C’è una canzone di Lou Reed che canticchio da qualche giorno, e non so bene se sia una coincidenza (no, non credo) o se il mio inconscio stia cercando di dirmi che devo scriverci qualcosa.
Walk on the wild side. Camminare sul lato selvaggio; non correre, non scappare, proprio camminare, con quella cadenza un po’ sfrontata e un po’ annoiata di chi conosce bene la strada e non ha intenzione di scusarsi per dove sta andando.
Me la sono ritrovata in testa dopo una seduta. Una di quelle sedute in cui succede qualcosa di imprevisto, non di drammatico, per carità, ma di vivo, di inaspettatamente reale. Una di quelle volte in cui senti che si è aperta una porta che stava lì da sempre, solo che nessuno aveva ancora provato a girare la maniglia.
Non ti racconterò i dettagli, ovviamente ma posso dirti l’essenza, perché l’essenza appartiene a molte di noi, non solo a lei.
Stavo parlando con una donna adulta, posata, molto attenta a scegliere le parole giuste, e a un certo punto è arrivata una crepa — piccola, quasi impercettibile — nella compostezza. Da quella crepa è uscita fuori una voce diversa: più bassa, più graffiante, quasi sorpresa di esistere ancora.
“Non sapevo che fosse ancora lì,” ha detto, con un filo di imbarazzo che somigliava molto a una scusa.
E io ho pensato: certo che è ancora lì — non se ne va da nessuna parte. Aspetta, soltanto. Quella voce aveva qualcosa di antico e di integro, qualcosa che non aveva bisogno di piacere a nessuno per esistere. Qualcosa che, se avesse avuto un nome, avrebbe scelto qualcosa di un po’ scomodo — Lilith, forse, o la Loba, o semplicemente: Sé.
Se senti che queste parole ti chiamano, iscriviti a questo appuntamento, non importa chi sei, come sei, dove sei, importa solo che tu porti il tuo cuore aperto.
Nella tradizione junghiana esiste un concetto che continua ad affascinarmi, quello dell’Ombra, che non è la parte “cattiva” di noi, come spesso si fraintende, ma tutto ciò che abbiamo dovuto nascondere per essere accettabili, tutto quello che non stava bene tirare fuori a tavola, in classe, in ufficio, nei rapporti in cui dovevamo essere brave, brave, brave.
Clarissa Pinkola Estés, nel suo magnifico Donne che corrono coi lupi, parla di una Donna Selvatica — un archetipo profondo e istintuale che abita ogni donna, non come la donna arrabbiata o ingestibile, ma come la donna intera: quella che sa ancora come si annusa il pericolo, come si gioca davvero, come si piange sul serio e come si ride senza controllare che faccia si sta facendo.
È quella parte di te che sa, anche quando preferiresti non sapere.
Il problema non è che non esiste, il problema è che ci è stato insegnato molto presto che disturba.
Stai ferma. Stai composta. Non alzare la voce, non occupare troppo spazio, non essere troppo, ma neanche troppo poco, perché anche quello, stranamente, dà fastidio.
E allora la imbrigliamo, la mettiamo in un angolo, le diciamo di aspettare il momento giusto. Il momento giusto, naturalmente, non arriva mai.
Perché ne abbiamo così paura? Ci ho pensato spesso, e credo che parte della risposta stia nel fatto che quella parte selvaggia non si lascia addomesticare facilmente — e questo, per chi ha costruito la propria sicurezza sul controllo, è genuinamente spaventoso.
Ma c’è un’altra risposta, forse più sottile: abbiamo paura di deludere, di non essere più riconoscibili, di perdere qualcosa — l’approvazione, la relazione, l’immagine di noi stesse che abbiamo tenuto in piedi con tanta cura e tanta fatica.
Lilith, figura mitica, prima donna della tradizione ebraica, cacciata dal giardino perché si rifiutò di sottomettersi, non fu punita per essere cattiva, ma per essere uguale: per pretendere di stare sullo stesso piano, per non voler stare sotto. Fu demonizzata non per quello che fece, ma per quello che si rifiutò di fare.
