Anche quest’anno è (finalmente) tempo di preview: con l’apertura dei training camp oramai già bella che digerita credo sia arrivato il momento di parlare delle prospettive di ogni singola squadra che dà vita alla NFL.
Il corsivo che fa saltare all’occhio prospettive non è figlio di una delle mie classiche sviste - sono pur sempre una garanzia in quanto a refusi -, bensì la chiave di lettura che voglio dare a questi articoli che non si focalizzeranno sulle rose ma, piuttosto, su quelle che possono essere le mie aspettative - o anche semplicemente pensieri - su una determinata compagine, su che campionato mi possa aspettare da lei e le motivazioni dietro tali aspettative.
Naturalmente per prevedere cose con un minimo di cognizione di causa è necessario restare ancorati alla realtà dei fatti che ci viene parzialmente fornita dalle 32 rose che animano questa lega, quindi sì, credo sia fondamentale accennare ai volti che hanno animato la rivoluzione difensiva attuata dal front office dei Cincinnati Bengals.
Tutto questo per dirvi che no, in questi articoli non troverete articolate riflessioni sulle prospettive della run defense di chicchessia squadra relazionate alla brillantezza del quarto defensive tackle selezionato al settimo round dell’ultimo draft, quel poveretto entrato in NFL per il rotto della cuffia a causa di un’unghia incarnita durante il Senior Bowl e dimensioni del bicipite insoddisfacenti: dopo dieci anni mi sono accorto che parlare di football in questo modo mi annoia terribilmente, meglio tardi che mai.
Come sempre non posso che partire da casa mia, ovverosia dai “miei” Baltimore Ravens.
Quella che sta per iniziare sarà per forza di cose una stagione diversa dalle altre in quanto, udite udite, è la prima da tempo immemore senza John Harbaugh a calcare la sideline con la sua sconfinata gamma di espressioni attonite. Da quando seguo religiosamente il football americano non ho mai avuto il lusso di vedere la mia squadra del cuore guidata da una persona diversa dal fratello maggiore di Jim.
Già, la più grande novità riguardante Baltimore la si intercetta proprio in panchina dove, finalmente, chi di dovere ha deciso di porre fine a un’avvilente inerzia che si prolungava da tempo immemore e che aveva trasformato i Ravens in una delle principali eterne incompiute della AFC.
Jesse Minter ha le stigmate del predestinato e, in un mondo nel quale non si può riavvolgere il nastro e impedire a Mike Macdonald di svernare a Seattle, rappresenta la miglior soluzione possibile per una squadra che ha disperato bisogno di riaffermare la propria identità difensiva.
Credo che il coaching staff assemblato da Minter e DeCosta possa eccellere, Declan Doyle è un più che promettente discepolo di Ben Johnson e ora come ora, 2026 anni dopo la nascita di Gesù Cristo, essere associati all’allenatore dei Chicago Bears produce gli stessi effetti causati per anni da un rapporto professionale stretto con Sean McVay o Kyle Shanahan.
Con tre quinti della linea d’attacco rivoluzionati nel corso dell’offseason potrebbe essere necessario tempo affinché il reparto allenato da Doyle cominci a girare a pieno regime, anche se dubito sia umanamente possibile fare peggio del duo Faalele-Vorhees: credo che nel corso dell’autunno Baltimore avrà tutto l’interesse a riaffermare un gioco di corse dominante e totalizzante capace di sfiancare la difesa avversaria in quanto, Zay Flowers a parte, la batteria di ricevitori messa a disposizione di Lamar Jackson è assolutamente deprimente.
Spero di cuore che prima dell’inizio della stagione il front office aggiunga almeno un ricevitore veterano - ehm ehm, Diggs? - ché alle spalle del minuto Flowers troviamo l’incostante Rashod Bateman e una pletora di giovani ricevitori di cui, per forza di cose, sappiamo davvero poco. E no, credo che i numeri del vero Mark Andrews appartengano a un passato sempre più remoto.
