Questa è la newsletter della Community di Privacy Week. Ogni giovedì punti di vista che fanno chiarezza su fatti di cronaca e novità che riguardano i temi più caldi della tecnologia: privacy, cybersecurity, fintech, intelligenza artificiale.
Riflessioni sulle frontiere cibernetiche del nostro mondo.
di Matteo Navacci, privacy & cybersecurity advisor, co-fondatore di Privacy Week
L’Action Plan on Cybersecurity and Artificial Intelligence pubblicato dalla Commissione europea il 7 luglio segna un cambio di prospettiva: la sicurezza nell’era dell’AI non dipenderà soltanto dalla conformità normativa, ma dalla capacità di accedere, valutare, governare e utilizzare tecnologie sempre più strategiche.
Per molti anni l’Europa ha affrontato la tecnologia e l’intelligenza artificiale soprattutto attraverso il diritto: classificazione dei sistemi, valutazione dei rischi, obblighi dei fornitori, responsabilità, trasparenza, supervisione umana, eccetera.
Era una fase necessaria? Forse (conoscerete ormai la mia opinione sulla sovra-regolamentazione europea). Ma non sufficiente.
Con l’Action Plan la Commissione europea sembra riconoscere che la sicurezza dell’AI non può essere costruita esclusivamente attraverso norme e adempimenti. Servono infrastrutture, competenze, capacità di calcolo, ambienti di test e accesso effettivo ai modelli più avanzati. In altre parole: non basta regolare una tecnologia se non si possiedono gli strumenti per comprenderla e controllarla.
Il Piano parte da una constatazione: i modelli di frontiera possono rafforzare la detection, l’incident response, la threat intelligence e il vulnerability management, ma possono anche rendere gli attacchi più automatizzati, scalabili e sofisticati. È letteralmente il cuore del marketing di Anthropic degli ultimi sei mesi.
È chiaro che la cybersecurity non può più arrivare dopo. Anzi! Oserei dire che presto tutti capiranno che la cybersecurity È il fondamento di una civilizzazione umana nel 21esimo secolo.
L’intelligenza artificiale sta modificando l’economia stessa delle vulnerabilità. Un attaccante può analizzare codice, individuare debolezze, generare exploit e adattare le proprie tecniche con una velocità incredibile. E la scoperta delle vulnerabilità assistita dall’AI sta avanzando più rapidamente della remediation automatizzata. Questo è un problema, oltre che un grosso limite strategico a livello nazionale e sovranazionale.
Molte organizzazioni impiegano settimane, mesi o anni per identificare, prioritizzare, testare e distribuire una patch. In un contesto nel quale l’intervallo tra scoperta e sfruttamento di una vulnerabilità può essere di qualche ora, processi progettati per il mondo pre-AI rischiano di diventare una barzelletta.
Il Piano propone quindi di rendere le infrastrutture europee di vulnerability management compatibili con la velocità dell’AI, rafforzando strumenti come la European Union Vulnerability Database, la piattaforma unica prevista dal Cyber Resilience Act e i processi di coordinated vulnerability disclosure..
Resta però una contraddizione temporale evidente: l’urgenza viene dichiarata nel 2026, mentre molte disposizioni sostanziali del Cyber Resilience Act — forse la legge più importante sul piano della cybersicurezza effettiva — saranno pienamente applicabili soltanto dalla fine del 2027.
E nel frattempo? Chiediamo a Mythos di aspettare?
Il passaggio politicamente più rilevante del Piano riguarda proprio la dipendenza dell’Europa da modelli e infrastrutture sviluppati fuori dall’Unione.
Le capacità di frontiera sono oggi concentrate in soggetti non europei (USA e Cina) e l’accesso a tali capacità può dipendere da decisioni unilaterali delle aziende o da processi politici. Una tecnologia considerata essenziale per la protezione di infrastrutture europeead oggi non è realmente sotto il controllo europeo.
Qui temi come il cloud sovrano smettono di essere uno slogan. La sovranità non consiste semplicemente nel localizzare i dati in un data center europeo. Significa poter governare l’intera catena della capacità digitale: infrastruttura di calcolo, identità, dati, modelli, connettività, chiavi crittografiche, log, procedure di accesso e continuità operativa.
È questo uno dei temi che affronteremo il 28 settembre durante il Cyber Strategy Forum di Privacy Week 2026.
La Commissione propone una capacità europea di valutazione preventiva dei modelli, una piattaforma sicura gestita con ENISA e il Joint Research Centre per testare applicazioni AI in cyber range, nonché un Blueprint per consentire ad autorità, infrastrutture critiche, ricercatori e operatori di sicurezza di accedere in modo strutturato ai modelli più avanzati.
Ma è inutile girarci intorno: il Blueprint non introdurrà obblighi vincolanti per i provider.
Nel frattempo, il problema sta già cambiando forma.
