Questa settimana si chiude agosto, e con lui le ferie estive di molti e, mentre si inizia già a pensare alla settimana bianca, Zeke Hausfather ci segnala che il caldo potrebbe rimanere con noi – con intensità evidentemente diversa – fino a fine anno e forse fino all’estate prossima. E forse questo caldo potrebbe essere una anticipazione non molto fedele di ciò che ci aspetta tra circa 10 anni, se restiamo sulla traiettoria di aumento della temperatura rispetto al preindustriale.
Queste evidenze mi fanno chiedere quanti terrestri non si siano resi conto di aver probabilmente appena vissuto, in media, l’agosto più fresco del resto della loro vita. E sarà così finché non azzeremo le emissioni globali nette.
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Guardatelo, il grafico di questo Chartedì. Se gli dedicate dieci secondi, vi accorgerete che dice tre cose insieme, e che quasi tutto il dibattito pubblico nasce dal confonderle tra loro.
La prima: anno su anno il termometro fa un po’ quello che vuole. Sale, scende, si ferma, riparte. Prendete due punti a caso e potete dimostrare quasi qualsiasi cosa – è esattamente il motivo per cui ogni tanto qualcuno fa notare che una singola metrica climatica si è mossa nella direzione opposta, e ne deduce che sia in corso un raffreddamento. Qui trovate un esempio, a firma del prolifico politico Claudio Borghi, di mancanza di comprensione delle dinamiche climatiche.
La seconda: il decennio non lascia margini di interpretazione. Il rumore oscilla attorno a una linea, e quella linea sale. E non sale a passo costante: sale sempre più ripida. Ogni anno è caratterizzato da fenomeni climatici diversi che influenzano la temperatura media globale, ma è indubbio che a determinarne l’andamento sia soprattutto la forzante dell’aumento dei gas serra, la cui crescente presenza è di origine antropogenica. Come ci mostra questo video divulgativo di Robert Rohde, responsabile scientifico di Berkeley Earth, abbiamo di fatto liberato carbonio che era rimasto intrappolato per milioni di anni nella crosta terrestre, riportandolo in atmosfera attraverso la combustione dei combustibili fossili.
Il modo più elegante che conosco per separare e visualizzare il trend climatico legato dall’aumento dei gas serra variabilità naturale del clima è la Climate Brink Dashboard, lo strumento con cui Zeke Hausfather e Andrew Dessler di The Climate Brink permettono di fare una cosa che di solito resta chiusa nei modelli: togliere l’ENSO dalla serie. Cioè, spegnere l’alternanza tra El Niño e La Niña e guardare cosa resta.
La terza: l’aumento di temperatura atteso per il 2027, pur con un’incertezza ancora importante, è talmente elevato da sembrare un errore rispetto al già significativo trend di aumento della temperatura media globale.
Dell’ENSO (che sta per El Niño-Southern Oscillation) avevamo parlato a maggio: El Niño è la fase calda di un fenomeno climatico ricorrente nel Pacifico tropicale, durante la quale l’oceano rilascia calore nell’atmosfera. Questo provoca un temporaneo aumento delle temperature globali e modifica le precipitazioni e gli eventi meteorologici estremi in diverse parti del mondo, con effetti sulla vita di miliardi di persone.
L’attuale evento di El Niño, ribattezzato già da molti come Super El Niño, è iniziato a giugno e dovrebbe protrarsi fino al 2027.
Ma perché si chiama così? I pescatori della costa del Perù avevano osservato che il fenomeno tendeva a manifestarsi verso Natale, con il riscaldamento anomalo delle acque costiere. Per questo lo chiamarono El Niño, in riferimento al Bambin Gesù.
Il ciclo ENSO comprende anche una fase fredda, chiamata La Niña per simmetria col nome della fase opposta, e una fase neutra. Gli episodi di El Niño e La Niña durano generalmente tra 9 e 12 mesi, ma possono protrarsi più a lungo.
Secondo un recente post di The Climate Brink a firma Hausfather e Dessler, Is this El Niño a glimpse of a future climate?, la spinta che ci aspetta che il Super El Niño darà alla temperatura media globale è, come ordine di grandezza, la stessa che il riscaldamento di fondo produce in circa un decennio. Il che, detto brutalmente, significa che un’estate come quella che stiamo (forse) concludendo, amplificata negli ultimi mesi da El Niño, non è un’anomalia: è probabilmente un’anteprima. È più o meno l’estate che diventerà normale intorno al 2036, vissuta con dieci anni di anticipo.
Solo che è uno spoiler un po’ distratto, fatto un po’ male. El Niño scalda il pianeta spostando calore dall’oceano all’atmosfera secondo una geografia tutta sua: certe regioni le asciuga, altre le allaga, e il disegno che ne esce non è lo stesso che ci consegnerà l’effetto serra fra dieci anni. La media coincide, la mappa delle anomalie no.
