Il declino dell’Occidente trova così la sua spiegazione naturale nella caduta del cristianesimo iniziata dal protestantesimo e compiuta dal secolo dei Lumi (…) difendere l’Occidente d’accordo, a condizione che meriti di essere difeso.
Michel Houellebecq
Per alcuni anni ho tenuto un blog intitolato Canone Occidentale. Il titolo era scelto sul modello del libro di Harold Bloom, e nel presentarlo scrivevo “Ho scelto la definizione canone occidentale per riferirmi a quel patrimonio culturale che per secoli abbiamo accumulato e trasmesso e che in questo particolare momento storico sembra particolarmente a rischio. Il rischio è che tale trasmissione si interrompa, che non interessi più nessuno, che ci si distragga in gruppo, completamente assorbiti dall’attualità, e che si perda il passaggio alle giovani generazioni. E non solo rischiamo la distrazione, rischiamo di abbandonare volontariamente il nostro patrimonio, forse lo troviamo troppo impegnativo, forse abbiamo quello strano complesso di colpa che ci mette in imbarazzo nel dover riconoscere che non tutte le culture sono uguali, che l’alto non è come il basso, che il fumetto e la tragedia greca non sono intercambiabili, che le civiltà precolombiane e quella greco-latina non hanno lo stesso valore oggettivo (l’una prevede sacrifici umani, l’altra inventa la filosofia e il diritto) e, anche se l’avessero in via del tutto teorica, non avrebbero avuto certamente lo stesso ruolo nella formazione della nostra civiltà contemporanea, di quel che pensiamo, di come viviamo e parliamo.”
Ripensandoci oggi, trovo questa spiegazione un po’ semplicistica e poco accurata.
Tutta una serie di fatti più recenti mi hanno spinta a riflettere meglio su quello che definiamo “Occidente”.
La cultura woke, quella relativista, quella dei diritti senza doveri, della libertà personale esaltata al punto da legittimare aborto ed eutanasia, sono ancora parte della cultura occidentale? Vista dal resto del mondo, è probabile che la risposta a questa domanda sia affermativa. Se vogliamo rispondere negativamente, dobbiamo iniziare a fare molti distinguo, sul “vero” occidente, su quale eredità si sceglie di prendere in considerazione (San Tommaso o Jean-Jacques Rousseau? San Benedetto o Georg Wilhelm Friedrich Hegel?), su quali sono i veri principi occidentali e quali le loro degenerazioni.
Anche dal punto di vista geopolitico, la Russia quando invade l’Ucraina, è ancora Occidente? È Oriente? Non parlo solo di punti cardinali, ma di appartenenza culturale. Israele che uccide donne e bambini a Gaza è Occidente? Trump che promette via X di radere al suolo un’intera civiltà millenaria è Occidente? Non mi interessa avviare un dibattito politico su questo o quell’evento, ma provare ad esemplificare quanto non sia facile stabilire il confine tra Occidente e ciò che Occidente non è.
Possiamo rispondere che ovviamente ogni sistema politico e culturale, essendo opera di uomini, ha le sue falle e i suoi difetti, ma quello dei paesi europei e degli USA, così profondamente spaccato al suo interno da modi di pensare e di vivere inconciliabili, al limite della guerra civile, è ancora un corpo unico?
Per rispondere un po’ meglio a queste domande, mi sono chiesta da dove venga il nostro concetto di Occidente, inteso come luogo di civilizzazione e principio spirituale. E ho trovato presto che si tratta di un concetto relativamente recente.
L’idea di Occidente come la intendiamo oggi ha origini ottocentesche. Prima si usavano due termini non completamente sovrapponibili: Europa e Cristianità.
Non credo che sia una questione solamente terminologica.
Nel mondo greco la grande distinzione è tra civilizzati (il mondo ellenico) e barbari (tutto il resto del mondo, che si trovi a nord, sud, ovest o est). La Grecia è il paese degli uomini liberi, contrapposto ai satrapi orientali, ma anche ai barbari occidentali.
Quando il potere migra verso Roma e Roma costruisce un impero, la distinzione diventa quella tra cittadini romani e tutto il resto del mondo, e Oriente e Occidente divengono la designazione delle due parti in cui si divide l’Impero Romano.
