Ciao,
torno da te con un articolo un po’ polemico, un po’ rabbioso e, lo ammetto, scritto anche con una certa amarezza.
Arriva proprio ora, quando spero tu sia in vacanza, seduta o seduto su un comodo lettino, con il tempo di rallentare e concederti un po’ di riposo, qualunque cosa significhi per te la parola relax. Se invece sei ancora in città, alle prese con il caldo e con le ferie che sembrano non arrivare mai, sappi che ti sono vicina. Io, in questo momento, sono esattamente nella tua stessa situazione.
Negli ultimi mesi ho la sensazione di assistere sempre allo stesso film. E, francamente, comincia ad annoiarmi.
Lo so cosa starai pensando: ecco l’ennesimo articolo sull’overtourism. Hai ragione, lo è. Ma credo anche che su questo tema ci sia ancora molto da osservare e, soprattutto, da ragionare. Per questo, se ne hai voglia, prenditi qualche minuto e leggilo fino in fondo.
Ogni settimana, anzi meglio ogni giorno, un luogo diverso diventa improvvisamente virale ma continuiamo a osservare gli effetti del turismo contemporaneo senza riuscire a mettere davvero a fuoco ciò che li genera. Ogni volta che un luogo conquista improvvisamente l’attenzione dei media o dei social, il dibattito segue un copione ormai prevedibile: ci si interroga sull’overtourism, ci si divide tra chi celebra le opportunità economiche e chi denuncia il rischio di un’invasione, si cercano responsabilità immediate e soluzioni altrettanto rapide ma mai strutturali. Poi, dopo qualche giorno, l’attenzione si sposta altrove e tutto ricomincia con una nuova destinazione.
Negli ultimi giorni è successo a Favignana.
L’isola è tornata al centro dell’attenzione dopo le notizie sulle riprese di The Odyssey di Christopher Nolan, un progetto che, secondo le stime, potrebbe generare un indotto turistico di circa 250 milioni di euro nei prossimi tre anni. Ancora prima di conoscere quali saranno gli effetti reali del film, la discussione si è concentrata quasi esclusivamente sull’overtourism. È una parola che sentiamo ripetere sempre più spesso, al punto da essere diventata una sorta di risposta automatica ogni volta che un luogo attraversa una fase di forte esposizione mediatica.
Personalmente continuo ad avere la sensazione che questa parola descriva molto bene ciò che vediamo, ma sempre meno ciò che dovremmo capire di meccanismi ormai fuori controllo.
Qualche settimana fa ho scritto un articolo 👉🏻 “Il problema non è l’overturism. Il problema è l’ignoranza disfunzionale di chi viaggia oggi” dove avevo provato a sostenere che l’overtourism non rappresenta il problema principale, ma una delle sue conseguenze più evidenti di meccanismi ormai consolidati. Avevo cercato di riflettere e farti riflettere, sul modo in cui il patrimonio culturale (italiano nel nostro caso) viene raccontato, desiderato e infine consumato, fino a lasciare una domanda aperta: che tipo di turista stiamo costruendo?
Questa volta vorrei provare a cambiare prospettiva.
Perché forse la domanda che dovremmo porci non è soltanto quanti turisti arriveranno a Favignana. Sappiamo già che arriveranno, così come continueranno ad arrivare a Venezia, Roma, Firenze, Palermo, Napoli, alle Cinque Terre, nelle Dolomiti o in qualsiasi altro luogo che, per una ragione o per l’altra, entrerà nell’immaginario collettivo. Abbiamo visto le scene che si sono create nelle zone di montagna in Italia, ma anche sulle vette dell’Himalaya, fino a qualche anno fa era una zona off limits ora che si è creato un turismo di massa si riscontrano gravi problemi di sovraffollamento e degrado ambientale.
Pensare di invertire questa tendenza significa ignorare il mondo in cui viviamo. I social continueranno a influenzare le nostre scelte, il cinema continuerà a trasformare paesaggi in destinazioni e il desiderio di viaggiare non diminuirà.
La vera domanda, allora, è un’altra a mio avviso: perché continuiamo ad affrontare le conseguenze senza mettere in discussione il modello che le produce e provare a fare qualcosa? Se non cambia il nostro modo di guardare i luoghi, continueremo soltanto a replicare lo stesso modello di consumo in contesti diversi.
