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Miciporto · Aug 24, 2026

La memoria nel vetro.

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Miciporto · Miciporto

Carissimi viaggiatori e viaggiatrici, come state?

Se siete appena tornati dalle vacanze e avete già bisogno di una vacanza dalla vacanza, abbiamo un’ottima idea per voi.

Venerdì 16 ottobre torniamo a Venezia con una nuova esperienza firmata Miciporto. Sarà un’intera giornata, da Venezia a Murano, dedicata a una delle arti più riconoscibili della città. Ma, come spesso accade nei nostri percorsi, proveremo a guardarla da un punto di vista diverso. Questa esperienza nasce dal desiderio di raccontare il vetro non come un semplice oggetto da ammirare, ma come una chiave di lettura per comprendere la città attraverso le persone che, ancora oggi, ne custodiscono la memoria e il sapere.

Nasce Venezia. La memoria nel vetro ma prima di raccontarvi dove vi porteremo, dobbiamo fare qualche passo indietro, perché come ormai sapete per noi a contare sono le storie, quelle che vi restano.

È un’immagine corretta, ma racconta soltanto una parte di una storia lunga più di mille anni, fatta non solo di fuoco e fornaci, ma anche di commerci, invenzioni, incontri tra culture e gesti tramandati di generazione in generazione.

Il vetro, infatti, non nasce a Venezia. Le sue origini sono molto più antiche e la tecnica della soffiatura viene sviluppata probabilmente nell’area siro-palestinese nella seconda metà del I secolo a.C., per poi diffondersi rapidamente nel mondo romano. Venezia, tuttavia, occupa fin dalle sue origini una posizione straordinaria: affacciata sull’Adriatico e profondamente legata a Bisanzio e al Levante, diventa un punto di incontro tra l’Occidente e quelle regioni del Mediterraneo nelle quali l’arte vetraria possedeva già una tradizione raffinata.

La città non si limita ad accogliere tecniche, materiali e conoscenze provenienti da altri luoghi: li assimila, li perfeziona e li trasforma in un linguaggio proprio.

Una delle prime testimonianze documentarie risale al 982, quando un atto cita un certo Domenico, che aveva esercitato il mestiere di fiolario: un artigiano specializzato nella produzione di vetri cavi soffiati, in particolare le fiole, bottiglie dal collo stretto. Anche alcuni ritrovamenti archeologici avvenuti a Torcello, dove sono emersi frammenti di vetro e resti di una fornace, confermano quanto questa lavorazione fosse radicata nella laguna già in epoca molto antica. Più di trecento anni prima del celebre trasferimento delle fornaci a Murano, dunque, il vetro era già parte della vita produttiva veneziana.

Con la crescita della Serenissima, il suo sviluppo accelera. Insieme ai mercanti viaggiano materie prime, oggetti, tecniche e saperi. Il vetro assume forme e funzioni sempre diverse: diventa recipiente, tessera musiva, perla, cristallo, specchio. Entra nelle chiese e nei palazzi, attraversa le botteghe e le case, raggiunge le corti europee e percorre le rotte commerciali veneziane.

Nel 1291 il Maggior Consiglio dispone che le fornaci ancora attive nel centro di Venezia vengano trasferite a Murano, soprattutto per limitare il rischio di incendi in una città costruita in gran parte con il legno. L’isola era già coinvolta nella produzione vetraria, ma da quel momento diventa il cuore di un sistema organizzato e altamente specializzato. Nelle fornaci lavorano fianco a fianco maestri, apprendisti e intere famiglie. Le conoscenze vengono custodite, perfezionate e tramandate. Nel Quattrocento Angelo Barovier mette a punto il celebre cristallo veneziano, un vetro trasparente e purissimo, simile al cristallo di rocca. Nei secoli successivi Murano si distingue per le filigrane, gli smalti, gli specchi, i lampadari e per lavorazioni sempre più complesse, capaci di rendere il vetro leggero, sottile e quasi immateriale.

Accanto alla storia dei grandi maestri ne esiste però un’altra, meno spettacolare e proprio per questo a lungo rimasta sullo sfondo. È la storia delle perle.

Per comprenderne l’importanza bisogna liberarsi dall’idea che fossero una produzione secondaria rispetto al vetro soffiato. Le perle veneziane costituirono per secoli una merce preziosa, capace di raggiungere l’Africa, l’India e le Americhe. Ne esistevano diverse tipologie: le conterie, minuscole e monocrome; le rosette, formate da strati di vetro colorato disposti a stella e legate tradizionalmente al nome di Marietta Barovier, figlia di Angelo; e le perle a lume, modellate una a una attraverso il calore della fiamma.