Naturalmente tutto passerà dalla salute di Lamar Jackson, reduce da un anno complicato nel quale gli infortuni lo hanno limitato a prendere parte a 13 partite: in quanto suo fiero sostenitore non ho alcun dubbio che se sano sarà in grado, come sempre, di caricarsi sulle spalle il resto della squadra e di trascinarla ai playoff, sono però curioso di osservare se ci metterà davanti all’ennesima stagione da MVP.
A proposito di salute, finalmente filtra un certo ottimismo riguardo la disponibilità di Nnamdi Madubuike, a mio avviso il difensore più importante in assoluto - sì, anche più di Kyle Hamilton - che dopo aver rimediato un grave infortunio al collo nelle battute iniziali della scorsa stagione ha ottenuto il tanto agognato via libera dai medici per tornare a esercitare la propria professione.
Madubuike cambia da solo l’intera fisionomia della difesa di Baltimore che, solamente nel 2024, concluse la regular season con il bottino di 54 sack, quasi il doppio dei 30 raccolti durante lo scorso autunno.
Con lui a portare pressione all’interno la vita di Trey Hendrickson e Mike Green sarà indubbiamente più semplice e, sulla carta, il pass rush di Baltimore dovrebbe ricominciare a rendere a livelli perlomeno soddisfacenti - se non addirittura dominanti, ma propenderei maggiormente verso il primo aggettivo.
Sono inspiegabilmente fiducioso circa l’eventualità che Minter sia in grado di replicare quanto fatto a Los Angeles, dove il suo acume tattico ha permesso a una difesa non poi così talentuosa di tenere un rendimento impressionante compendiato dal fatto d’aver concluso entrambi gli ultimi due campionati con una media di punti concessi inferiore ai 20 ad allacciata.
Sono consapevole che si stia pur sempre parlando dell’anno zero di un nuovo ciclo tecnico e che per questo sia necessario stemperare le aspettative con una secchiata d’acqua gelida, ma resto convinto che questa squadra possa - e debba - ambire al Super Bowl; come affermavo poc’anzi, infatti, dietro il licenziamento di John Harbaugh troviamo la chiara volontà di strappare una squadra perennemente di livello dall’inerzia che le stava impedendo di compiere il definitivo salto di qualità e di replicare il successo della regular season ai playoff.
Stiamo pur sempre parlando di quelli che nell’ultimo lustro si sono distinti per l’inimitabile capacità di scialacquare vantaggi durante l’ultimo quarto, quindi non farete fatica a comprendere la mia serenità: nessun errore dovuto all’inesperienza sarà in grado di eclissare quelli sistematici ai quali ci hanno assuefatti negli ultimi anni.
In quanto campione regionale di manavantismo, mi trovo costretto, mio malgrado, a dichiarare i Cincinnati Bengals come i veri favoriti per il trono divisionale.
Nonostante il solo pensiero di digitare ciò che sto per digitare mi mette davanti all’ennesimo deterioramento delle mie condizioni mentali, Cincinnati è reduce da una offseason sostanzialmente perfetta.
Certo, il campo come al solito troverà modo di ricoprire di ridicolo la mia audace dichiarazione ma, all’infuori dell’inspiegabile ostinazione nel proseguire con Zac Taylor, il solitamente discutibile front office dei Bengals ha fatto quello che doveva fare per riconsegnare la squadra guidata da Joe Burrow alla competitività.
Nello specifico, come detto circa settecento volte nel corso di questa interminabile offseason, chi di dovere ha fatto il possibile per assemblare una difesa non dico dominante ma perlomeno seria.
Se guidato da Joe Burrow, l’attacco dei Bengals deve cominciare a essere dato per scontato. Con lui a dirigere le operazioni, infatti, il reparto offensivo di Cincinnati è da considerare come uno dei migliori cinque - nei suoi giorni più anonimi - grazie al triumvirato formato da Chase, Higgins e Brown, tre giocatori che sanno rendere esplosiva e degna di essere vissuta la vita di Burrow.
Ciò che più incoraggia, tuttavia, è che per la prima volta in carriera Burrow sarà protetto dalla stessa linea d’attacco poiché è stato riconfermato per intero lo stesso “quintetto” di dodici mesi fa. La O-line dei Bengals non può essere considerata come una delle migliori della lega, ma nel corso dell’ultimo campionato si è dimostrata perlomeno competente e, soprattutto, in questa lega la continuità lungo questo reparto tende a garantire risultati soddisfacenti.