Ho l’impressione che in Italia (in particolare modo) manchi una vera visione culturale del turismo, la così detta “visione a lungo termine”. In questo le istituzioni sono parte sostanziale del problema. Continuiamo a raccontare il nostro patrimonio come una somma di luoghi da raggiungere, fotografare e lasciare rapidamente, mentre dimentichiamo che quel patrimonio esiste perché esistono persone che lo abitano, lo custodiscono e gli danno significato ogni giorno. Quando parliamo di patrimonio culturale pensiamo quasi sempre ai monumenti, ai musei, ai paesaggi. Molto più raramente pensiamo che si riferisce alle comunità che rendono quei luoghi vivi.
Eppure è proprio lì che si gioca la partita, perché se un centro storico perde i suoi abitanti, se le attività storiche lasciano spazio a servizi costruiti esclusivamente per un turismo veloce, se vivere in un luogo diventa economicamente impossibile per chi quel luogo lo ha sempre abitato, cosa stiamo davvero conservando? Possiamo dire di aver tutelato il patrimonio se abbiamo salvato gli edifici ma perso le comunità che ne hanno costruito l’identità?
Utilizziamo continuamente due parole, turista e viaggiatore, come se fossero sinonimi. Anch’io l’ho fatto infinite volte, ma queste due parole raccontano due idee di viaggio molto diverse.
La parola turista deriva da tour, termine che arriva in italiano attraverso il francese e l’inglese, ma che affonda le sue radici nel latino tornus e nel greco tórnos, il tornio. L’idea originaria è quella di un movimento circolare: un giro che parte da un punto, attraversa una serie di tappe e infine ritorna al luogo di partenza. Non è un caso che proprio da tour derivi il celebre Grand Tour, il viaggio che i giovani aristocratici europei compivano tra Sei e Settecento attraversando il continente.
La parola viaggiatore, invece, deriva dal latino viaticum, formato da via, la strada. Il viaticum non indicava il viaggio, ma tutto ciò che era necessario per affrontarlo: il cibo, il denaro, le provviste. Solo con il tempo il termine ha iniziato a identificare il viaggio stesso.
Non è soltanto una curiosità etimologica ma sono proprio due modi diversi di immaginare il rapporto con il mondo. Da una parte c’è il tour, il percorso da completare. Dall’altra c’è la via e il cammino da affrontare. Il primo mette al centro l’itinerario mentre il secondo, il percorso di trasformazione.
Non voglio fare una distinzione morale. Non credo esistano turisti “cattivi” e viaggiatori “buoni”. Sarebbe una semplificazione tanto superficiale quanto quelle che provo a criticare quando si parla di turismo. Però mi sono chiesta se non fosse proprio questa la domanda che mancava anche nel precedente articolo.
“Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”
– Charles Baudelaire
Forse il problema non è semplicemente quanti turisti stiamo portando in un luogo ma quale idea di viaggio stiamo alimentando. Perché se il viaggio diventa soltanto una sequenza di tappe da spuntare, di fotografie da replicare e di luoghi da consumare rapidamente, allora è quasi inevitabile che anche i territori finiscano per adattarsi a quella logica. E quando un territorio si adatta a un consumo sempre più veloce, il rischio è che inizi lentamente a perdere proprio ciò che lo rendeva unico: le persone che lo abitano, le attività che lo tengono vivo, i mestieri, le relazioni, la quotidianità.
Ho usato Favignana dunque, come punto di partenza per affrontare una riflessione più ampia: come possiamo formarci come viaggiatori più consapevoli? Qual è la responsabilità di chi racconta i territori - istituzioni, creator, agenzie di viaggio - nel costruire questo cambiamento? E quali azioni concrete possiamo mettere in campo perché il turismo non sia semplicemente meno impattante, ma diventi uno strumento di conoscenza, rispetto e valorizzazione dei luoghi e delle comunità che li abitano?
Per questo ho deciso di parlarne con Giulia Ceirano. Antropologa, scrittrice e da circa un anno residente a Favignana.
Giulia osserva l’isola da una prospettiva diversa da quella di chi vi arriva per un weekend o per una giornata di mare. Vive le sue stagioni, le sue fragilità, le sue contraddizioni e le trasformazioni che il turismo produce nella vita quotidiana.
Prima di lasciarti l’intervista ti presento Giulia che, tra l’altro, trovi anche qui su substack 👉🏻 Cose che non mi avete chiesto
Giulia Ceirano è autrice, docente di scrittura e content creator. Si è laureata in Antropologia e Sociologia tra Torino e Parigi e ha poi conseguito un Master in Storytelling presso la Scuola Holden.