Le conterie, documentate a Murano fin dal XIV secolo, erano ottenute da sottilissime canne di vetro forate. Le canne venivano tagliate in piccoli segmenti e lavorate fino a trasformarsi in una moltitudine di perle leggere, resistenti e coloratissime. Potevano essere impiegate per realizzare collane, ricami, frange e decorazioni, ma anche raccolte in lunghi fili destinati al commercio internazionale.

Prima di essere vendute e spedite, però, dovevano essere selezionate, ordinate e infilate. Ed è qui che nella grande storia del vetro veneziano entrano migliaia di donne: le impiraresse, dal verbo veneziano impirar, infilare.

Il loro lavoro cominciava dove terminava quello della fornace. Sedute nelle proprie case oppure all’aperto, davanti agli usci, nelle calli e nei campielli, tenevano sulle ginocchia la sessola, un recipiente di legno dal fondo concavo colmo di conterie. Al suo interno immergevano un piccolo pettine formato da numerosi aghi sottili e ricurvi. Con movimenti veloci e precisi raccoglievano le perle e le trasferivano sui fili, fino a comporre lunghissimi mazzi. Era un gesto rapido soltanto in apparenza. Richiedeva destrezza, concentrazione, vista allenata e una notevole resistenza fisica. Le perle erano minuscole, le quantità enormi e le giornate di lavoro molto lunghe. Si veniva pagate a cottimo, in base ai mazzi prodotti, mentre il compenso restava spesso appena sufficiente a contribuire alla sussistenza della famiglia.

Il lavoro era organizzato attraverso le mistre, intermediarie che ritiravano le perle dalle fabbriche, le distribuivano alle impiraresse e riconsegnavano i fili terminati. In questo modo la produzione entrava direttamente nelle case e si intrecciava alla vita quotidiana. Le donne lavoravano mentre si occupavano della famiglia, spesso accanto a figlie, sorelle e vicine. Il sapere passava così da una generazione all’altra e i campielli diventavano luoghi di lavoro, ma anche di relazione e condivisione.

Le impiraresse non erano dunque un elemento marginale della filiera. Le loro mani rendevano commerciabile ciò che usciva dalle fornaci: riunivano le perle in fili, permettevano di contarle, ordinarle, imballarle e spedirle verso mercati lontanissimi. Senza il loro lavoro, una parte importante dell’economia del vetro veneziano non avrebbe potuto esistere nelle forme e nelle dimensioni che raggiunse.

Fu anche una storia di consapevolezza e rivendicazione. Di fronte ai compensi troppo bassi e all’assenza di tutele, le impiraresse iniziarono a organizzarsi. Nel 1904 nacque una loro lega e più di duemila lavoratrici parteciparono a uno sciopero durato diverse settimane per chiedere condizioni più giuste. Un episodio poco conosciuto, che racconta come dietro quei fili colorati ci fossero non soltanto pazienza e abilità, ma anche solidarietà e desiderio di emancipazione.

Eppure, per molto tempo, la loro presenza è rimasta ai margini del racconto ufficiale. Si celebravano i maestri vetrai, le fornaci e gli oggetti straordinari nati dal fuoco, mentre il lavoro quotidiano delle impiraresse restava quasi invisibile.

Oggi di quel mondo sopravvivono poche artigiane, custodi non soltanto di una tecnica, ma anche di una memoria collettiva. Nel 2020 l’arte delle perle di vetro, attraverso una candidatura condivisa da Italia e Francia, è stata iscritta nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO. Un riconoscimento che restituisce valore a un sapere ancora vivo, capace di raccontare Venezia da una prospettiva diversa: quella delle mani che hanno lavorato lontano dalla luce delle fornaci, ma che hanno contribuito in modo decisivo alla fortuna del vetro veneziano.

Raccontare la storia del vetro significa allora restituire spazio anche a queste donne: alle loro competenze, alla loro fatica e al ruolo che hanno avuto nella costruzione di una delle più importanti tradizioni artigianali della Serenissima.

Ed è proprio dall’incontro con una di loro che inizierà la nostra giornata.

Luogo: Venezia
Durata: intera giornata - Inizio per le 9:30 circa
Data: 16 Ottobre 2026
Posti: gruppo ristretto riservato a 10 ospiti (restano pochi posti disponibili)

Prenotazioni aperte fino al 20 settembre

Scopri L'esperienza qui

Il nostro viaggio inizierà a Venezia, dove incontreremo una delle ultime impiraresse veneziane. Attraverso le perle, gli strumenti e i gesti del suo lavoro entreremo nella storia di un mestiere che oggi sopravvive grazie a pochissime custodi.

