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Mente Nomade di Edoardo Massimo Del Mastro · Aug 17, 2026

Finché c'è una possibilità

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Mente Nomade · Mente Nomade di Edoardo Massimo Del Mastro

Ciao nomadini! Spero stiate tutti bene e che abbiate passato un bel Ferragosto!

Il mio conto alla rovescia per partire per il lungo cammino sulla Via Francigena del Sud, segna -34! Per chi si fosse perso questo annuncio, vi lascio il link qui su substack dove ve ne parlo :)

Oggi sono qui, anche per comunicarvi che a brevissimo vi parlerò, dopo due anni di pausa, delle nostre partenze di gruppo. Non saranno “semplici” viaggi di gruppo, ma qualcosa di completamente diverso e che non vedo l’ora di farvi vedere cosa ho preparato per tutti voi.

Ci sono periodi della vita in cui smettiamo di riconoscerci.

Succede piano, quasi sempre senza far rumore. Continui ad andare avanti, fai quello che devi fare, rispettando le scadenze e rispondendo ad ogni messaggio.

Sorridi quando serve.

Da fuori sembra tutto normale, dentro invece è come se qualcosa avesse smesso di funzionare, di muoversi.

Per molto tempo ho pensato che diventare adulti significasse proprio questo, imparare a resistere. Stringere i denti, incassare delusioni senza lamentarsi.

Guardare persone realizzare sogni che assomigliano ai tuoi e continuare comunque a fare il tifo, mentre una piccola voce dentro di te inizia a chiedersi se non sia tu il problema.

Forse non sono abbastanza brava?

Forse ho semplicemente sbagliato strada?

Chissà quanti di voi si riconoscono in queste frasi.

Sono domande pericolose, perché raramente cercano una risposta. il loro unico scopo è farti dubitare di te stesso.

Credo che quasi tutti almeno una volta, abbiano attraversato un periodo in cui niente sembrava entusiasmarli davvero.

Le cose che che prima facevano battere il cuore iniziano a sembrare normali.

Le canzoni che ascoltavi in macchina non riescono più a smuoverti. I progetti che ti facevano perdere il sonno vengono rimandati a domani.

E quel domani spesso non arriva mai.

La parte più difficile però non è il dolore. Al dolore in qualche modo, ci si abitua.

La parte più difficile è quando inizi a convincerti che sarà sempre così. E’ lì che perdi qualcosa di molto più prezioso della motivazione. Perdi la speranza.

Eppure ogni volta che ripenso ai momenti più complicati della mai vita, mi accorgo che c’è sempre stato qualcosa che mi ha impedito di arrendermi del tutto.

Non era ottimismo, non era neanche la certezza che tutto sarebbe andato bene.

Era qualcosa di molto più piccolo e allo stesso tempo immensamente più forte.

Era la possibilità.

La possibilità che un giorno le cose potessero essere diverse.

Mi capita spesso di pensarci la sera, prima di addormentarmi. Immagino una versione di me che vive con più leggerezza. Una persona che si sveglia senza quel peso costante sulle spalle, che riesce a respirare senza sentirsi sempre in ritardo, che sorride senza dover fare alcuno sforzo.

Non so se quella persona esista davvero da qualche parte nel mio futuro.

So che immaginarla mi ricorda perché continuo a camminare.

Qualcuno potrebbe dire che è fantascienza. Io credo che sia speranza.

E c’è davvero molta differenza:

La fantascienza ti permette di evadere dalla realtà, la speranza invece ti dà la forza di affrontarla.

Negli ultimi mesi ho capito che la speranza non è una luce accecante che compare all’improvviso e cambia tutto. è molto più discreta.

Assomiglia ad un fiore che riesce a crescere in mezzo all’asfalto, dove nessuno pensava fosse possibile.

Una finestra socchiusa dopo una stanza rimasta al buio per troppo tempo.

Assomiglia a quella sensazione che provi quando dopo giorni di pioggia, ti accorgi che il cielo ha iniziato a schiarirsi.

Il sole non è ancora tornato del tutto, ma sapere che esiste è sufficiente per continuare ad aspettarlo.

Forse è per questo che tra poco partirò per camminare da Roma a Santa Maria di Leuca. Molti mi chiedono cosa stia cercando lungo quei novecento chilometri. La verità è che non credo di cercare qualcosa che ho perso. Credo di voler ritrovare spazio. Spazio per ascoltarmi, per fare pace con la domanda che continuo a rimandare.

Per ricordarmi che la vita non è soltanto quella che viviamo nei momenti difficili.

La strada vanti a me è ancora piena di incognite, non so come mi sentirò tra un mese, nè cosa succederà una volta partito, una volta arrivato. Ma c’è una cosa di cui sono abbastanza certo:

Finché dentro di noi continuerà a esistere anche una sola, minuscola scintilla di speranza, nessuna storia sarà davvero finita.

E forse crescere non significa diventare invicibili.

Magari significa semplicemente imparare a proteggere quella scintilla, anche quando tutto il resto sembra volerla spegnere.

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L’AVVERSARIO

Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand uccise la moglie, i due figli e i genitori, prima di tentare il suicidio. Le indagini rivelarono una verità ancora più inquietante: per quasi vent’anni aveva finto di essere un medico e ricercatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quando in realtà non era nulla di ciò che raccontava. Ogni giorno usciva di casa come se andasse al lavoro, ma trascorreva le sue giornate tra parcheggi, autostrade e boschi, vivendo dentro una menzogna costruita nel corso di una vita.

Emmanuel Carrère seguì il processo, entrò in contatto con Romand e trasformò questa vicenda in un libro che va ben oltre la cronaca nera. Più che raccontare un delitto, prova a comprendere come sia possibile vivere per anni in un’identità inventata e cosa possa accadere quando quella finzione è ormai sul punto di crollare.

Una lettura intensa e inquietante, che porta il lettore a interrogarsi sui confini tra identità, solitudine e verità.

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Invece non esisteva un’altra scena, un altro pubblico davanti al quale recitare quell’altro ruolo. Fuori, era completamente nudo.

Grazie per essere arrivati fino a qui.

Davvero di cuore.

Ci leggiamo lunedì prossimo!

ED

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