Ha iniziato il suo percorso professionale nel mondo della comunicazione come digital strategist e copywriter, lavorando prima in agenzia per brand come Red Bull, ASUS e QC Terme e successivamente come copywriter e content manager per Miscusi. Nel 2019 ha lasciato il lavoro dipendente per intraprendere la libera professione, dedicandosi alla scrittura, alla consulenza strategica e alla divulgazione culturale.
Oggi il suo lavoro si sviluppa su più fronti. Scrive di viaggi, cultura, arte ed editoria per testate come Il Libraio, LifeGate, Corriere della Sera, Dove e altre realtà editoriali. È autrice di quattro libri - La letteratura in cucina, Il cinema in cucina, Piccolo Atlante della Letteratura e di una guida d’autore dedicata a Palermo. Parallelamente lavora come creative strategist, aiutando aziende e progetti culturali a costruire una narrazione coerente della propria identità, e tiene corsi e retreat dedicati alla scrittura e alla comunicazione.
Seguo il lavoro di Giulia da diversi anni e condividiamo uno sguardo molto simile sul viaggio e sul modo di raccontare i luoghi. Nel tempo siamo diventate amiche ma questa non è la ragione per cui ho voluto costruire questo articolo partendo anche dal suo punto di vista. La ragione è il suo approccio antropologico.
Giulia ha un modo di osservare i territori che non si limita a descrivere, ma prova a comprenderne gli equilibri, le relazioni e le persone che li abitano. Ed è proprio questo sguardo che, a mio avviso, può aiutarci ad affrontare il tema dell’overtourism andando oltre gli slogan.
Quella che segue, quindi, non è un’intervista su Favignana. È una conversazione sul significato del viaggio oggi. Su cosa distingue un luogo visitato da un luogo abitato. E, forse, sulla differenza più importante di tutte: quella tra essere semplicemente turisti e provare davvero a diventare viaggiatori.
Prima di parlare di Favignana e di overtourism vorrei partire da te. Hai una formazione in antropologia, lavori con le parole e da anni racconti il viaggio come strumento di conoscenza. Poi hai scelto di trasferirti a vivere su un’isola non comodissima come Favignana. Nei tuoi racconti il viaggio raramente coincide con una lista di luoghi da vedere. È piuttosto un modo per comprendere le comunità che quei luoghi li abitano. Da dove nasce questo sguardo e come si è trasformato da quando Favignana è diventata casa?
Il mio approccio al viaggio e al racconto del viaggio si è evoluto molto negli anni. La mia laurea in antropologia di sicuro mi ha aiutata a capire l’importanza di approcciare “l’altro” evitando di usare le nostre categorie o di considerare le nostre categorie come le uniche giuste. Mi ha insegnato uno sguardo in grado di relativizzare e di andare oltre la superficie evidente delle cose. Tuttavia, poi, anche io sono stata vittima dei voli low cost e del viaggiare per spuntare luoghi su una lista, o grattarli su una mappa. Negli ultimi anni ho iniziato a capire quanto questo approccio abbia un impatto negativo sul mondo rischiando, lentamente ma nemmeno troppo, di erodere quegli stessi luoghi che sono le nostre destinazioni. Così, ho imparato che il valore più grande del viaggio è proprio la profondità. Non quanti luoghi si visitano, ma quanta cura, curiosità e tempo si dedica a quei luoghi. E in questo percorso di consapevolezza, Favignana mi ha aiutata molto. Intanto perché, essendo una piccola isola, è un osservatorio perfetto per vedere l’impatto dell’overturismo. Tutto è sotto i nostri occhi, non si scappa qui. E poi perché Favignana tende a inglobare. Da quando vivo qui, ho molta meno voglia di partire per posti lontani. Al contrario, ho voglia di restare, di costruire, di creare rete e comunità, di fermarmi per conoscere tutto di questo posto.
Favignana è tornata al centro dell’attenzione dopo l’annuncio delle riprese di di The Odyssey di Christopher Nolan avvenute sull’isola e che genereranno un indotto turistico di circa 250 milioni di euro nei prossimi tre anni. Tu che la vivi ogni giorno, qual è stato il tuo primo pensiero quando hai letto la notizia (a parte le beste**ie)?
