a Cambridge lo rende un simbolo: il più giovane professore nero nella storia dell’ateneo. Ma quella visibilità simbolica lo espone.

Il 24 luglio 2026, Nathan Cofnas — un ex ricercatore di Cambridge — pubblica un post su Substack accusando Arday di aver plagiato 180 passaggi nella sua tesi di dottorato del 2015. Cofnas va poi alla radio nazionale a sostenere che la nomina di Arday era frutto dell’«ideologia DEI» (acronimo che sta per Diversity, Equality, Inclusion) e che il professore non era «intelligente» come gli altri accademici di Cambridge.

Qui vale la pena di capire anche chi è l’accusatore, perché non è un fatto neutrale, non è una persona che - come si fa nella scienza - controlla il lavoro altrui per capirne la validità e scopre una frode, o un errore. Cofnas un promotore di quello che viene definito «razzismo scientifico»: la tesi — rifiutata dalla comunità scientifica mainstream — che esistano differenze cognitive geneticamente determinate tra gruppi razziali, con bianchi ed ebrei in cima alla gerarchia dell’intelligenza e le persone nere strutturalmente «non all’altezza» delle carriere universitarie. Cofnas aveva lasciato Cambridge dopo aver criticato pubblicamente i programmi DEI dell’università. Le sue accuse ad Arday non sono - dunque - solo quelle di un controllore imparziale della qualità accademica: sono le mosse di chi considera le politiche di inclusione razziale una distorsione meritocratica — e che usa il caso Arday per dimostrarlo.

Dopo l’accusa La Liverpool John Moores University, dove Arday aveva conseguito il suo dottorato, avvia un’indagine. Risultato: gli errori di citazione erano «onesti e ragionevoli». Arday si era scusato, ma aveva negato di aver imbrogliato. Non bastò a fermare la campagna mediatica. Il 5 agosto si è dimesso da Cambridge. Il 14 agosto è stato trovato morto, presumibilmente suicida.

La famiglia di Arday ha scritto: «La campagna di disinformazione è stata troppo per Jason, che era un gentiluomo e che voleva sempre vedere il meglio in chiunque». Sadiq Khan, sindaco laburista di Londra, denuncia «un’inaccettabile gogna mediatica che altre persone nella sua posizione non avrebbero dovuto affrontare».

🗄️#106 Steve Bannon vs Papa Francesco

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Feb 22

📬Questa è Sacro&Profano, la newsletter che ogni settimana ti fa capire due o tre cose sul mondo attraverso le lenti della religione, senza essere confessionale

La frase di AOC — che cita il consigliere municipale newyorkese Chi Ossé — è stata largamente misconosciuta in Italia, anche a causa della sciatteria di molti colleghi.

Ai microfoni di Jonathan Karl di ABC, la Ocasio-Cortez dietro l’insistenza del conduttore che le chiede se il movimento si sia spinto troppo in là, ricordandole ad esempio l’idea di definanziare la polizia, AOC risponde che durante la pandemia si era aperta enormemente la cosiddetta “Finestra di Overton”, ovvero lo spazio del dicibile, e che in quel clima si era disposti a considerare qualunque politica potesse portare a un risultato migliore, e che le discussioni fatte allora sono state, cito testualmente, “piuttosto fruttuose”, tanto che oggi si parla di criminalità in modo diverso. L’unica cosa da cui prende le distanze è il lessico: la retorica di allora non è quella che si userebbe oggi.

Nessuna abiura, ma una presa di distanza dai toni, non dalle azioni.

A destra, la lettura è stata di ipocrisia tattica: AOC ha sostenuto le stesse posizioni di Hong — abolire la polizia, radicalizzare il linguaggio identitario — e ora le rinnega per le sue ambizioni presidenziali nel 2028. Il Federalist ha fatto notare, con sarcasmo, che «nessuno numera qualcosa a meno che non si aspetti un’altra versione»: se c’è un «Woke 1», si prepara un «Woke 2», potenzialmente ancora più radicale ma camuffato meglio.

