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Ordo Rerum · Aug 8, 2026

Otium e culto

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Ordo Rerum · Ordo Rerum

Il pulviscolo si muove in un raggio di luce, lo guardo a lungo, ho otto anni, sono seduta sul divano di una casa che ormai esiste solo nella mia memoria, mi chiedo se ovunque, nel mondo, le stesse particelle si muovono nell’aria allo stesso modo, quasi sempre invisibili. Cinquant’anni dopo ancora ricordo quel momento, pur avendone dimenticati molti più recenti e, per certi versi, più memorabili. O ancora, un paio di anni prima, sono in piazza in un paesino di montagna, per la prima volta sento suonare una banda di paese dal vivo e, improvvisamente, sento un’emozione che mi porta alle lacrime, senz’altro motivo oltre al fatto che la musica è lì, davanti a me, non proviene da una radio o un giradischi, ma nasce proprio a pochi metri da me.

Sono solo lampi di ricordi, ma costituiscono la mia prova empirica che il tempo non è uniforme. Nella sequenza dei giorni, alla fine di lunghi periodi sempre uguali a sé stessi, si aprono spazi dilatati: la musica, la festa, il culto, la vita dello spirito, la vicinanza improvvisa a un altro essere umano, il dolore.

Per il resto del tempo funzioniamo, amministriamo saggiamente le ore ordinandole a un fine: lavoro, riposo, manutenzione di rapporti sociali, manutenzione di noi stessi o dell’ambiente in cui viviamo. Anche il lavoro intellettuale è in gran parte di un ingranaggio produttivo, funzionale e non gratuito.

Ma come si esce dalla ruota dei giorni uguali a sé stessi? Qual è il terreno di coltura che produce vita dello spirito?

In un libro breve e denso intitolato “Otium e culto, Josef Pieper esplora il vero bene dell’uomo, la vita dello spirito, e la sua condizione naturale, che le permette di dispiegarsi, l’otium.

Pieper accoglie una distinzione dell’attività intellettuale tra ratio e intellectus, derivandola dall’antichità classica.

La ratio è l’intelligenza attiva, la capacità di distinguere, analizzare, il discorso argomentativo.

L’intellectus, per contro, è la capacità dello spirito di ricevere, sta di fronte alla realtà delle cose e ne ascolta l’essenza, è il modo di conoscenza per visione, analogo a quello delle creature angeliche.

Il lavoro intellettuale inteso solo come ratio non raggiunge, secondo Pieper, il nucleo delle cose, per cui è necessaria la cooperazione di ratio e intellectus. Non vi è alcuna garanzia di verità, nell’aver duramente faticato per comprendere qualcosa. Anzi, talora nella visione dell’intellectus cogliamo una realtà d’ordine superiore, che la ratio può in seguito supportare, ma alla quale non avrebbe mai potuto pervenire con le sole proprie forze.

L’otium è dunque in primo luogo uno stato di calma interiore, che permette all’intellectus di affacciarsi.

Assume una particolare importanza nell’esercizio delle arti liberali.

È invece proletario (Pieper definisce proletario il lavoratore meccanico, anche quando si tratta di lavoro intellettuale) colui il cui spazio interiore è completamente dominato dalla dimensione dell’utile, del funzionale. Un’attività interiore libera non è neppure concepita. Nel mondo moderno questo significa anche essere inseriti in un rumore di fondo in cui rimanere anche nel “tempo libero”, continuando ad essere parti di un ingranaggio che è vorace di attenzione.

L’otium in questo scenario non è una semplice pausa dal lavoro e un riposo in funzione del lavoro, l’otium è di ordine superiore. Ci aiuta ad essere “gentlemen”, padroni di noi stessi, in ogni circostanza della vita, persino sul lavoro.

Ma l’otium è anche un rapimento, un accesso alla vita dello spirito, un’apertura al divino.

Potremmo dire che è l’opposto della pigrizia e dell’accidia.