Più che pensiero, è stato un crack al cuore. So che dati di questo genere potrebbero sembrare soltanto una bella notizia. Ma non è così. Di sicuro sono, potenzialmente, una buona notizia, ma questi numeri vanno gestiti. La popolazione delle isole Egadi, arcipelago di cui Favignana è l’isola più grande e frequentata, in estate sale a oltre 60.000 persone al giorno contro i circa 4.300 residenti fissi. Numeri di questo tipo, in luoghi così fragili, hanno un impatto enorme. La maggior parte del turismo a Favignana, poi, è un turismo giornaliero. Dalla “terraferma”, come si dice qui, dunque da Trapani e Marsala principalmente, partono quotidianamente gommoni e barconi verso le Egadi. Tutti seguono pressoché lo stesso copione: bagni di fronte alle cale più famose di Favignana, un’ora e mezza/due ore di pausa pranzo a Favignana (unico momento in cui davvero le persone approdano sull’isola, per non più di due ore) ultimo giro in barca e ritorno verso la terraferma. Un turismo di questo tipo è molto pericoloso per territori così fragili: è un turismo estrattivo, che prende senza restituire nulla, salvo spazzatura e inquinamento. Cosa si può capire o conoscere di Favignana e delle Egadi vedendole da lontano, senza incontrare nemmeno un abitante, senza conoscere la storia del posto, visitare l’Ex Stabilimento Florio per la lavorazione dei tonni, senza entrare nelle vecchie cave di calcarenite. Nulla. La conseguenza è un’offerta sempre più superficiale, per incontrare le necessità di un turismo veloce e altrettanto superficiale. E la conseguenza sono anche prezzi folli. In sintesi: se la maggior parte dei turisti passa da Favignana per una giornata e non di più, è necessario massimizzare i profitti, tanto non torneranno.
Da quando vivi sull’isola, qual è la differenza più grande che hai scoperto tra la Favignana immaginata dai visitatori e quella vissuta da chi la abita tutto l’anno?
Favignana è un luogo incredibile e, per me, lo è molto di più in inverno, quando il mare si arrabbia, le strade si svuotano e il vento soffia come un matto. Però, fuori dalle romaticizzazioni estive, Favignana sa essere un luogo anche molto ostile. Per esempio, spesso durante l’inverno navi e traghetti non partono. Un po’ a causa del maltempo - e questo fa parte del gioco - ma un po’ anche a causa delle compagnie di navigazione, alle quali non conviene viaggiare per le poche persone residenti. La questione abitativa, poi, è un altro grande tema: la maggior parte delle case di Favignana sono destinate ai turisti, aperte da aprile a ottobre e al 90% con prezzi altissimi, assolutamente fuori misura. Trovare una casa per tutto l’anno è una missione degna dell’Odissea. A un prezzo accessibile, poi, è una missione pressoché impossibile.
Vorrei evitare di fare del film di Nolan il centro della discussione. Mi sembra piuttosto che The Odyssey sia il sintomo di un fenomeno più ampio: oggi basta che un luogo diventi virale perché si trasformi immediatamente in una meta da “spuntare” dalla propria lista di viaggio. Secondo te è qui che nasce il problema o stiamo trascurando qualcosa di ancora più profondo?
Domandona. Che mi pongo tutti i giorni, tra l’altro. Io credo che sia una questione culturale a monte, forse innescata dalla nascita dei voli low cost e di questa tipologia di viaggio: breve (un weekend fuori porta), veloce e, di conseguenza, superficiale, orientato alla quantità più che alla qualità. Senza dubbio i voli low cost hanno reso il viaggio una questione più accessibile, ma hanno anche modificato il nostro approccio ai luoghi, con le conseguenze pericolose che stiamo vedendo oggi, e che sfociano nell’impatto della viralità. Durante l’estate io evito più che mai i luoghi turistici, ma ogni tanto mi capita di attraversarli e, nei discorsi delle persone, sento chiara questa dinamica: persone arrivate lì grazie a un reel o un post, pronte a fare la foto da pubblicare per poi correre a prendere l’ultimo aliscafo. Qual è il senso di viaggiare in questo modo, mi chiedo?
Quali trasformazioni culturali e sociali ci hanno portato a vivere il viaggio in questo modo?
Le conseguenze temo siano tantissime e molte delle quali ancora non così evidenti a noi stessi. Su Favignana e sui luoghi come Favignana, per esempio, la conseguenza è che, sempre di più, stanno sparendo i luoghi di comunità e quindi la comunità stessa. Gli spazi, le risorse e le energie sono tutte orientate al turismo e a massimizzare gli introiti stagionali, dimenticando che Favignana e tutti i luoghi turistici sono anche luoghi in cui le persone abitano. Il paradosso è che il turista viaggia proprio per vedere e conoscere quelle comunità ma, nel farlo in questo modo, contribuisce a sgretolarle. Su noi come viaggiatori, invece, temo che un approccio così “bulimico” al viaggio alimenti la nostra necessità di fuga, allontanandoci da noi la capacità di stare nelle cose, che abbiano a che fare con la nostra vita o coi luoghi che visitiamo.