Proseguiremo all’interno dell’ultima fornace storica ancora attiva in città che aprirà le sue porte in esclusiva per gli ospiti di miciporto, fondata alla fine dell’Ottocento e specializzata nella produzione artigianale di tessere musive. Qui il vetro non nasce per diventare un vaso o un bicchiere, ma luce. Dalla lenta fusione di sabbie silicee, minerali e ossidi metallici prende forma una straordinaria tavolozza di oltre tremila tonalità, insieme alle celebri tessere d’oro, ottenute racchiudendo una sottilissima foglia d’oro tra due strati di vetro secondo una tecnica di origine bizantina.

Entrare nella fornace significa scoprire che il dialogo tra Venezia e il vetro precede di secoli la fortuna del vetro soffiato. Le tessere realizzate qui sono state impiegate in restauri e progetti in tutto il mondo, dalla Basilica di San Marco alla Sagrada Família di Barcellona, fino alle opere di numerosi artisti contemporanei. Sarà il primo passaggio fondamentale della giornata: comprendere come il vetro sia, prima di tutto, una materia capace di catturare e restituire la luce.

Terminata la mattinata, dopo una pausa pranzo, attraverseremo la laguna per raggiungere Murano. Non sarà un semplice trasferimento, ma un modo per ripercorrere simbolicamente il cammino della produzione vetraria: dalla città in cui questa cultura materiale si sviluppò all’isola che, dal XIII secolo, ne divenne il principale centro produttivo.

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Murano, tuttavia, non è soltanto l’isola delle fornaci. Le sue calli, le architetture e gli edifici religiosi conservano ancora le tracce di una storia molto più antica. Visiteremo la Basilica dei Santi Maria e Donato, tra le testimonianze più importanti dell’architettura veneto-bizantina della laguna. Ricostruita nelle forme attuali nel XII secolo, custodisce uno straordinario pavimento musivo che ci riporterà alle origini del rapporto tra Venezia, Bisanzio e il vetro.

I mosaici, infatti, non sono semplici decorazioni, ma documenti capaci di raccontare commerci, maestranze e tecniche giunte dall’Oriente e rielaborate nella laguna. All’interno della basilica scopriremo anche le presunte ossa del drago sconfitto da san Donato, testimonianza di come storia, leggenda e devozione abbiano contribuito nei secoli a costruire l’identità dell’isola.

L’ultima visita ci condurrà dal patrimonio storico alla ricerca contemporanea. Entreremo nella casa-atelier di Luciano Vistosi, figura centrale del design italiano del secondo Novecento e appartenente a una famiglia legata alla lavorazione del vetro fin dal XVI secolo. Luciano Vistosi ha contribuito a portare il vetro oltre la dimensione dell’oggetto decorativo, trasformandolo in materia di ricerca artistica. Attraverso forme essenziali, trasparenze, colore e luce, ha sviluppato un linguaggio personale capace di dialogare con l’arte, l’architettura e il design.

Visitare il suo atelier permetterà di comprendere che il vetro veneziano non appartiene soltanto al passato. È una materia viva, che continua a evolversi proprio perché sa confrontarsi con nuovi linguaggi e possibilità espressive. Concluderemo la giornata con un brindisi al tramonto affacciato sulla laguna di Murano.

Durante l’esperienza avremo seguito il vetro nelle sue continue trasformazioni: perla e strumento di scambio, materia fusa nella fornace, tessera musiva, elemento architettonico, oggetto di design e linguaggio artistico contemporaneo. Davanti alla laguna, questi passaggi torneranno idealmente a ricomporsi. La luce del tramonto, riflessa sull’acqua e sulle superfici vetrate, ci restituirà il dialogo che da oltre mille anni rende unico il vetro veneziano. Se il fuoco ne rende possibile la nascita, sono l’acqua e la luce ad averne definito l’identità. Più che raccontare la storia del vetro, vogliamo mostrare come una materia sia riuscita ad attraversare oltre mille anni senza perdere la propria capacità di reinventarsi.

Prenota qui

A guidarti in questo percorso ci sarà il nostro storico dell’arte Luca Canal e come sempre ci sarà Isabella Talone founder di miciporto. Non come semplice presenza, ma come parte attiva dell’esperienza. Perché questi momenti nascono dal suo desiderio di condividere l’arte e l’eccellenza italiana in modo autentico, lontano dalla frenesia e vicino all’ascolto.

Se ti abbiamo incuriosito trovi tutte le informazioni e le modalità di partecipazione sul sito Miciporto, nella sezione Meet&Greet.

Ci vediamo a Venezia, con entusiasmo, ti aspettiamo.

Il Team Miciporto

(ci troverai sempre qui, oppure puoi scriverci per qualsiasi dubbio su info@miciporto.com)

Read the original on miciporto.substack.com

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