In America centrale e meridionale, El Niño porta generalmente condizioni più calde e secche nelle aree settentrionali e tropicali, mentre nel Sud America porta piogge molto intense. Queste condizioni aumentano il rischio di siccità e incendi in paesi come Colombia, Venezuela e Brasile settentrionale, mentre il Brasile meridionale, il Cile centrale e l’Argentina settentrionale sono più esposti a forti alluvioni.
Nel Sud-est asiatico e in alcune aree dell’Australia, El Niño porta invece generalmente condizioni più secche, aumentando il rischio di siccità e incendi.
Trattatela quindi questa estate per quello che è: un assaggio di quanto farà caldo globalmente in media, non una buona indicazione di dove si concentrerà il riscaldamento o di quali saranno i suoi effetti. Una parte importante dell’aumento delle temperature osservato negli scorsi e nei prossimi mesi è infatti legata a El Niño, che concentra gran parte del calore nel Pacifico tropicale, mentre alcune regioni possono risultare relativamente più fredde.
Inoltre, El Niño modifica la probabilità e la distribuzione geografica di uragani, siccità, alluvioni, ondate di calore e altri fenomeni estremi: per esempio, a parità di temperatura media globale, un 2037 in un clima più caldo ma neutro rispetto all’ENSO potrebbe avere più uragani nell’Atlantico rispetto a un 2027 influenzato da El Niño.
E c’è un ultimo elemento da non sottovalutare: nel 2036 l’atmosfera conterrà più energia rispetto a oggi, perché il riscaldamento dovuto ai gas serra non è un semplice spostamento temporaneo del calore tra diverse regioni del pianeta, ma un aumento persistente dell’energia disponibile nel sistema climatico, con conseguenze rilevanti anche sulla frequenza e sull’intensità di molti fenomeni estremi.
Se andate a guardare i decessi in Italia, l’ondata di calore di questa estate non si vede – almeno non come ce la si aspetterebbe leggendo i titoli.
E se guardate le rese agricole a livello globale, il quadro che tiene aggiornato Hannah Ritchie sui dati USDA racconta un mondo che continua a produrre cibo a livelli record.
Chi vuole minimizzare si ferma esattamente qui, e vince la discussione da social. Ma la lettura corretta è più interessante, e molto meno rassicurante.
Primo: quei numeri sono il risultato dell’adattamento, non l’assenza del problema. Se in Italia si muore meno di caldo di vent’anni fa è perché abbiamo piani di allerta, ospedali che si organizzano e – soprattutto – aria condizionata ovunque. Ve l’avevo detto a giugno riportando i numeri di Our World in Data: solo nel 2019 l’aria condizionata ha evitato quasi 200’000 morti premature nel mondo. L’adattamento può funzionare. Ma è una difesa che costa, che va mantenuta, e che protegge chi se la può permettere – e nel Nord Europa, dove non era mai servita, sta diventando una spesa improvvisa. Leggerla come «Visto? Non succede niente» è come guardare un airbag che si apre e concludere che gli incidenti non fanno male.
Secondo: le medie globali nascondono tutto. Una resa agricola mondiale stabile può convivere benissimo con una regione che perde metà del raccolto, perché da un’altra parte del pianeta l’annata è andata bene. Il problema del cambiamento climatico non è quasi mai la media: è la coda della distribuzione, dove si concentrano gli eventi estremi e le perdite che le medie finiscono per nascondere. E il rischio aumenta quando questi shock si sommano ad altri: guerre che colpiscono porti e infrastrutture, trasporti più costosi e incerti, interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Come ci riportava il New York Times appena due settimane fa, anche il trasporto di beni essenziali come grano e mais è tornato a essere esposto alle rappresaglie della guerra.
Terzo, e più semplice: gli impatti arrivano dopo, e non in modo lineare. Un fiume che si abbassa non fa notizia finché non spegne una centrale.
I cambiamenti della temperatura media globale non sono che il primo livello dei cambiamenti sistemici che possono mettere la nostra civiltà in difficoltà. Tre notizie di queste settimane, tre sistemi diversi.
L’acqua. Sul confine tra Italia e Svizzera si parla di emergenza idrica sul Lago Maggiore, il bacino che regola l’irrigazione di mezza Pianura Padana. La siccità non è un evento meteorologico, è un evento contabile: qualcuno, a valle, non riceverà l’acqua che aveva messo a budget. E a Londra, dove luglio ha normalmente precipitazioni nell’ordine delle decine di millimetri, nel 2026 è caduto appena 1 mm o meno nell’intero mese in gran parte della Greater London. I parchi, Hyde Park compreso, sono ormai quasi irriconoscibili. E in Francia la combinazione di caldo, siccità e condizioni favorevoli alla propagazione del fuoco ha contribuito a una stagione degli incendi eccezionale: quest’anno l’estensione degli incendi è stata sei volte superiore alla media, la peggiore estate mai registrata nelle serie storiche affidabili.