Il selvaggio, spesso, è esattamente questo: la parte di noi che sa di valere — e che non ha più voglia di fingere di no.
Non lo dico spesso così esplicitamente, ma lo penso sempre: il mio lavoro non è aiutare le persone a stare meglio nel senso di stare più tranquille, ma aiutarle a stare più intere, che è una cosa molto diversa, e a volte persino più scomoda, almeno all’inizio.
E capita davvero, capita in una consulenza, capita in un percorso, che emerga proprio quella voce, quella che non aspettava altro che un po’ di spazio e di silenzio per farsi sentire. Non in modo esplosivo, spesso, ma quasi timidamente, all’inizio, come chi rientra in casa dopo tanto tempo e non sa ancora bene se è il benvenuto.
È uno dei momenti che preferisco, quando quella parte entra in stanza e si siede, finalmente.
Prima di chiudere, due cose che mi fa piacere dirti proprio qui, in questo spazio.
La prima: il mio nuovo sito è online, nuovo, rinnovato, più simile a quello che sono adesso e a come voglio lavorare. Se stai leggendo su Substack, sei tra le prime a saperlo, e questo mi fa molto piacere, perché questo è uno spazio intimo e prezioso a cui tengo tantissimo.
La seconda: lunedì 1 giugno c’è L’Ora del Cuore, il primo lunedì del mese, come sempre, su Zoom, gratuito e aperto a tutte.
Lunedì prossimo, o nella community su whatsapp arriverà il link a cui collegarsi.
E questo mese, forse non per caso, vorrei che ci arrivassimo proprio così: un po’ meno pettinate, un po’ meno composte, con qualche crepa visibile e nessuna voglia particolare di nasconderla. Perché L’Ora del Cuore è esattamente questo — uno spazio in cui si arriva come si è, e se come si è include qualcosa di un po’ ribelle, di un po’ graffiante, di un po’ wild.
Ci vediamo lì lunedì?
Io ti aspetto, con tutto il cuore che ho
Roberta
Una borsa da viaggio, non una lista seria
Clarissa Pinkola Estés — Donne che corrono coi lupi Il punto di partenza. L’archetipo della Donna Selvatica raccontato attraverso miti e fiabe da tutto il mondo. Non si legge in fretta — si abita.
Glennon Doyle — Libera Come smettere di essere la donna brava che tutti si aspettano, e cosa succede quando ci si prova davvero. Scritto come se ti parlasse al telefono, con una franchezza che fa bene anche quando fa un po’ male.
Marion Woodman — Malate di perfezione Sul rapporto tra donne, corpo e controllo — e su come l’ossessione per il tenersi composta sia esattamente la gabbia che tiene fuori la vita. Meno conosciuto degli altri, ma molto prezioso.
Sylvia Brinton Perera — La grande Dea Parte dal mito sumero di Inanna, dea che scende negli inferi spogliandosi di tutto per tornare intera. Un libro sull’incontro con la parte di noi che non brilla — ma radica.
Audre Lorde — Sorella Outsider Il suo saggio Usi dell’erotico è forse la cosa più potente mai scritta sul recupero della propria energia vitale — erotico non nel senso banale, ma come forza, come conoscenza, come resistenza. Parole che fanno male nel modo giusto.
Angela Carter — La camera di sangue Le fiabe classiche riscritte dal punto di vista della donna che non sta zitta e non aspetta di essere salvata. È letteratura, è femminismo, è un po’ inquietante — nel modo in cui devono esserlo le cose vere.
C.G. Jung — L’uomo e i suoi simboli L’unico libro che Jung scrisse pensando esplicitamente a chi non è uno specialista. L’Ombra spiegata con chiarezza, attraverso immagini e sogni — un buon primo passo nel suo mondo, se non ci sei ancora entrata.
Non devi leggerli tutti — scegli quello che ti chiama, perché di solito è quello di cui hai più bisogno.
Mi fai sapere quale sarà?
Pensi che questo post possa servire a spettinare qualche parte ribelle?
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