Nell’ala sinistra, la reazione è stata di amarezza. Molti attivisti hanno considerato la frase un tradimento di chi aveva costruito la propria carriera su quelle battaglie. Chi Ossé, il consigliere citato da AOC, ha condiviso il video su X scrivendo: «Woke 1 was crazyyy, Madame President» — frase che da un lato suona come endorsement per una futura candidatura, dall’altro come riconoscimento che la distanza da quella stagione è ormai irreversibile.

La prova più concreta di questa distanza è venuta dalle primarie del Wisconsin: Francesca Hong, candidata socialista e simbolo di quel ciclo, ha perso per meno di 4.000 voti (con un aumento enorme della partecipazione, segno che la campagna è stata molto efficace e che lei fosse davvero ad un passo dalla nomination), incapace però di spiegare perché avesse chiesto di «cancellare il Ringraziamento». AOC - per esempio, non l’ha sostenuta con un endorsement.

Jason Arday e Alexandria Ocasio-Cortez non si conoscono. Ma i loro nomi finiscono negli stessi articoli, nelle stesse settimane, perché raccontano la stessa storia da lati diversi.

Arday è stato costruito come simbolo di una stagione — e poi distrutto con gli strumenti di quella stagione. L’accusa di plagio, portata avanti da un accademico che sostiene teorie di supremazia cognitiva razziale, è stata amplificata da una macchina mediatica che non ha avuto la stessa ferocia con accademici bianchi in situazioni simili. Il meccanismo che lo aveva elevato — la logica della rappresentazione, il valore simbolico del «primo» e del «più giovane» — non ha saputo proteggerlo.

AOC è un altro aspetto di quella storia, dove in una società frammentata e fortemente razzializzata come quella americana ha tentato di trovare una nuova sintesi sociale attraverso politiche che mettessero in discussione lo status quo. La violenza della polizia sulla comunità afroamericana è un fatto riconosciuto da molti, è evidentemente un fatto di razzismo. Non a caso Chi Ossé viene da Black Lives Matter - il mondo progressista americano non è un monolite, ma è fatto da tantissimi movimenti con agende diverse ma cercano la collaborazione contro l’establishment -, ed è molto interessante che la critica all’esasperazione del linguaggio di quegli anni arrivi da lì.

Non un’abiura del percorso che viene anzi rivendicato, ma del metodo.

Uno dei problemi, secondo me, è che da noi se ne parla come se ci fosse stata la cancel culture nelle università italiane (se c’è stata, è avvenuta mi pare solo contro la cultura russa, ma anche lì è durata relativamente poco), o un profluvio di leggi approvate per il riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche, religiose o sessuali. Ad esempio vi ricordo che il DDL Zan è lettera morta.

Anche qui lo strano allineamento del destino viene con una pubblicazione americana, The Atlantic, che pubblica un lunghissimo articolo scritto da Tyler Austin Harper, un accademico afroamericano ora giornalista della testata, che ha lavorato per anni al prestigioso Bates College, piccolo e costosissimo liberal-arts college di Lewiston, nel Maine. Sulla copertina lo hanno intitolato con Confessions of a Token Black Professor:

nel 2020, appena trentenne, ottiene una posizione tenure-track, cioè una cattedra ordinaria, a Bates: una rarità nell’università (statunitense e non) contemporanea, dove gli incarichi stabili continuano a diminuire. Quando arriva in Maine, ha posizioni socialiste e considera le polemiche conservatrici sulla “wokeness” robaccia da Fox News; quindi, scrive nel pezzo, è contento di entrare in un college dalla storia orgogliosamente progressista, proprio durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd.