L’energia. Il 13 agosto la Romania ha iniziato a spegnere la propria centrale nucleare perché il Danubio è troppo basso per raffreddarla. Vale la pena fermarsi un secondo su questa frase, perché smonta un automatismo che sento ripetere spesso: che il nucleare sia, per definizione, la fonte indipendente dal clima. Non lo è. Tutte le centrali termoelettriche – che siano nucleari, a carbone o a gas – devono smaltire il calore prodotto, e molte lo fanno utilizzando grandi quantità di acqua per il raffreddamento. Quando questa acqua proviene da un fiume, una riduzione della portata o un aumento della sua temperatura può costringere la centrale a ridurre la produzione o a fermarsi: non per una scelta politica, ma perché vengono meno le condizioni necessarie per rispettare i limiti termici e garantire un adeguato smaltimento del calore. Il cambiamento climatico non colpisce solo la domanda di energia, come vi raccontavo nel Chartedì sull’elettrificazione europea: colpisce anche l’offerta.
Il mare. Il 5 agosto 2026 la boa di Dragonera ha rilevato 33.02 °C, un record locale e potenzialmente il più alto mai misurato dalla rete spagnola di boe. Ma il dato più impressionante è il quadro complessivo: nel primo semestre del 2026 il Mediterraneo ha raggiunto una temperatura media superficiale di 18.07 °C, la terza più alta mai registrata, mentre le ondate di calore marine hanno interessato il 98% del bacino, con quasi l’80% in condizioni strong, severe o extreme. Un mare così caldo significa più energia e più vapore acqueo disponibili per l’atmosfera e, quando le condizioni sono favorevoli, può aumentare il potenziale per precipitazioni e temporali intensi (tipo quello di pochi giorni fa che ha portato a spasso alcuni piccoli aerei all’aeroporto di Forlì). È la logica di Clausius-Clapeyron: a parità di altre condizioni, per ogni grado di riscaldamento l’aria può contenere circa il 7% in più di vapore acqueo.
Non sono qui per allarmarvi – e chi mi legge da un po’ sa che il tono catastrofista è l’ultima cosa che trovate qui su Prossime Generazioni. Sono qui per ricordare una cosa sola, che è anche la ragione per cui il grafico da cui sono partito oggi è tra i più importanti che vi ho mostrato quest’anno.
Finché le emissioni nette non arrivano a zero, quella linea continua a salire.
Non rallenta, non si stabilizza, non torna indietro da sola. È il concetto che Carbon Brief – attraverso la penna del già citato Zeke Hausfather – ha spiegato meglio di me già 5 anni fa: il riscaldamento è legato in modo sostanzialmente proporzionale alla CO₂ cumulata, cioè a tutto quello che abbiamo emesso dall’inizio. Ridurre le emissioni rallenta la crescita della temperatura. Per stabilizzarla, nel lungo periodo, è necessario arrivare a emissioni nette di CO₂ pari a zero.
È una differenza che sembra sottile e invece cambia tutto. Una traiettoria di emissioni “meno peggio” non è una traiettoria stabile: è la stessa salita, semplicemente con una pendenza più dolce. Ogni tonnellata di CO₂ che evitiamo di emettere oggi, però, non è un gesto simbolico: è una quota di riscaldamento che non aggiungeremo mai a quello già accumulato.
Ed è anche per questo che la frase di Hausfather non è pessimismo. È aritmetica. Finché continuiamo ad aggiungere CO₂ all’atmosfera, continuiamo ad aumentare la temperatura. E finché non arriviamo a emissioni nette zero, la temperatura globale continua a salire. Per questo, in assenza di una significativa inversione delle emissioni, ogni anno tende a essere più caldo di quelli che lo hanno preceduto. Ed è per questo che, da ormai qualche decennio, scienziati, alcuni (pochi) politici e sempre più attivisti climatici – oggi con meno spazio mediato visti i problemi sul più fronti di guerra – segnalano la necessità di azzerare le emissioni il più in fretta possibile.
Quindi non vi chiedo di preoccuparvi, che è probabilmente la reazione più inutile del catalogo. Se avete un’impresa, il conto ve lo stanno già presentando: non necessariamente dal regolatore, ma dal fiume che non raffredda, dal raccolto che non arriva, dal cliente a valle che vi chiede il dato. Prendetevi la responsabilità di misurare ciò che emettete prima che ve lo chieda qualcun altro. Vale sempre il principio che ripeto spesso: puoi gestire solo quello che sai misurare.
E se siete consumatori finali, la leva ce l’avete nel momento in cui scegliete cosa comprare. Presto cercherermo di aiutarvi con una piccola app per rendere confrontabile l’impatto di alcun nostre rilevanti scelte di consumo.
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