Per carità, c’è sempre margine di miglioramento, ma tutto ciò non fa che rafforzare quanto detto poc’anzi, ossia che questo attacco è in grado di scollinare quota 25 punti con il pilota automatico.
Come sospirato e ripetuto un numero patologicamente preoccupante di volte, tutto dipenderà dal reparto difensivo, vera e propria zavorra di una squadra sempre tradita dall’inettitudine dei suoi 11 difensori.
Con Burrow sano Cincinnati non può nemmeno sognarsi di saltare i playoff… tuttavia sono tre le stagioni consecutive concluse al termine di Week 18, un dato semplicemente inaccettabile per una squadra con un quarterback - e un attacco - del genere.
La massiva ricostruzione della difesa deve essere vista come una necessaria dichiarazione di serietà da parte di un front office consapevole della fortuna di essersi trovata fra le mani un quarterback del valore di Joe Burrow che, quando in campo, garantisce ai Bengals la possibilità di giocarsela punto a punto contro qualsivoglia reparto offensivo: provate a immaginare come sarebbe la loro vita in un mondo nel quale vincere partite segnando “solamente” una ventina di punti non fosse pura e semplice utopia di cui possono godere solamente le altre squadre.
Gli innesti di Dexter Lawrence, Boye Mafe, Jonathan Allen, Bryan Cook, Kyle Dugger e Cashius Howell rivoluzionano completamente un reparto che nel corso degli ultimi anni è costato ai Bengals l’opportunità di prendere parte ai playoff e, di nuovo, per tornare a prendere parte alla postseason non è necessario pretendere un rendimento da Legion of Boom, ma pura e semplice funzionalità.
Nel momento in cui la difesa dei Bengals riprenderà a giocare con un minimo d’amor proprio poche squadre avranno la potenza di fuoco necessaria per tenere il passo al reparto guidato da Joe Burrow che, però, dovrà trovare modo di eludere i maledetti infortuni che fino a questo punto della carriera lo hanno costretto a tre - su sei - stagioni nelle quali non ha saputo superare le 10 presenze.
Si sa, l’offseason è per i malinconici e gli ottimisti e dato che in questo articolo vivo in un mondo perfetto nel quale gli esiti di intere stagioni sono determinati dalla semplice somma delle parti, Cincinnati è ai miei occhi la vera favorita per il successo in AFC North in quanto squadra maggiormente migliorata nel corso dell’offseason.
Poi, trattandosi dei Bengals, questi ovviamente troveranno un modo per tirarsi la zappa sui piedi o, peggio, saranno afflitti da un nuovo acciacco di Joe Burrow, ma per deprimerci abbiamo a disposizione tutta la regular season, quindi permettetemi di affermare che questi, con un minimo di salute e decenza difensiva, possono tranquillamente essere annoverati fra i favoriti per rappresentare la AFC al Super Bowl.
Nel caso degli Steelers, invece, siamo alle solite.
Pure quest’anno non disponiamo di valide ragioni per mettere in dubbio le tipiche 9/10 vittorie e, soprattutto, pure quest’anno non disponiamo di valide ragioni per associarli alla vittoria ai playoff che li elude da oramai dieci anni.
Certo, proprio come la nemesi ubicata a Baltimore pure loro si presentano ai nastri di partenza guidati da un fantino nuovo di zecca, ossia l’usato sicuro Mike McCarthy, ma in luce della riconferma di Aaron Rodgers non ci sono particolari ragioni per guardare al 2026 - o, più in generale, al futuro - con chissà quanta esaltazione.
Pure quest’anno Pittsburgh sarà ragionevolmente competitiva confermandosi come antipatica gatta da pelare pressoché per chiunque, ma una volta ai playoff l’inadeguatezza di un roster sempre più vicino alla conclusione del proprio ciclo sarà messa davanti agli occhi di tutti senza alcuna pietà.
