Questa è la newsletter della Community di Privacy Week. Ogni giovedì punti di vista che fanno chiarezza su fatti di cronaca e novità che riguardano i temi più caldi della tecnologia: privacy, cybersecurity, fintech, intelligenza artificiale.
Opinioni e approfondimenti sullo strano e velocissimo mondo del Fintech.
di Angelica Finatti, Blockchain Expert (bancario-assicurativo), TEDx Speaker
C’è una scena ne Il mago di Oz, in cui Dorothy scopre che il grande e terribile stregone altro non è che un signore qualunque dietro una tenda, che manovra leve per sembrare più potente di quanto sia.
Ogni volta che un banchiere centrale sale su un podio e promette che questa volta la tecnologia ci libererà dall’inflazione senza far male a nessuno, viene naturale chiedersi se dietro la tenda ci sia davvero un mago o solo un signore con un megafono ben regolato e fumogeni.
Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha appena tirato quella tenda con più convinzione di chiunque altro negli ultimi anni. E l’intero pianeta finanziario, in questo momento, sta osservando con il fiato sospeso se dietro ci sia oro o cartone. Poetico no?
Facciamo un passo indietro e chiediamoci come fa Dorothy nella battuta iniziale:
Where am I?
Il 30 gennaio 2026 Donald Trump nomina Kevin Warsh, ex governatore della Fed e banchiere di lunga esperienza a Wall Street, per sostituire Jerome Powell al vertice della banca centrale americana, il cui mandato si chiudeva il 15 maggio.
I mercati reagiscono subito all’evento chiamandolo “Warsh Shock” (si, noi in Italia eravamo abituati ad un’altra “first reaction shock”), ma Wall Street festeggia intravedendo tagli dei tassi e deregolamentazione. Il mercato obbligazionario invece no, perché teme l’aggressiva stretta quantitativa promessa dal nuovo arrivato sul bilancio della Fed, ancora sopra i 6.600 miliardi di dollari.
Ma la vera cifra distintiva di Warsh è la sua tesi centrale per cui l’intelligenza artificiale sarebbe la più grande forza disinflazionistica della nostra generazione.
Una specie di biglietto d’oro alla Willy Wonka, promesso a un’economia americana reduce da cinque anni di prezzi che saltellavano in giro peggio degli oompa loompa.
Il 14 luglio 2026, davanti alla Commissione Bancaria del Senato e alla Camera, Warsh ha però rincarato la dose in una delle sue prime testimonianze pubbliche da chairman. Ha definito l’inflazione un peso ingiusto per famiglie e imprese, promettendo un vero e proprio “cambio di regime” nella politica monetaria della banca centrale.
Guardando alla corsa degli investimenti tecnologici — descritta come l’elemento più sorprendente del quadro economico attuale — ha collegato apertamente la costruzione dei data center e la domanda di attrezzature per l’AI a una possibile spinta di produttività capace di assorbire, almeno in parte, gli aumenti di prezzo che l’AI stessa sta generando.
Rispondendo poi a una domanda della Commissione Bancaria del Senato su un possibile rialzo dei prezzi nei prossimi dodici mesi, ha ammesso che è probabile, ma ha aggiunto che spetterà alla Fed stabilire se quell’aumento sarà davvero inflazionistico — perché, a differenza di uno shock da conflitto internazionale che riduce l’offerta, l’AI genera anche una risposta dal lato dell’offerta che potrebbe compensarlo.
Tradotto: per Warsh i computer che si scaldano nei data center non sono l’incendio, sono parte dell’estintore.
La realtà a luglio 2026 è però più sfaccettata di qualunque copione hollywoodiano.
L’inflazione di giugno si è attestata al 3,5%, in calo di quattro decimi rispetto a maggio — un raffreddamento che ha messo temporaneamente in pausa le pressioni per un rialzo dei tassi.
Ma il contesto resta turbolento: il blocco dello Stretto di Hormuz ha già fatto sentire i suoi effetti sui prezzi dell’energia, spingendo verso l’alto una curva che si stava lentamente raffreddando dal picco del 9,1% toccato nel 2022. Il PCE core, la misura preferita dalla Fed, viaggiava a maggio intorno al 3,4%, ben sopra il target del 2%. Insomma: un casino.
Nel frattempo, la corsa agli investimenti in intelligenza artificiale non accenna a rallentare: le cinque grandi big tech — Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle — punterebbero quest’anno a circa 741 miliardi di dollari di spesa in conto capitale, quasi il 75% in più rispetto al 2025.
Un fiume di denaro che farebbe invidia a Zio Paperone e che si è riversato in modo molto concreto sui prezzi al consumo. Ebbene si: software e accessori informatici sono saliti di circa il 15%, i componenti elettronici all’ingrosso di quasi il 27%, e Apple ha aumentato i prezzi fino al 25%. Capite che diventerà complesso acquistare il nuovo iPhone pieghevole così (e tutti rivogliamo il flip phone marcato Apple si sa).
Però non tutti, nella stanza dei bottoni, credono al copione di Warsh. Il suo stesso predecessore Powell, in una delle ultime uscite pubbliche, ha osservato che nel breve periodo l’AI sembra alzare il tasso neutrale d’interesse più che abbassarlo, perché la domanda generata dalla costruzione fisica delle infrastrutture corre più veloce di qualsiasi guadagno di produttività — i benefici disinflazionistici, ha detto, restano per ora più teoria che realtà misurabile. Però anche lo spaventapasseri sognava un cervello, no?
L’opinione di Powell non è comunque isolata.
Un sondaggio condotto dal Clark Center dell’Università di Chicago insieme al Financial Times ha rilevato che quasi il 60% degli economisti interpellati considera vicino allo zero l’impatto dell’AI sull’inflazione e sui tassi nei prossimi due anni.
Uno degli intervistati, l’economista Jonathan Wright della Johns Hopkins ed ex funzionario della Fed, ha dichiarato senza troppi giri di parole di non credere che il boom dell’AI rappresenti davvero uno shock disinflazionistico. Sulla stessa linea, un sondaggio della National Association for Business Economics ha mostrato che l’81% degli economisti d’impresa si aspetta che la costruzione dei data center aggiunga pressione inflazionistica nel prossimo anno, non che la tolga.
E Dario Perkins, economista di TS Lombard, l’ha sintetizzata con una frase diventata quasi virale tra gli addetti ai lavori: l’effetto attuale dell’AI sui prezzi, ha scritto, è inflazionistico, non deflazionistico.
I numeri di settore danno loro ragione più che a Warsh: secondo JPMorgan alcuni chip di memoria potrebbero arrivare a costare, entro fine anno, fino al 400% in più rispetto al 2024, mentre secondo Goldman Sachs le bollette elettriche dei consumatori americani potrebbero salire di circa il 6% l’anno nel biennio 2026-2027, proprio a causa della fame di energia dei data center.
So, where are we?
Un finale: potrebbe essere quello ottimista in cui lo spaventapasseri ottiene un cervello e l’AI che alla lunga riduce l’inflazione. Oppure quello più vicino a 2001: Odissea nello spazio, con HAL 9000 che rassicura tutti mentre qualcosa, nella stanza dei server, continua a scaldarsi.
Per ora, l’unica certezza è che il pubblico – cittadini, mercati, senatori – resta davanti alla tenda del Mago di Oz, aspettando di capire se questa volta, dietro quei grandi annunci ci sia davvero la magia della produttività. Oppure semplicemente un uomo che continua a muovere le leve sperando che il pubblico guardi il fumo e non la prossima bolletta della luce.
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