L’AI agentica può osservare un ambiente, decidere un obiettivo operativo, utilizzare strumenti, eseguire comandi, interrogare sistemi e modificare il proprio comportamento in funzione dei risultati.
In cybersecurity questo significa agenti capaci di analizzare log, classificare alert, aprire ticket, modificare configurazioni, applicare patch o isolare asset compromessi.
Ma significa anche nuovi rischi: prompt injection, abuso delle autorizzazioni, compromissione della memoria dell’agente, manipolazione dei tool, escalation dei privilegi e azioni formalmente autorizzate ma sostanzialmente errate.
La cybersecurity quindi non è solo questione di sovranità degli strumenti, ma anche di capacità di governo. Possiamo — per ora — usare strumenti statunitensi o cinesi, ma sappiamo farlo in modo sicuro?
Governare questi sistemi richiede segregazione dei privilegi, autorizzazioni granulari, logging verificabile, supervisione umana proporzionata, ambienti sandbox e meccanismi di arresto affidabili. L’AI agentica è un soggetto operativo inserito nella catena di comando digitale delle aziende e delle pubbliche amministrazione. E non usarla, per paura di far male… non è un’opzione.
Anche questo sarà uno dei nodi centrali del Cyber Strategy Forum: comprendere come integrare agenti autonomi nei processi di sicurezza senza trasformare l’automazione in una nuova superficie di attacco.
In conclusione, l’Action Plan mostra che l’Europa ha compreso la natura della sfida.
Ma tra comprensione e capacità esiste ancora una distanza enorme. I fondi annunciati sono inferiori rispetto alle centinaia di miliardi che la stessa Commissione considera necessari. La governance resta frammentata. La dipendenza tecnologica viene mitigata, non ancora risolta. I dubbi rimangono.
Opinioni e approfondimenti sullo strano e velocissimo mondo del Fintech.
di Angelica Finatti, Blockchain Expert (bancario-assicurativo), TEDx Speaker
Warren Buffett sostiene che si dovrebbe investire in qualcosa solo se, dopo averci riflettuto per 48 ore, si continua a pensarla allo stesso modo. Se applicassimo questa regola alla moneta più discussa d’Europa, l’euro digitale, dovremmo concludere che lo desideriamo davvero davvero tanto.
Quando penso all’euro digitale mi viene in mente il feng shui. Non perché abbia particolari doti da interior designer, ma perché il principio è sorprendentemente simile: non si butta via tutto, si trova semplicemente il posto giusto per ogni cosa, così che l’energia — o, più prosaicamente, la propria sanità mentale — possa tornare a fluire.
L’euro digitale nasce con la stessa filosofia. Sanità mentale a parte.
Non sostituirà il contante. Non eliminerà le carte. Non prenderà il posto dei depositi bancari. Semplicemente, aggiungerà un nuovo tassello all’ecosistema dei pagamenti europei, trovando il proprio spazio in una stanza piuttosto affollata di Made in USA o Made in PRC.
Secondo la Banca Centrale Europea, Visa e Mastercard rappresentano il 61% dei pagamenti con carta nell’area euro e gestiscono quasi tutte le transazioni transfrontaliere. È un po’ come entrare in casa propria e accorgersi che la maggior parte dell’arredamento appartiene al vicino: comodissimo, ma cosa succede se il vicino cambia idea?
È proprio da questa consapevolezza che nasce il concetto di “spazio da riconquistare” evocato dalla BCE. Più che una rivoluzione monetaria, un grande esercizio di decluttering.
Facciamo quindi un po’ d’ordine, come suggerirebbe il feng shui, e guardiamo il cronoprogramma reale, non quello immaginato:
23 giugno 2026 - La Commissione ECON del Parlamento europeo approva la propria posizione negoziale sul regolamento con 43 voti favorevoli, 14 contrari e un astenuto.
Inizio luglio 2026 - Il testo approda in plenaria a Strasburgo. L’accordo politico raggiunto è talmente ampio — dalla sinistra di The Left fino a parte dei Conservatori dell’ECR — che il voto potrebbe trasformarsi quasi in una formalità, fatta eccezione per l’opposizione dichiarata del gruppo dei Patrioti.
Da metà luglio alla fine del 2026 - Si aprirà il trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione con l’obiettivo dichiarato di chiudere il negoziato entro l’anno.
Seconda metà del 2027 - È previsto il primo pilota tecnico.
2029 - Potrebbe arrivare la prima emissione dell’euro digitale, naturalmente subordinata all’entrata in vigore della normativa.
Nel frattempo, la BCE non è rimasta a guardare. Il 7 luglio 2026 ha pubblicato la versione 0.91 del Rulebook, il manuale tecnico destinato a disciplinare il funzionamento dell’euro digitale, accompagnato da un progress report che racconta il lavoro svolto tra novembre 2025 e aprile 2026.