Il terzo passaggio avviene quando l’Europa diventa cristiana, ma presto vede la progressiva divaricazione tra cristianità latina e cristianità greca, che culmina nello scisma del 1054 e nel sacco di Costantinopoli del 1204. Nel Medioevo il termine operativo però non è “Occidente” ma Christianitas, ed eventualmente “Europa”, parola che compare significativamente nelle cronache sulla battaglia di Poitiers (732), dove i franchi di Carlo Martello vengono detti europenses. L’identità medievale è religiosa: il confine è tra cristiani e infedeli, non tra Ovest ed Est. E la cristianità latina non rivendica la Grecia antica come propria origine: Aristotele era arrivato in Europa attraverso gli arabi, e Bisanzio (la Grecia) è il rivale, non l’antenato. Quindi anche le radici greco-romane della cultura europea sono una ricostruzione successiva.
Il primo collegamento tra antichità classica e lo schema antichità/medioevo/cristianità avviene nel rinascimento e ad opera della cultura umanistica. È qui che la Grecia antica viene assimilata e “occidentalizzata”, entrando a far parte di quelle che consideriamo le nostre origini. Fondamentale era stata l’opera di conservazione dei manoscritti antichi da parte dei monaci, ma l’integrazione vera e propria nel canone “occidentale” si attua grazie alla riscoperta umanistica.
In seguito, con l’Illuminismo e contemporaneamente con il colonialismo, si impone un’idea di civilisation (in francese) al singolare, cioè l’Europa è vista come il motore e il metro di misura di ogni progresso. Ancora il termine usato è “Europa”, non “Occidente”.
L’Ottocento è il secolo della svolta. Qui convergono tre processi che porteranno alla diffusione del termine Occidente in senso di civilizzazione e non geografico.
Primo, la filosofia della storia tedesca: in Hegel la storia universale è il cammino dello Spirito da Oriente a Occidente, la storia del mondo va da Est a Ovest, perché l’Europa è propriamente la fine della storia mondiale, e questo schema direzionale è forse il singolo contributo più potente alla nozione.
Secondo, la nascita degli Stati Uniti e poi la loro ascesa. Serve un concetto che tenga insieme Europa e America: “Europa” non può farlo, “Occidente” sì. Su questo punto lo studioso che ha lavorato più a fondo di recente, Georgios Varouxakis (con il suo The West: The History of an Idea, uscito nel 2025 per Princeton), sostiene una tesi precisa e documentata: il concetto di Occidente in senso moderno nasce a metà Ottocento, e il suo padrino è nientemeno che Auguste Comte, che teorizza esplicitamente l’Occident come unità storica post-cristiana comprendente l’Europa occidentale e le sue propaggini americane, distinta sia dalla cristianità sia dalla semplice Europa. In seguito, il pensatore controrivoluzionario Giovanni Cantoni userà all’opposto l’espressione “Magna Europa”, o “l’Europa fuori dall’Europa”, mutuata a sua volta dal pensatore argentino Alberto Caturelli, proprio per intendere quel nucleo di cultura europea impregnata dal concetto di cristianità.
Terzo, il caso russo: gran parte della semantica di “Occidente” si forma fuori dall’Occidente, nel dibattito russo tra zapadniki (occidentalisti) e slavofili della prima metà dell’Ottocento. Guardando la Russia ci si chiede dove finisca l’Europa e la Russia stessa si definisce rispetto a un “Occidente” che fa da termine di paragone. Analogamente, contribuiranno alla definizione di Occidente il Giappone dell’epoca Meiji, il pensiero ottomano, poi quello cinese: l’Occidente è in larga misura un concetto co-prodotto dai non-occidentali.
Il Novecento consacra il termine. La Prima guerra mondiale e il suo dopoguerra lo rendono egemone nel vocabolario colto, ed è il momento di Oswald Spengler: Der Untergang des Abendlandes fa dell’Abendland (la terra della sera, l’Occidente) un organismo con nascita e morte, e il successo del libro diffonde il concetto quanto la tesi. Negli stessi anni Paul Valéry (La crisi dello spirito, 1919) e poi Husserl (la conferenza sulla Crisi dell’umanità europea, 1935) tematizzano l’Occidente/Europa come progetto spirituale in pericolo. Si noti che il concetto diventa centrale proprio quando viene percepito come morente: l’Occidente nasce, intellettualmente, già in forma di tramonto. L’Occidente come concetto nasce nel momento in cui inizia a riflettere sul proprio tramonto, e questo ha rilevanza ancora oggi.
