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Roberta Vacca Murtas · Jul 6, 2026

Di corpo, corpi, fare, baciare

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Roberta Vacca Murtas · Roberta Vacca Murtas

La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo
.”

(versi tratti dalla poesia “Mio vero” - Mariangela Gualtieri)

Scrivere di corpi è sempre un affare delicatissimo eppure sento fortissimamente la voglia di farlo in questa giornata di luglio mentre il santissimo maestrale è venuto ad accarezzarmi.

Ho voglia di scrivere di una materia complessissima come il “corpo” perché è da qualche tempo che mi trovo dentro pensieri, elucubrazioni e tantissime parole che si rincorrono fino a non capire più dove inizio io e dove inizia l’occhio inquisitore di questa società in cui tutto dev’essere misurabile e performante.

Prima di tutto ci tengo però a chiarire una questione non da poco con te che mi leggi: non sto scrivendo questo articolo perché ho fatto pace con il mio corpo e sono pronta a raccontarti il metodo magico e miracoloso per farlo; il mio è un lavoro di esplorazione, qualche salita, qualche discesa ma soprattutto una moltitudine di vissuti e stati d’animo (e tra l’altro mi chiedo anche se “quella pace” effettivamente esista o sia un’altra chimera offerta dal mercato del businnes del benessere preconfezionato.)

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Nel frattempo è arrivata l’estate, e se pensi che corpi già stanchi di combattere abbiano il diritto a una tregua stagionale, ti dico subito di no perché l’estate è il momento in cui la battaglia da pseudoprivata diventa pubblica. Qui passiamo all’artiglieria pesante e il corpo diventa un cantiere da migliorare, correggere, restringere (non sia mai occupi troppo spazio), da mostrare nel modo giusto, (quale sia, non si sa, ma di certo non può essere il nostro, quello vero, quello che ci portiamo appresso quotidianamente)

Ci hai fatto caso come cambiano le conversazioni, come si trasforma il rumore di fondo intorno a noi appena si avvicina la stagione estiva?

“C’è da rimettersi in forma”,

“che costume posso indossare per nascondere pancia, fianchi, cellulite”,

“occorre assolutamente iniziare la dieta”,

“la palestra, l’esercizio, 10.000 passi, sudore”.

Come se un corpo non potesse arrivare così com’è ma come un qualcosa da rivedere e da rimettere nella giusta prospettiva.

Ci troviamo in un tribunale invisibile, e noi, puntuali, siamo imputate che comunque vada, dobbiamo scontare una pena. Stiamo giudicando un corpo che lavora ogni giorno per tenerci in piedi e viene processato per come appare mentre lo fa.

I corpi tutti, ma quelli femminili in particolar modo, vengono costantemente osservati, misurati, giudicati, fino a introiettare quegli sguardi e farli diventare un’abitudine che si radica sempre più in profondità, fino ad assumerne la narrazione facendola diventare nostra.

Decostruire, in questo senso, non vuol dire distruggere il corpo o negarlo. Vuol dire smontare pezzo per pezzo l'impalcatura di norme che ci è stata costruita addosso senza che nessuno ce lo chiedesse: chi ha deciso che magro è meglio di grasso? Che giovane è meglio di maturo? Che abile è la norma e disabile l'eccezione da compensare? Che etero è il default e tutto il resto una variante? Decostruire significa farsi e fare la domanda scomoda: nell'interesse di chi è stata costruita questa gerarchia? E la risposta, quasi sempre, ha a che fare con chi ci guadagna a tenerci occupate per correggerci che sia un mercato, un sistema, una cultura che vende soluzioni a problemi che ha inventato lui stesso.

Non ti chiedo di ricordarti tutto questo la prossima volta che ti guardi allo specchio. Sarebbe un altro compito, un’altra performance da eseguire bene e di quelle ne abbiamo già abbastanza.

Ti chiedo solo una cosa più piccola, e forse più sovversiva: la prossima volta che un pensiero giudicante sul tuo corpo (o su quello di un’altra) ti attraversa, prova a fargli una domanda prima di credergli.

Chi ha scritto questa regola? E a chi conviene che io continui a seguirla?

Non serve una risposta perfetta. Serve solo iniziare a farla, quella domanda. Perché la decostruzione non è un pensiero che si ha una volta per tutte è uno sguardo che si allena, un muscolo che si usa ogni giorno un po’ di più.

E ogni volta che lo usi, restituisci al mittente un pezzetto di ciò che non ti è mai appartenuto davvero.

Pratica: “Il pensiero non è un ordine”

Parte 1 — Nota il pensiero (5 minuti)

Fermati un momento, dove sei ora.

Lascia arrivare un pensiero che di solito ti fai sul tuo corpo, uno di quelli automatici, che compaiono senza che tu li abbia invitati. Magari è “dovrei fare di più”, “non sono abbastanza”, “dovrei essere diversa”.

Invece di crederci o combatterlo, prova a fare questo: mettici davanti la formula “sto notando il pensiero che...”

Non: “non sono abbastanza”.

Ma: “sto notando il pensiero che dico a me stessa di non essere abbastanza”.

Ripetilo due o tre volte, lentamente. Nota cosa succede: il pensiero perde un po’ della sua urgenza, della sua autorità. Non sparisce, non è questo l’obiettivo, semplicemente, smette per un momento di essere un ordine e torna a essere quello che è: un evento mentale, una frase che passa, non una sentenza.

Parte 2 — Chi decide, se non decide il pensiero? (i valori)

Ora chiediti: se questo pensiero non stesse al comando in questo momento, cosa sceglierei io non il pensiero, io per il mio corpo, oggi?

Non “cosa dovrei fare secondo la regola”. Cosa conta davvero per te, nella relazione con il tuo corpo. Riposo? Movimento gentile? Un abbraccio? Un confine da mettere con qualcuno? Non c’è risposta giusta c’è solo la tua.

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Con cura e in direzione contraria,

Roberta

Questo post è stato scritto con loro in sottofondo.

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