È, in fondo, un aggiornamento di un aggiornamento di un aggiornamento. La Bibbia in progress del contante digitale europeo. Siamo ormai alla sesta, forse settima riscrittura, a seconda di come la si voglia contare (nda. più delle lettere ai Corinzi).
Insomma, il progetto non è fermo. Procede semplicemente con la pazienza certosina di chi svuota un cassetto alla volta invece di rovesciare l’intero armadio sul pavimento.
Però l’euro digitale non rappresenta soltanto un progetto di modernizzazione bancaria, bensì la risposta a una domanda geopolitica decisamente scomoda: chi controlla davvero il denaro che spendiamo ogni giorno?
Il 1° giugno 2026, durante un intervento a Seoul, Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha espresso con grande chiarezza ciò che a Francoforte si ripete ormai da tempo: l’euro digitale è una questione di sovranità. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno scelto una strada completamente diversa. L’amministrazione Trump ha accantonato l’ipotesi di una valuta digitale della Federal Reserve e ha deciso di puntare sulle stablecoin private. Con il GENIUS Act, entrato in vigore il 18 luglio 2025, ha costruito loro una vera e propria autostrada normativa.
I numeri raccontano quanto questa scelta abbia già inciso. Oggi il dollaro rappresenta quasi il 99% dell’intero mercato mondiale delle stablecoin, mentre quelle denominate in euro faticano a superare i 350 milioni di euro di capitalizzazione. Una cifra che, probabilmente, Tether riuscirebbe ad assorbire prima ancora di finire un caffè sospeso a Napoli.
Nel frattempo, la Cina utilizza già da anni il proprio yuan digitale e la Russia ha annunciato il lancio operativo del rublo digitale per settembre 2026. Il risultato è quasi paradossale. Tra le grandi aree monetarie del pianeta, l’Europa è rimasta l’unica sospesa a metà del guado: con un progetto pubblico non ancora trasformato in legge e un’iniziativa privata ancora in fase di costruzione.
Ecco perché parlare di sovranità non è uno slogan buono per una conferenza stampa. È la fotografia di una dipendenza concreta da infrastrutture di pagamento che l’Europa non controlla.
Il mercato però si sistema da solo some diceva Smith e quindi 37 banche europee — tra cui ING, UniCredit, CaixaBank, KBC, Danske Bank, DekaBank, Banca Sella, SEB, Raiffeisen e BNP Paribas — hanno dato vita a Qivalis, una joint venture con sede ad Amsterdam nata con un obiettivo preciso: emettere entro la fine del 2026 una stablecoin in euro conforme al regolamento MiCAR. Alla guida del comitato di sorveglianza è stato chiamato Sir Howard Davies, ex vicegovernatore della Bank of England, così da rassicurare i regolatori.
Tradotto più semplicemente, “sovranità finanziaria” e “soluzioni affidabili on-chain” significano che le banche europee non intendono lasciare alla sola BCE il compito di rispondere al dominio del dollaro digitale. Vogliono partecipare alla partita con strumenti propri, wallet propri e, naturalmente, modelli di business propri.
Ed è qui che torniamo al decluttering.
Perché, quando finalmente decidi di sistemare casa, prima o poi ti imbatti inevitabilmente nelle vecchie fotografie, nella felpa dell’ex, nel peluche dell’infanzia, nel cartello rubato quella volta in quel posto perché ti sembrava un’opera d’arte, e lì ti fermi. Inizi a ricordare. E il lavoro resta a metà. L’Europa sembra vivere esattamente questo momento.
Le due iniziative — euro digitale e stablecoin private — non sono realmente concorrenti e possono convivere: la prima come infrastruttura pubblica e garanzia di fiducia, la seconda come acceleratore dell’innovazione privata. Bene, ma chi diventerà il sistema operativo dei pagamenti europei?
Dopo tre anni di lavori, il regolamento è arrivato, come scrive la stampa specializzata, a un “passaggio cruciale”. Subito dopo, però, arriva sempre la stessa frase: “per il debutto dell’euro digitale bisognerà ancora aspettare”. Letta una volta sembra normale.
Letta ogni anno dal 2020 a oggi ricorda sempre di più quel mobile di una nota azienda svedese che resta appoggiato in salotto per mesi, con le istruzioni aperte sul tavolo e una brugola che nessuno riesce più a trovare.
Chiara Scotti, vicedirettrice generale della Banca d’Italia, lo ha ribadito con estrema chiarezza durante il Festival dell’Economia di Trento che l’euro digitale non sostituirà nulla e che sarà semplicemente uno strumento in più. Ma anche gli strumenti in più, in Europa, arrivano soltanto dopo aver attraversato l’intero ciclo legislativo.
Per tornare a Buffett, se dopo quarantotto ore quell’idea continua a sembrarci valida, allora vale davvero la pena investirci. L’euro digitale di giorni ne ha accumulati ormai più di duemila, forse con la stessa pazienza dell’Oracolo di Omaha. O forse semplicemente con quella che serve per montare finalmente quel famoso mobile svedese.
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