La spiaggia era, stranamente, affollata. In questi primi giorni dell’anno nuovo il freddo era intenso, ma il sole rendeva tutto più leggero.
Elsa veniva spesso su questa spiaggia. Le piaceva camminare e guardare il mare all’orizzonte. Vedere una barca da lontano e immaginare che sì, anche lei, un giorno avrebbe potuto starsene un po’ lì sospesa nella linea dell’orizzonte lasciandosi alle spalle tutto.
Era, per Elsa, un pensiero superficiale che, come in quella canzone che da anziana avrebbe ascoltato grazie ai suoi nipoti, le rendeva la pelle splendida.
In quei giorni d’inizio anno infatti sentiva proprio il bisogno epidermico di starsene lontano da tutti perché tutto le sembrava essere fuori sincrono: i suoi pensieri, le amiche al circolo, i colleghi e le colleghe a lavoro, la parrucchiera e perfino il salumiere. Il panciuto signor Giovanni con cui, sempre con rispetto, amava scambiare quattro chiacchiere mentre faceva le sue compere.
Elsa aveva perso l’orientamento, non si ritrovava più nei suoi riti quotidiani, nelle sue parole e in quelle che scambiava, nei sorrisi che incrociava. Percepiva forte uno scollamento tra ciò che lei riteneva un minimo decoro morale e sociale e ciò che invece, le persone a cui aveva dato maggiore credito culturale, mettevano in pratica.
Non riusciva a comprendere come, ad esempio, si potesse nello stesso discorso parlare di messa in piega e di diritti dei lavoratori. Non riusciva a comprendere come questo facesse parte anche di lei. Non si percepiva, Elsa, su un piano diverso, ma riusciva a vedersi da lontano.
Così, appena poteva, se ne andava in spiaggia. Si toglieva le scarpe e a piedi nudi camminava un po’, guardava il mare e provava a stemperare un certo disagio che la contemporaneità le appiccicava addosso.
Io un po’ come Elsa, ultimamente, non mi ritrovo tanto nella contemporaneità.
A presto,
Rocco
ps.
Sto leggendo (o forse rileggendo) Trans Europa Express di Paolo Rumiz, un racconto di viaggio “verticale” attraverso luoghi e persone, con una voglia indomita di errare.
Una non avevo fatto mai: andare in spiaggia, il primo dell’anno.
Una che non vedevo l’ora di rifare: chiudere il corso con le sei cose che direi al me ventenne.
È editata solo da me: se trovi un typo sii gentile, ignoralo.
Non mi abituerò mai all’idea che qualcuno legga le mie parole senza che prima ci sia stato un incrocio di sguardi prima.
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Ho scritto due libri:

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