Ho l’impressione che oggi l’Italia venga raccontata sempre più attraverso una narrazione semplificata, soprattutto sui social, nei media e nella promozione turistica. Luoghi complessi e ricchi di storia vengono spesso ridotti a poche immagini iconiche, immediatamente riconoscibili e facilmente “consumabili”. Penso agli stereotipi legati alla nostra gastronomia, dove pizza e pasta finiscono per rappresentare quasi da sole la cucina italiana, oppure a fenomeni costruiti ad hoc e spacciati per tradizioni autentiche vedi la “limonata a cosce aperte” a Napoli. Allo stesso modo, il Sud viene spesso descritto come un luogo sospeso nel tempo, fatto soltanto di vita lenta, sole e spensieratezza, come se fosse uno scenario da contemplare più che un territorio abitato da comunità reali, con una storia, un’economia e una quotidianità complessa. Quanto questa semplificazione rischia, secondo te, di oscurare l’identità più profonda dei luoghi? E in che modo pensi che influenzi le aspettative e il comportamento di chi viaggia?
Anche qui, domandone. Non so da dove cominciare a districare la matassa. La romanticizzazione dell’Italia, e del sud in particolare, sicuramente ha un impatto sulle aspettative di chi viaggia. Dall’altra parte, noi italiani siamo i primi a trasformarci in modo da aderire a quelle aspettative, anche quando quella trasformazione è posticcia e falsa. Ma la narrazione romanticizzata è potenzialmente più virale, più “sexy” e più attraente. E torniamo sempre lì: massimizzare i ricavi su un turismo talmente veloce e superficiale che, tanto, non si accorgerà mai della menzogna. O, almeno, questo è quello che crediamo.
Se domani dovessi raccontare Favignana a qualcuno senza poter parlare del mare, delle spiagge o delle cale, da dove inizieresti? Quali storie racconteresti per far capire davvero cos’è quest’isola e la sua identità?
Ce ne sono tantissime. E so che sembra incredibile per 19kmq di isola, raccontati sempre per il suo mare cristallino, ma è così. Favignana ha una lunghissima storia legata ai Florio, alla pesca e alla lavorazione dei tonni e alla mattanza. Poi ha una lunga storia di pirateria e detenzione. Il primo e storico nucleo di detenzione a Favignana è il Castello di San Giacomo, una fortezza che si trova nel centro del paese, oggi purtroppo inaccessibile e nascosta da un enorme muro di contenimento. Si tratta di un’antica fortezza normanna e spagnola trasformata in prigione già all’epoca dei Borboni per confinare patrioti e prigionieri politici. Non a caso, il mito fondativo della Mafia è ambientato proprio a Favignana. Ancora oggi a Favignana esiste una casa di reclusione, tuttora attiva. E ancora, Favignana ha per secoli campato sulle cave di tufo (o, meglio, di calcarenite) che, ancora oggi, si vedono pedalando nella parte est dell’isola. Oggi quelle cave sono giardini ipogei, case, hotel, orti. Insomma, una quantità di storie che è impossibile anche solo incrociare in una gita di un giorno sull’isola.
C’è un momento preciso in cui hai capito che vivere un luogo e visitarlo sono due esperienze completamente diverse? Quale episodio ti ha fatto cambiare prospettiva?
Credo di averlo sempre saputo, almeno in potenza. Io ho a lungo vissuto a Parigi, e ancora oggi ci torno molto spesso. Ovviamente Parigi ha un ritmo diverso rispetto a quello di Favignana, ma anche Parigi è una meta presa d’assalto dal turismo e, molto spesso, con quella modalità fast che i voli low cost alimentano. Ma la Parigi di un weekend lungo e la Parigi vissuta sono due città diverse. La prima è un museo, la seconda è una casa.
Quando parliamo di turismo sostenibile, molto spesso la conversazione si riduce alle regole: non lasciare rifiuti, rispettare l’ambiente, evitare il sovraffollamento e bla, bla, bla. Ma secondo te cos’è davvero il turismo sostenibile in base alla tua esperienza?
