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MATTEO BONVICINO · May 11, 2026

In arrivo il mio romanzo "speciale"

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Matteo Bonvicino · MATTEO BONVICINO

Dopo aver inutilmente atteso un qualsiasi tipo di riscontro da parte di una Casa Editrice, ho deciso che non ho più intenzione di aspettare.

A breve pubblicherò “Il bambino del tondo”. Il primo dei miei due romanzi “speciali”.

Già, ma perché è speciale?

Che lo voglia ammettere o no, è merito di “Tick, Tick... Boom!”, il film con un Andrew Garfield in stato di grazia che magistralmente riporta in vita Jonathan Larson e la sua straordinaria vita. C’è un momento in cui il suo agente, parlando di ipotetici lavori futuri che Larson dovrà scrivere, gli suggerisce una delle cose forse più scontate ma più vere e feroci in assoluto: “nel prossimo magari prova a scrivere di quello che conosci”.

Ecco, nel momento esatto in cui ho sentito quella frase, per la prima volta, qualcosa è cambiato. Per me, che ho sempre basato il lavoro di scrittore su idee e concetti originali e filtrati dalla lente della fantascienza è scattato qualcosa. Qualcosa di nuovo. Di dirompente.

Ma torniamo indietro un attimo. Ed iniziamo con una premessa: da quando ho iniziato a scrivere ho sempre voluto dedicarmi solo ad un tema che amo alla follia: la fantascienza. Come autore, nasco grazie all’amore smodato per “Star Trek”, serie tv di fantascienza che mi ha insegnato, molto più di altre realtà, cosa significasse parlare di un tema importante usando l’escamotage di renderlo alieno per chi ne usufruisce così da avere una visione imparziale e senza pregiudizi. Grazie a Star Trek ho conosciuto il lavoro attoriale di Patrick Stewart che mi ha portato, inevitabilmente, ad amare il teatro. Shakespeare in particolare. Poi, sono arrivati Douglas Adams con la sua “Guida galattica per gli autostoppisti” e Stephen King, con il suo macabro terrore. In cima a questa mia piccola montagna di tesori, sulla vetta, c’è stato, c’è e ci sarà sempre David Lynch.

A fronte di questo imprinting ho sempre scritto romanzi di fantascienza che avessero quel quid in più legato ad un’intuizione, un’idea, che potesse renderli speciali. Particolari. Accattivanti. Col tempo, ho scoperto che uno dei temi che più mi ritrovavo ad esplorare nelle mie storie era legato ai viaggi nel tempo.

Il mio primo, vero amore, ancor prima di “Star Trek” è stato “Ritorno al futuro”. Mi ha plasmato più di quanto io voglia ammettere. Quella storia perfetta mi ha ossessionato per anni, tenendomi sveglio a rimuginare sui paradossi e le loro implicazioni narrative. Seguire la stessa strada e cercare di raccontare le mie storie facendole girare attorno ai paradossi temporali è stato, probabilmente, più naturale di quanto pensassi.

Come fosse una seconda pelle da esplorare, evidentemente. Ed è stato ciò che ho sempre fatto. La saga di “Project Chrono” è stata la prima con la quale ho affrontato i viaggio nel tempo. Sempre introducendo concetti originali e, per quanto possibile, mai scontati. Poi è arrivato “Alien P.I.”, dove più che focalizzarmi sui viaggio nel tempo ho iniziato a ragionare sul concetto di tempo. Per poi avventurarmi in altre esplorazioni di quel tema, ormai diventato un’ossessione per me, con “La cornice del Tempo”, ad esempio, o “Shattered Investigations”, ultimo romanzo non ancora completato.

Tempo da viaggiare, in avanti e indietro, dunque. Tempo immobile. Tempo malleabile. Tempo perso. Tempo altro. Ogni romanzo ha la sua istanza di concetto di tempo ed ognuno ne esplorare un aspetto. Come tanti piccoli pezzi di un puzzle.

Ecco, questa lunga premessa di conclude dunque proprio in quella notte particolare. La notte di “Tick, Tick... Boom!”. Quello è stato il momento in cui ho capito che non solo avrei potuto ma a conti fatti avrei dovuto compiere un passo ulteriore. E guardare le cose da un punto di vista differente. Il mio.

Descriverlo a parole, ora, forse mi riesce difficile ma è stata un’evoluzione quasi immediata e naturale. Da quel giorno mi sono sforzato di inserire nelle mie storie un elemento che avevo sempre tenuto lontano dalle pagine: me stesso.

Farlo è stata una rivelazione. Un susseguirsi di emozioni incredibili. Per la prima, in più di dieci anni, ho iniziato a scrivere inserendo parti di me nelle storia, per scrivere ciò che conosco, per dirla come l’ha sentita Jonathan Larson.