Presto, però, scopre quale parte Bates gli abbia assegnato d’ufficio. La ricerca accademica di Harper si occupa di letteratura britannica, fantascienza e storia della scienza, ma viene reclutato per organizzare le celebrazioni del Martin Luther King Day: non per una particolare competenza, bensì perché è uno dei pochi professori neri del college. In un altro aneddoto riportato, durante una selezione per assumere un nuovo professore, un collega osserva a voce alta con preoccupazione che la ricerca sulla diaspora africana di un candidato al ruolo potrebbe risultare «troppo vicina a quella di Tyler»: siccome è nero, si occuperà di diaspora africana, no?

(riprendo la sintesi operata da Culture Wars di Davide Piacenza)

Quando Tyler comprende questo funzionamento, è turbato, ma mai quanto dopo gli abusi antisindacali che vengono perpetrati dalla sua università nei confronti di personale non docente e dei docenti a contratto. 650 persone che tentavano di avere più diritti e paghe migliori in un sistema che lì come qui, sta rendendo la carriera accademica quanto mai respingente per tutti coloro che non sono ricchi di famiglia. Ma poi prosegue

Nel frattempo, racconta Harper, l’Academic Affairs Council – influente organo decisionale del college, formato dal preside di facoltà e da quattro professori anziani, tutti bianchi – propone di obbligare ogni studente a frequentare due corsi su razza, potere, privilegio e colonialismo, a prescindere dalla facoltà. Quando Harper obietta, una collega (bianca) gli rammenta senza indugi che le sue idee sulla libertà e la ricerca accademica sono quelle di alcuni docenti «di orientamento libertario», come se la compagnia politicamente sconveniente bastasse a renderle sospette. A un giovane professore nero, nota amaramente l’autore, non viene contestata la sostanza della sua posizione: gli viene ricordato da quale parte ci si aspetta che stia.

Ecco questo è probabilmente - a mio avviso - il vero nocciolo della questione: il problema del dibattito in America è che non c’è stato, che qualunque dissenso - anche in buona fede - veniva non solo sminuito, ma impedito con l’accusa di connivenza con il nemico, che c’è stata una caccia alle streghe insopportabile dentro e fuori i gruppi progressisti, e che c’è gente che ha perso il lavoro per una battuta, che è stata richiamata dalle HR per un gesto casuale ma vissuto come offensivo e oppressivo. Un qualcosa che anche Jacobin, uno dei magazine più influenti nel mondo socialista americano, sembra voler discutere:

una sinistra che condanna il dissenso interno è un vicolo cieco per la democrazia.

💧#117 Ritorno al sacro?

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Apr 26

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Il woke ha portato alla cosiddetta cancel culture, un movimento che - tra le altre cose - è incapace di separare le opere dalle persone e di contestualizzare i comportamenti dentro il periodo storico in cui avvengono. Washington aveva schiavi ma è anche il padre della nazione, ha cacciato un governo oppressivo. Colombo è il simbolo della successiva schiavitù e colonizzazione, ma non era né il suo intento né il suo retaggio immediato. Non si può scherzare, perché il rischio di suscitare reazioni eccessive è alto. Certo è vero che con il “eh ma non si può dire più niente” in realtà si dice di tutto, anche le cose più odiose, compreso razzismo e omofobia, ma quello di solito è perché è pessima comicità.

Una delle vittime illustri è J.K. Rowlings, la mamma di Harry Potter. Leggo che HBO ha difficoltà a trovare registi e altri professionisti che girino gli episodi della nuova serie su Harry Potter perché non vogliono essere associati a J.K. Rowlings e alle sue idee sui trans. Ecco, io questa cosa la trovo simile al maccartismo…voi no?

Ci sono stati abusi? Sì. Può aver contribuito al successo delle destre? Sì. Ha messo in luce che ci sono pezzi di società che vivono una marginalità che non è sanata dal sistema? Secondo me sì. Ci sono cambiamenti positivi nella società e nelle chiese dopo questa spinta collettiva che chiedeva di persone che chiedevano solo di essere viste? A me pare di sì. C’è molto lavoro da fare, si apre una stagione nuova. Forse.

👨‍👩‍👧‍👦#79 L'internazionale moralista

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October 12, 2025

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