Io temo che non esista un turismo sostenibile. E lo dico sapendo di essere parte del problema. La modalità con cui il capitalismo ci permette di viaggiare è quella che vediamo: tante persone che viaggiano per pochi giorni, meglio se spendendo poco o avendo la sensazione di spendere poco, per scappare dalla frenesia quotidiana. Questa cosa qui non potrà mai essere sostenibile, nemmeno buttando tutta la spazzatura che produciamo. Quello che forse ci può aiutare è immaginare di esplorare di più luoghi vicini a noi, e per più tempo. In questo io sono fortunata perché, potendo lavorare da ovunque, posso permettermi di passare anche settimane o mesi in un luogo. Viaggiando di meno ma più a lungo. Ma la forma della mia vita è un’eccezione. Credo che per rendere sostenibile il turismo sia necessario ripensare il turismo e, probabilmente, distruggere il capitalismo. Questione che al momento mi pare utopica.
Immagina di avere carta bianca e di poter ripensare completamente il modo in cui l’Italia racconta il proprio patrimonio artistico e culturale. Da dove partiresti e cosa cambieresti concretamente?
A saperlo! ;) la domanda è complessa perché è necessario immaginare le conseguenze a lungo termine di ogni racconto. Per esempio: quando sono nate le low cost il nostro pensiero era quasi del tutto positivo. Finalmente il viaggio era diventato una questione democratica e il mondo sarebbe stato tutto accessibile. Guardandoci oggi, capiamo che quella visione era sbagliata. Di pancia mi verrebbe da dire che smetterei di raccontare i luoghi turistici, per concentrarmi su tutti quei posti di cui l’Italia è composta: borghi dimenticati, spazi che magari non hanno musei, locali hipster, enoteche o chiringuiti, ma che hanno storie di comunità ancora vive, saperi artigianali, tempi che vanno più lenti. Ma di nuovo: siamo sicuri che questa narrazione non sia scivolosa, senza che si cambi prima il paradigma del viaggio?
Se il successo di una destinazione non si misurasse più dal numero di arrivi o di presenze, quali sarebbero gli indicatori che dovremmo iniziare a osservare per capire se un territorio sta davvero bene?
Il primo indicatore che mi viene in mente è il tempo passato in quella destinazione, comprendendo nel computo sia chi la sceglie per le proprie vacanze sia chi la sceglie per un periodo di lavoro a distanza.
Proviamo a costruire insieme qualcosa di concreto. Quali sono i comportamenti base che ogni turista dovrebbe adottare, non solo a Favignana ma in qualsiasi luogo che visita, per lasciare un impatto positivo sul territorio che attraversa?
Ti lascio qui un post che avevo scritto e che un po’ risponde a questa domanda. In generale, credo dovremmo viaggiare meno ma con più calma e profondità. Fa male, lo so.
Ti lascio con una domanda che in fondo riassume tutto. Secondo te, qual è la differenza tra un turista e un viaggiatore? E cosa dovrebbe succedere, oggi, perché sempre più persone scelgano di essere la seconda cosa?
Io credo che la differenza stia nell’approccio: un turista vuole spuntare un luogo sulla propria lista. Un viaggiatore vuole conoscerlo, o almeno provarci.
Una cosa che faccio sempre in questa newsletter è lasciare qualche titolo di libri, film o podcast che possano aiutare a costruire il proprio sguardo in autonomia. Cosa consiglieresti a chi ci leggerà questo articolo?
📖 La stagione della mattanza – Claudia Fauzia (articolo su Substack)
Partendo da Favignana, Claudia Fauzia riflette su come il turismo stia trasformando alcuni territori e sul ruolo che hanno media, politica e narrazioni nel determinare questi processi.
🎧 Siamo turisti o viaggiatori? – Globo, Il Post (podcast)
Una puntata che si interroga sul significato del viaggio oggi, mettendo in discussione la distinzione – spesso data per scontata – tra turista e viaggiatore e il modo in cui consumiamo i luoghi.
📚 Turismo di massa e usura del mondo – Rodolphe Christin (elèuthera)
Un saggio ormai considerato un riferimento nella critica al turismo contemporaneo. Christin sostiene che il turismo di massa abbia progressivamente trasformato il viaggio in un prodotto di consumo, contribuendo all'erosione del significato dei luoghi e della loro autenticità.
📚 Vero viaggio è il ritorno – Valentina Pigmei (Laterza, 2026)
Partendo da esperienze personali e da esempi concreti, Valentina Pigmei mette in discussione l'idea che viaggiare sia sempre e comunque un bene. Il libro propone un modo diverso di muoversi: più lento, più consapevole e più attento alle persone e ai territori.
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A presto sempre qui. Isa

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