Stiamo pur sempre parlando dei campioni di division in carica, è vero, ma dall’alto del loro 10-7 devono essere visti come campioni in carica per necessità in una lega nella quale si possono vincere division anche con un numero di vittorie inferiore a quello delle sconfitte: molto semplicemente dopo tutti questi anni non posso che essere disilluso da una squadra diventata esempio di costanza e prevedibilità.
Sono sufficientemente talentuosi e disciplinati per raccogliere le vittorie gentilmente offerte da squadre poco serie prendendosi cura del pallone, generando turnover e mettendo a segno i punti strettamente necessari a vincere ma poi, quando l’asticella inevitabilmente si alza in postseason, tutti i loro limiti saranno sciorinati dall’avversaria di turno che li rullerà senza particolari difficoltà.
È oltremodo deprimente che una delle franchigie più storiche della lega sia diventata assuefatta alla mediocrità, o meglio, a questa sorta di mediocrità aurea perpetuata principalmente dall’incapacità di trovare un quarterback attorno al quale costruire una squadra sensata.
Potete stare certi che Rodgers si prenderà cura del pallone e che, con un supporting cast indubbiamente rinforzato, sarà in grado di garantire un rendimento offensivo tutto sommato soddisfacente che li aiuterà a segnare quanto basta per vincere una decina di partite… pure quest’anno.
Con Cam Heyward trentasettenne e T.J. Watt e Jalen Ramsey avviati a gran velocità verso il trentaduesimo compleanno, è chiaro che il reparto difensivo si trovi nelle battute finali di un ciclo che non ha portato ai risultati sperati e che quindi, fra non molto, la forza motrice di questa squadra verrà meno e Pittsburgh e sarà costretta a reinventarsi e, probabilmente, si troverà una volta per tutte nella posizione di vincere un numero di partite sufficientemente basso per garantirsi la possibilità di selezionare un quarterback di spessore al draft.
Non ho alcun dubbio che pure quest’anno gli Steelers vinceranno diverse partite e troveranno un modo per sgattaiolare ai playoff, ma avendo già visto questo film un numero insopportabilmente alto di volte non vedo ragioni sensate per sperare in un finale diverso.
Per forza di cose devono essere inclusi nella battaglia per la AFC North, sono pur sempre i campioni in carica nonché la squadra più costante della division, ma a questo punto a cosa serve continuare a vincere per poi perdere quando si è chiamati a dare un senso al proprio campionato?
Durante l’offseason si sono mossi piuttosto bene aggiungendo produttività e affidabilità tramite le acquisizioni di veterani di spessore come Michael Pittman Jr. e Rico Dowdle ma, di nuovo, con under center un Aaron Rodgers un anno più vecchio e nessun erede al trono designato è difficile approcciarsi alla regular season con chissà quanto entusiasmo.
Immagino che le speranze dei tifosi siano riposte nel rookie Drew Allar e nella sua abilità di prendere l’arte e metterla da parte apprendendo quanto più possibile da Rodgers, ma mi rendo conto che non sia affatto semplice propinare questo discorso a una fanbase già mortificata dai fallimenti dei vari Landry Jones, Mason Rudolph e Kenny Pickett.
La speranza è che in qualche modo McCarthy riesca a rendere fertile il terreno per il dopo-Rodgers e che, dal nulla, fra dodici mesi Pittsburgh si trovi fra le mani la tanto bramata soluzione under center che la sta condannando a espiare un’infinita pena nel vero purgatorio di questa lega, quello di cui sono diventati guardiani.
E infine ci sono i Cleveland Browns, pronti ad affrontare l’ennesimo anno zero con l’imperitura speranza che fra un po’, non si sa quando, piova dal cielo il quarterback capace di dare un minimo di senso al loro futuro.
Questo è il decimo anno che manco di rispetto al mio tempo libero provando a scrivere di football americano e, ogni volta che mi trovo costretto a trattare dei Marroni, la sensazione di essere ripetitivo assume contorni così nitidi da essere strappata dal campo d’esistenza delle sensazioni ed essere consegnata alla realtà.
Ciò che state per leggere non è un déjà vu, ma il loro stato dell’arte alla vigilia del campionato 2026: nuovo allenatore, una situazione under center che definire nebulosa sarebbe un eufemismo, un roster mezzo rivoluzionato ma tutto sommato talentuoso e, naturalmente, un bancale di scelte al draft attraverso le quali arrivare al maledetto quarterback.