Max Weber, con la domanda su perché capitalismo, scienza e razionalizzazione siano nati solo in Occidente, dà un ulteriore contributo alla formulazione sociologica canonica dell’Occidente.
Infine, la Guerra Fredda trasforma il concetto in architettura politica: “Occidente” diventa sinonimo di mondo libero, NATO, alleanza atlantica, una comunità di valori con confini militari. È la fase in cui il termine passa dai libri ai telegiornali. Lo storico David Gress ha raccontato questa canonizzazione in From Plato to NATO (1998), titolo che dice tutto: si ripercorre la costruzione di un curriculum ideale ininterrotto da Platone all’Alleanza atlantica, insegnato nei corsi di Western Civilization delle università americane, corsi nati, non a caso, durante la Prima guerra mondiale per spiegare ai soldati americani perché combattevano in Europa.
Nel dibattito attuale, Edward Said (Orientalismo, 1978) è il punto di svolta: l’Occidente si sarebbe costituito costruendo discorsivamente il suo Oriente. Per simmetria, Ian Buruma e Avishai Margalit (Occidentalismo, 2004) hanno studiato l’immagine disumanizzata dell’Occidente costruita dai suoi nemici.
Sul versante apologetico o identitario, Samuel Huntington (Lo scontro delle civiltà, 1996) riprende lo schema spengleriano-toynbeeano delle civiltà come blocchi, con l’Occidente definito soprattutto dal cristianesimo latino. Rémi Brague (Il futuro dell’Occidente, in origine Europe, la voie romaine), sviluppa la tesi della “secondarietà romana”: l’identità occidentale consisterebbe proprio nel sapersi erede di qualcosa d’altro (Atene e Gerusalemme), nel trasmettere ciò che non si è creato. In Italia questo versante ha avuto interpreti come Marcello Pera (con Joseph Ratzinger, Senza radici) e Marcello Veneziani; e Ratzinger stesso è stato probabilmente il pensatore recente più influente dell’Occidente inteso come sintesi di tradizione giudaico-greco-latina in crisi di autocoscienza. Importantissime in questo senso sono le sue riflessioni contro la de-ellenizzazione della fede cattolica: per quanto il cristianesimo sia consapevole che alcune sue istituzioni e tradizioni derivino da una particolare inculturazione all’interno della civiltà giudaico-greco-latina-barbarica, e potenzialmente ammetta altre forme di inculturazione, con la possibilità di creare delle Cristianità alternative dall’incontro con altre culture, come quelle africane o asiatiche, tuttavia, Benedetto XVI sottolinea che la razionalità derivante dal pensiero greco non è incidentale ed è profondamente interconnessa con il concetto di Logos cristiano. Il cristianesimo, contrariamente a quanto ritenevano i Romani, non è un altro rito misterico orientale, ma la fede razionale in un Dio buono che non si contraddice, che pone alla base della creazione delle leggi costanti e conoscibili dalla mente umana. Ratzinger, dunque, mette in guardia contro le tendenze alla de-ellenizzazione del cristianesimo, che significa una sua de-razionalizzazione. Nella Chiesa cattolica, tuttavia, ci sono tendenze in senso radicalmente opposto, che volendo valorizzare le varie inculturazioni tendono ad annacquare l’eredità specifica greco-latina.
Il filone del tramonto e dei fallimenti dell’Occidente arriva poi fino alle recenti conferenze di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, sulla democrazia come nemica della libertà, su Anticristo e katechon, sul ruolo di freno alla distruzione che dovrebbe svolgere il mondo tecnologico e, segnatamente, il mondo tecnologico americano. Per Thiel i profeti dell’Anticristo parlano di pace, giustizia sociale, diritti, ma realizzano l’inferno in terra (nazismo, comunismo...), temono la sorveglianza di massa che può venire dal mondo tech americano, ma dimenticano quella che potrebbe venire da Pechino. Thiel ripropone l’Occidente in termini spengleriani, di tramonto e decadenza, un corpo da salvare dalle autocrazie che lo minacciano, ma anche dalla propria stessa debolezza e mancanza di fibra morale.
