"Vieni fuori dal tuo nome
vieni fuori dal tuo peso
vieni fuori."
Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia
Mia nonna si svegliava presto, penso che quando si alzasse in estate il buio non avesse ancora capitolato.
Non era disciplina o ansia ma un’abitudine antica; quella che il corpo impara quando la vita ha un ritmo tutto suo. Si alzava e faceva le sue cose: la cura di sé con la sua immancabile crocchia, la sua colazione, il rassettare la casa: cose concrete, fatte con le mani, finite in un tempo preciso.
E poi e questo è il punto c’era tutto il resto. Un tempo enorme, apparentemente vuoto, che lei non riempiva, semplicemente lo abitava. Dopo pranzo spariva: la siesta non era pigrizia, era il suo accordo con il mondo e soprattutto con l’estate. Il caldo imponeva la resa e lei cedeva senza discutere, senza sensi di colpa, senza dire però prima finisco questo, cedeva e basta.
Poi non ricordo bene cosa succedesse in quello scandire quelle giornate ma verso le diciannove si sistemava in sa pratza, tirava fuori lo scannetto, quello sgabellino basso che in sardo ha un nome che sembra una parola di radici, apriva il portone e si sedeva davanti alla porta con il ventaglio in mano e aspettava che girasse l’aria. Non so se l’aria effettivamente arrivasse so che lei la chiamava “sa friscura”.
Mi sono ricordata tutto questo ieri, mentre chiudevo una call con una paziente con cui parlavamo di vergogna, di essere indomite e di liberarci dai sensi di colpa che ancora ci tendono verso il basso annullandoci.
C’era qualcosa in quella vita che adesso faccio fatica a nominare, perché i nomi che ho a disposizione la rendono più piccola di quello che era o non le rendono affatto giustizia. Non era semplicità, non era lentezza, era una forma di presenza nel mondo che non richiedeva giustificazioni né a se stessa né agli altri.
Ho come l’impressione che il quotidiano e il magico vivano nella stessa stanza quando vado a quei ricordi, dove i gesti ordinari portano dentro qualcosa di antico e di vivo, dove le case hanno memoria e le donne sanno cose che non si spiegano ma si tramandano nel modo di tenere le mani, di aspettare l’aria della sera, di chiamare fresco quello che fresco non è ancora.
C’é una cosa che mia nonna non sapeva di sapere.
Il suo corpo era sincronizzato con qualcosa di più grande di lei, il sole, il caldo, il buio, la stagione o forse semplicemente la vita stessa. Mia nonna si è vissuta due guerre mondiali, la ricchezza e la povertà, la fame con il mercato nero, un marito non modello, anzi. Non l’ho mai sentita farsi grandi interrogativi, anzi era piuttosto rigida e autoritaria, non una figura riconosciuta per la sua dolcezza ma sicuramente una figura connessa al ciclo, connessa alla stessa terra che lei coltivava con i suoi fiori e le sue piante rigogliose nel suo giardino incantato.
Non lo chiamava vivere secondo la natura, non lo chiamava in nessun modo. Lo faceva e basta, come si fa con le cose che non si è mai separate da sé.
Non so perché sto parlando così tanto di mia nonna, forse sarà il libro sulle antenate a farmi da filo ma mi è venuta in mente nitidamente quando ho pensato a questo pezzo sull’estate e sulla mia insofferenza legata a questa stagione.
O forse mi è arrivato nitido che il giorno più lungo dell’anno è già il primo giorno in cui la luce comincia a diminuire. Che il culmine e l’inizio della decrescita coincidono, perfettamente, nello stesso istante. Luce e buio che danzano insieme anche quando non sembra.
Il solstizio d’estate non è solo luce al massimo è il momento in cui il massimo inizia già a cedere. Come ogni cosa piena che contiene già, dentro di sé, il suo cambiamento.
Noi quel ritmo ancestrale lo abbiamo perso. Questa connessione l’abbiamo addormentata non per colpa ma per come è fatto il mondo in cui viviamo, con un ritmo artificiale, sempre uguale, sempre acceso, sempre produttivo.
E in questo mondo, l’estate non è più una stagione ma una performance.
Promette leggerezza e poi ti sbatte addosso tutti i tuoi limiti per guardare quello che non c’è. Il mondo si riempie di immagini abbaglianti: corpi, tavole imbandite, risate che sembrano facili, luce ovunque.
E se tu non sei abbagliante, che succede? Se porti un corpo che fa fatica a mostrarsi, che vuole coprirsi invece di aprirsi, che non corrisponde alla narrazione di quella donna abbronzata e leggera che ride su uno scoglio? Se sei stanca di una stanchezza che non ha nome preciso ma che è solo il peso di esistere in un mondo che non ha fatto spazio per te nel modo in cui sei?
Ma forse vale la pena dirlo chiaramente, una volta per tutte: l’estate come viene raccontata e mostrata è una giostra di privilegi. Corpi che rientrano in certi standard, tempo libero che costa, luoghi che non sono accessibili a tutte, una leggerezza che non è uno stato d’animo ma è una condizione economica, fisica, sociale.
Se non riesci a performare con quella versione dell’estate, il problema non sei tu, voglio ricordarti questo.
Ti fanno credere di dover esistere in una narrazione che è finta, lontana dal tuo sentire primordiale che va in accordo con come si dovrebbe essere e non per come si è.
Eppure qualcosa si può fare (e non intendo nel senso delle buone pratiche che quelle sono importanti ma rischiano di diventare un’altra occasione in cui ci si perde e ci si sente comunque sbagliate, un altro posto dove non sei abbastanza) ma con qualcosa di più piccolo e meno glorioso. Prova a non fuggire da quello che c’è. Non risolverlo solo non corrergli via. Stai in quello spazio stretto, scomodo, dove l’emozione è presente ma il nome non è ancora arrivato, dove il corpo fa quello che fa e tu non sei in guerra con lui non ancora, non adesso.
Mia nonna non risolveva il caldo. Non lo trasformava in qualcosa di bello. Stava seduta nel caldo con il ventaglio che spostava aria tiepida, e aspettava che la giornata cambiasse sapendo che sarebbe cambiata.
Non sempre cambia subito. Non sempre cambia come vorremmo.
Ma c’è qualcosa nel semplicemente restare senza esigersi di farlo nel modo giusto che è già un atto di cura verso se stesse. Forse il più onesto.
Come il solstizio: stare nel culmine senza fingere che non contenga già la sua decrescita. Stare nella luce sapendo che la luce cambia.
Non combatterla, non inseguirla abitarla per quello che è, non per quello che dovrebbe essere.
Il 1° luglio mi siedo con te, cun su scannisceddu.
L’Ora del Cuore è un incontro live gratuito su Zoom. Un’ora insieme per entrare in questa estate con più consapevolezza, più gentilezza verso quello che senti, meno vergogna per quello che non riesci a nominare.
Il tema è la colpa e la vergogna quelle che d’estate diventano rumore di fondo costante. Sempre presenti, mai dette.
🗓 1° luglio gratuito su Zoom
E intanto stai allerta il 14 luglio arriva qualcosa a cui tengo tantissimo. Seguimi, te ne parlerò prestissimo.
Facciamo cerchio.
Con cura,
Roberta
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