A poco più di un mese dall’inizio delle ostilità i Marroni devono sciogliere l’annoso dubbio sul quarterback titolare e, al momento, il testa a testa è fra Deshaun Watson e Shedeur Sanders, il singolo giocatore che ha maggiormente compromesso il futuro di questa franchigia e un sophomore reduce da una stagione rookie l’esatto contrario d’esaltante: sì, Todd Monken è stato ingaggiato principalmente per la propria abilità di tirare fuori il massimo dai propri direttori d’orchestra, ma un conto è permettere a Lamar Jackson di metterci davanti alla miglior versione di sé stesso, un altro è ricavare un franchise quarterback fra Watson e Sanders.
E, tanto per cambiare, è un peccato che la franchigia marrone dell’Ohio si trovi ancora una volta in questa difficile posizione visto che, tutto sommato, il livello generale del roster è tutt’altro che basso.
L’addio di Myles Garrett ha tolto ai tifosi l’unica vera ragione per andare allo stadio e seguire con interesse la propria squadra del cuore - oltre alla semplice fede sportiva -, ma il pacchetto ricevuto dai Los Angeles Rams è più che interessante visto che le tre scelte importanti al draft e Jared Verse costituiscono un bottino a mio avviso soddisfacente per una squadra che se n’è fatta ben poco dei 125.5 sack accumulati dal prodigioso pass rusher. Comparare Verse a Garrett ora come ora non ha nessun senso, ma fidatevi di me, in due anni fra i professionisti Verse ha dimostrato di avere tutto il necessario per affermarsi come uno dei migliori pass rush della lega più prima che poi.
Vedete, in questo momento in cui il contraddittorio del campo si scorge a malapena all’orizzonte, il roster dei Browns mi piace da morire.
Mi piace da morire pure quanto fatto negli ultimi mesi poiché l’attacco ha assunto una forma davvero interessante grazie alla necessaria ricostruzione della linea d’attacco e agli innesti dei vari K.C. Concepcion e Denzel Boston, due rookie che vanno a dare manforte agli altrettanto giovani Quinshon Judkins e Harold Fannin Jr. che durante la stagione d’esordio hanno indubbiamente impressionato.
Ignorando per un attimo la dipartita di Garrett, ci si può serenamente definire incoraggiati pure dal reparto difensivo poiché oltre alla solita ottima secondaria può contare pure sul Defensive Rookie of the Year Carson Schwesinger e Mason Graham, due giocatori che con ogni probabilità quest’anno si affermeranno definitivamente come due fra i migliori interpreti della propria posizione di competenza.
Di motivi per sperare in un domani decisamente migliore non ne mancano, anzi, l’esatto contrario, ma a questo punto siamo troppo disillusi e stanchi per convincerci che la freschezza generale del roster basterà a sopperire all’assenza di un quarterback degno di nome: il 2025 ci ha dimostrato che si può vincere il Super Bowl con Sam Darnold under center, ma il rendimento di Darnold durante l’ultimo autunno è un qualcosa che i tifosi dei Browns possono solamente sognare.
In luce della deprimente situazione sotto il centro fatico a prospettare chissà quante vittorie, però resto convinto che quello che sta per iniziare possa essere un anno cruciale per il loro futuro in quanto avranno a disposizione un intero campionato per permettere ai giovani di accumulare vitale esperienza e, già che ci siamo, determinare quali siano effettivamente i pilastri dell’ennesimo nuovo ciclo tecnico.
Poi, dal momento che la vita nella sua monotonia riesce comunque a rivelarsi sorprendente, non posso escludere a priori che uno fra Sanders e Watson veda la Madonna e diventi la risposta che i Browns stanno cercando apparentemente da sempre, però scrivo di football da abbastanza tempo per aver sviluppato gli anticorpi nei confronti della speranza Marrone e non mi risulta affatto difficile prevedere l’ennesima stagione anonima da poche vittorie che però, come già detto, può essere impreziosita da virtuosismi individuali capaci di restituire al futuro la dignità necessaria per essere vissuto.
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