Per concludere, la mia proposta operativa, per quanto richieda uno sforzo di spiegazione, è di usare in maniera distinta i vari termini, o almeno di chiarirne sempre chiaramente l’accezione e i confini.
L’Europa, ad esempio, è una realtà geografica molto diversa dall’unione politica che porta lo stesso nome. La cristianità rende bene l’idea di una visione del mondo sorta in Europa e radicata nella religione cristiana, nel pensiero greco e nel diritto latino, ma dobbiamo essere consapevoli che l’uomo medievale, ad esempio, non la vedeva esattamente in questi termini, preferendo pensare sé stesso come un erede dell’Impero Romano. La Magna Europa coglie gli elementi comuni tra cultura europea e le sue propaggini nord e sud-americane. Di tutti questi termini, mi pare che Occidente sia il più indeterminato, e per di più quello maggiormente definito dal concetto di crisi, tramonto e decadenza.
Ora devo esplicitare che la mia convinzione non è che siamo in una fase di tramonto e decadenza, e questo perché la fine dell’Occidente è già avvenuta. Rimangono qua e là dei resti, come colonne romane, che qualcuno userà prima o poi per costruire nuovi edifici, edifici con una funzione sconosciuta agli uomini che le avevano scolpite, ma sono definitivamente finiti l’orizzonte di senso e i rapporti organici tra le parti, che erano lo sfondo della loro creazione.
L’Occidente non è più una civiltà, ma un insieme di forze che tirano in direzioni contrarie. L’Europa ha rinunciato al ruolo avuto in passato, non è più in grado di esprimere una guida politica, né culturale e neppure economica.
Credo che un solo concetto vada salvato, ed è quello di Cristianità. L’origine della cristianità è un evento storico, la Redenzione operata dalla morte in croce di un uomo storico conosciuto come Gesù Cristo, che ancora chiede da noi una risposta alla domanda se sia vero o falso e, se vero, continua ad avere delle ripercussioni sul senso ultimo della storia e delle vite individuali che la compongono. La cristianità ha trovato in passato il modo di comporre una civilizzazione che ha pervaso l’Europa propriamente detta e anche la Magna Europa. Quella civilizzazione non esiste più ma, se il suo fondamento è reale, l’evento della Redenzione conserva in sé i principi e la forza per creare una nuova civilizzazione.
Quando i nuovi demagoghi incitano a difendere “i nostri valori” o “l’Occidente”, la mia prima domanda è di declinare i valori e definire l’Occidente. Come John Senior, di cui ho scritto altrove, anch’io sono convinta che la storia del “canone occidentale” sia la storia della certezza che la verità esista e che l’uomo europeo ha fatto un lungo cammino per conoscerla. Ma so che ci sono altri “occidenti”, che sono diventati l’esatto opposto di questa convinzione e urlano che la verità non esiste, neppure quella biologica, è tutta un costrutto sociale, una percezione soggettiva, un compromesso politico, in cui il valore dell’individuo sparisce davanti allo strapotere economico, la non-violenza rimane inerte contro la mancanza di sicurezza personale e il pacifismo cede il passo alla nuova aggressività che serpeggia tra le nazioni.
La domanda non è dunque se l’Occidente sia buono o cattivo, da esaltare o condannare, dominante o in declino, ma dove siano i nuovi santi evangelizzatori, i nuovi sant’Antonio e sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Benedetto, san Francesco e san Domenico, i costruttori della nuova Cristianità.
Per approfondire:
Harold Bloom, Canone Occidentale, Rizzoli
Friedrich Hegel, Filosofia della storia, Laterza
Georgios Varouxakis, The West: The History of an Idea, Princeton Univ Press
Giovanni Cantoni e Francesco Pappalardo (a cura di), Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, D’Ettoris
Alberto Caturelli, Il nuovo mondo riscoperto, Ares
Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi
Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, il Saggiatore
Edward W. Said, Orientalismo, Feltrinelli
Ian Buruma, Avishai Margalit, Occidentalismo, Einaudi
Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il futuro geopolitico del pianeta, Garzanti
Rémi Brague, Europe, La Voie Romaine, Folio
Marcello Pera, Joseph Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Mondadori
John Senior, The Death of Christian Culture e The Restoration of Christian Culture
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