E ho scoperto che, sebbene la nuova storia che avevo iniziato a scrivere non fosse di fantascienza e non fosse ambientata in qualche sotterraneo tecnologico britannico o pianeta alieno remoto, quella storia trattava comunque il mio tema preferito: il tempo.

Con grande disorientamento iniziale (ma con equivalente entusiasmo) ho maturato la consapevolezza che ciò che stavo scrivendo nel primo di questi due romanzi speciali, era comunque una storia basata sul tempo. Sul concetto di tempo. Dopo aver scritto di viaggiatori del tempo, di tempo cristallizzato, di tempo piegato, mi sono ritrovato a scrivere su un altro aspetto del tempo.

Qualcosa che, però, non avevo mai toccato davvero e che, probabilmente, non avrei mai potuto sfiorare prima di diventare padre di due figli.

Ho scoperto, grazie a quanto stavo scrivendo, che esiste un altro tempo, nella realtà di tutti i giorni che non è quello dei viaggi tecnologici o di alieni in grado di fermarlo. No, è il tempo personale. Quello che dedico a me e alla mia famiglia. Un tempo fatto di momenti di silenzio. Di sorrisi e di coccole. Un tempo di respiri profondi.

Un tempo, quello mi sfugge come sabbia fra le dita, quando guardo i miei figli. Un tempo che, inesorabilmente, passa e non torna più e che non dà una seconda possibilità, se non in qualche strano sogno di una notte di mezza estate, forse.

Quando ho iniziato a scrivere “Il bambino del tondo” ho scoperto che quei personaggi avevano ognuno un pezzo di me all’interno. Le loro paure, i loro timori, le loro ansie e le loro passioni erano le mie. Stavo davvero scrivendo di ciò che conoscevo ma era, contemporaneamente, un modo per riscoprirmi e delineare meglio i miei confini. I miei limiti. Le mie priorità.

Quello che affronta il protagonista, Mutt, in questo romanzo, è un percorso molto personale e lo fa ripercorrendo alcune tappe del suo tempo interiore. Frammentato. Frantumato a volte. Mutt non è un eroe, è una persona normale. Mediocre, come la maggior parte della gente. Ma ha un punto in comune con me: anche lui è ossessionato dal tempo.

Non dal punto di vista della fantascienza e delle sue implicazioni narrative, no. Ne è ossessionato perché lo sente scivolare via. Perché non riesce, a conti fatti, a bilanciare gli sforzi immani di padre con i risultati scadenti che ottiene con i figli. Perché il tempo che passa con loro non è mai abbastanza.

Soprattutto, non è mai garanzia di lasciare qualcosa di duraturo per loro. Di concreto, come una traccia del suo passaggio. Del suo esserci stato.

Queste paure sono alla base del romanzo che, man mano, assume i contorni di un mistero sepolto su un’isola del mediterraneo. Perché un pensiero fisso, legato alla propria gioventù, perseguita i sogni e le giornate di Mutt al punto da mettere in dubbio l’amore dei propri genitori, la loro capacità di crescerlo e il suo stesso ruolo di padre, nei confronti dei suoi figli.

Complice un mistero dimenticato ma riscoperto durante la vacanza di famiglia, in Italia, Mutt si convince che ciò che prova è forse qualcosa di più di una semplice intuizione. E mentre il suo mondo inizia a spezzarsi una domanda risuona, nella sua mente: fino a dove è possibile spingersi, per amore?

Il mistero ha un suo tempo. Mutt ha un suo tempo. Tutti hanno un proprio tempo che, spesso, non coincide e che trasporta le nostre vite su binari a volte paralleli a volte destinati ad incrociarsi in maniera brusca. Questo è esattamente quello che succede a Mutt che, volente o nolente, si ritroverà prima a lambire e poi a riesumare questo mistero.

Questo rende “Il bambino del tondo” un romanzo per me molto speciale. Perché ha aperto una porta che non pensavo esistesse. E quando l’ha fatto, quello che c’era dall’altra parte mi ha risucchiato con prepotenza. Questo romanzo ha fatto scattare in me una scintilla. Mi ha fatto capire che non era tanto il genere (la fantascienza) che identificava il mio lavoro ma il tema in sé (il tempo).

Capirlo è stata una rivelazione. Che mi ha permesso di slegare il mio lavoro e di andare in profondità e portare avanti questo mio viaggio in acque mai esplorate.

Forse è buffo, perché so già che ci vorrà “tempo” per farlo.

Ma sarà ben speso.

Perché ogni tappa di questo viaggio mi porterà ancora una volta a scrivere di ciò che conosco.

Me stesso.

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Read the original on matteobonvicino.substack.com

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