L’accidia, parola oggi quasi sconosciuta, spesso viene confusa con la pigrizia, ma tradizionalmente è una tristezza spirituale, l’incapacità di riposare in Dio, che talora si manifesta in un’incapacità di reagire, altre volte sfocia in una tendenza all’attività febbrile, dovuta alla mancanza di armonia interiore. Un movimento senza scopo e senza gioia, il demone meridiano, secondo Evagrio Pontico.

L’accidia, per san Tommaso, è un colpo contro il riposo dello spirito in Dio. L’otium si configura dunque come il contrario dell’accidia: è un clima dello spirito. Uno stato ricettivo dell’anima, un lasciare andare perché la realtà si possa mostrare, come lasciamo andare il nostro corpo, la tensione, prima del sonno, perché questo possa venire. L’otium è uno stato di contemplazione riposante, una condizione “festiva”, un’adesione a sé stessi e al mondo. Come Dio si riposa dopo la Creazione, avendo visto che è cosa buona, così l’uomo si riposa nell’otium, la cui forma suprema è la festa, cioè l’adesione interiore e gioiosa alla realtà.

Noi uomini moderni siamo portati a pensare, seguendo Immanuel Kant, che il bene e la virtù debbano essere difficili, eroici nel senso che siamo sicuri di non fare la nostra volontà soltanto quando riusciamo a vincere le nostre tendenze naturali con uno sforzo estremo. In questo contesto l’otium sarebbe troppo bello per essere buono. Secondo san Tommaso, invece, la virtù ci perfeziona disponendoci a seguire, nel modo retto, la nostra propensione naturale. L’eroicità del bene morale non si ha quando un’azione è sommamente difficile (ad esempio amare i propri nemici), ma quando la virtù annulla tali difficoltà, rendendo il bene più “facile”. Il sacrificio cristiano ha un motivo, non è ordinato al dolore, ma al bene e alla beatitudine. L’amore di Dio ci permette di sviluppare quelle virtù che facilitano il bene, rendendolo possibile alle fragili forze umane.

La gratuità prevale sullo sforzo. E quale gesto è più gratuito del culto?

Nell’ottica di liberare l’uomo dalla sua funzionalità produttiva (che è un bene e necessaria, ma non esaurisce le facoltà umane) e di farlo entrare nel regno della gratuità, si ha il sabato, la festa, il dies Domini. Non è solo una pausa con fini di riposo, sociali, igienici, ma è il momento che si apre alla festa e può farlo in quanto si fonda sul culto. Come il tempio è un luogo separato, dedicato al divino, così il culto crea un tempo separato, a sua volta dedicato al divino.

Il culto crea uno spazio della sovrabbondanza e infatti è legato al concetto di sacrificio, offerta, sacrum facere. Il culto non è però un’opera umana, si presuppone sempre originato da disposizioni divine. La liturgia cristiana è l’unica che è sacramento e sacrificio insieme.

Quando all’inizio della Messa tradizionale il sacerdote ripete per tre volte “introibo ad altare Dei”, di fatto sta dicendo che l’azione che compie si svolge sull’altare di Dio in Paradiso, tutti i presenti svolgono un’azione che è allo stesso tempo sotto i loro occhi, ai piedi della croce, e sull’altare del Signore in Paradiso. Il culto, dunque, li porta proprio in quella condizione “altra”, che è collegata con l’otium e l’intellectus.

La Messa diviene il luogo e il tempo dell’eternità, in cui il culto ci porta alla fonte della vita dello spirito, in cui l’intellectus ci aiuta ad avvicinarci a una dimensione inaccessibile alla sola ratio.

Torniamo a quel che dicevamo all’inizio, al tempo che talora si dilata, in un percorso che va dall’otium al gratuito, dal gratuito al culto e nel culto forma una comunità che prega e danza, che cerca la gioia e si unisce nel dolore, che canta e racconta storie. Tutte cose che la ratio produttiva vorrebbe mettere al bando come superflue perdite di tempo.

La nostra rivolta contro un mondo meccanico e senza senso è allora nell’otium, che produce l’arte, la conversazione, il bello, la festa, il culto.

Per approfondire:

Josef Pieper, Otium e culto, Morcelliana

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Read the original on ordorerum.substack.com

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