Non credo esista una division più chiara e, in un certo senso, prevedibile della AFC East: come annunciato sopra, due squadre hanno più che valide ragioni per ambire al Super Bowl, mentre per le altre due il draft del 2027 non può arrivare abbastanza in fretta.
Certo, il football americano è uno sport strano che ti costringe a trascorrere autunni a celebrare le resurrezioni sportive di gente come Geno Smith e Daniel Jones, ma non mi sembra di esagerare a definire un’eventuale qualificazione ai playoff di Jets e Dolphins come uno di quegli eventi così improbabili da costringerci a mettere da parte la cautela e promettere a chiunque ci stia ascoltando di rasarci/tingerci i capelli nel caso di una loro eventuale qualificazione ai playoff.
Anche se, in tutta sincerità, non me la sentirei proprio di lanciarmi in una di queste inutili scommesse - come se al nostro interlocutore importasse davvero dei nostri capelli - visto che sto pur sempre parlando della division che ha prodotto la più grande sorpresa dell’ultima stagione, i New England Patriots di Drake Maye, quelli arrivati a una partita - o a una corazzata, decidete voi - di distanza dall’alzare al cielo il Lombardi.
Il nostro viaggio non può quindi che partire da loro.
Con che aspettative accogliamo il 2026 dei New England Patriots?
Vedete, in un certo senso vincere è la peggior cosa che possa accadere a una squadra, poiché poche cose sanno creare assuefazione più velocemente della vittoria: dopo aver assaporato il dolce gusto del successo è difficile tornare indietro e qualsiasi sapore diverso verrà processato dal nostro cervello come rancido, vomitevole.
In quanto campioni di division e di conference in carica i Patriots sono intrinsecamente chiamati a ripetersi, ma non ho problemi a definire una simile aspettativa come ingenerosa: come si arriva a pretendere il Super Bowl da quella che è stata la rivelazione dell’anno?
In un certo senso il successo è una maledizione capace di corrompere anche la più razionale delle menti costringendola a creare aspettative folli ma qua, su questo sito che sito non è, si vuole mantenere un piglio il più possibile realistico.
Per me il 2026 dei New England Patriots sarà classificabile come successo in caso di qualificazione ai playoff e, giusto per dimostrare che quanto accaduto lo scorso gennaio non fosse stato figlio di un magnifico caso, una vittoria ai playoff.
Definire particolare l’ultima stagione sarebbe l’eufemismo del decennio visto che ci siamo trovati costretti a commentare la postseason senza menzionare Kansas City Chiefs, Baltimore Ravens e Cincinnati Bengals, tre fra le quattro squadre che alla vigilia erano universalmente considerate come le più verosimili candidate a rappresentare la AFC al Super Bowl: non mi aspetto che quanto appena rimembrato sia destinato a ripetersi e, per questo, i piani alti della AFC saranno molto più affollati.
Oltre agli inaspettati tentennamenti delle superpotenze, siamo stati deliziati da diversi accadimenti particolari, il più clamoroso dei quali è sicuramente stato l’esplosione di Drake Maye che da promettente rookie si è trasformato in legittimo candidato all’MVP, concludendo al secondo posto la corsa al più importante premio individuale - solamente alle spalle dell’infinito Matthew Stafford: insomma, se parlare di miracolo sportivo può suonare iperbolico mi sento legittimato a definire perlomeno improbabile questa serie di eventi.
Quella vissuta dai Patriots è stata una offseason tutt’altro che semplice inevitabilmente intorpidita dallo scandalo con protagonista Mike Vrabel, tuttavia se ci focalizziamo solamente sull’aspetto sportivo abbiamo molto di cui sorridere in quanto chi di dovere ha semplificato notevolmente la vita di Drake Maye andando a mettergli a disposizione Romeo Doubs e soprattutto A.J. Brown, due ricevitori che cambiano completamente la fisionomia del supporting cast a disposizione di un quarterback che ha brillato in condizioni ben meno scintillanti.
La mancanza di un vero e proprio WR1 durante lo scorso campionato ha stroncato sul nascere qualsivoglia malumore riguardante la distribuzione dei target, ma non ho alcuna voglia di provare a convincervi che la vita sia più semplice quando il go-to-guy del tuo reparto offensivo è Stefon Diggs a fine carriera piuttosto che A.J. Brown.
Tuttavia gli interventi più importanti sono arrivati lungo la linea d’attacco, reparto che di fatto è costato a New England l’atto conclusivo dell’ultima stagione.
Gli innesti di Alijah Vera-Tucker e Caleb Lomu aggiungono freschezza e qualità a una linea d’attacco che nel corso della postseason si è dimostrata incapace di proteggere adeguatamente Drake Maye che ha incassato 21 sack in quattro uscite in postseason; il giocatore più sotto pressione non può che essere Will Campbell, reduce da playoff che definire complicati sarebbe un eufemismo ma che può parzialmente essere giustificato dall’inesperienza e da acciacchi che lo hanno costretto a scendere in campo ben lontano dal proprio 100%.
Insomma, uno dei reparti offensivi più esplosivi della lega è stato sottoposto a delle migliorie che non solo dovrebbero permettere a Maye di riconfermarsi, ma addirittura di migliorarsi.
Anche il reparto difensivo è stato benedetto da un paio di aggiunte di qualità, prime fra tutte quelle di Dre'Mont Jones e Kevin Byard, due veterani che dovrebbero portare immediata stabilità nei reparti di competenza, anche se resto convinto che questa squadra fra pochi mesi patirà l’assenza di un pass rusher dominante da almeno 12.0 sack a campionato.
Nonostante quest’ultima constatazione resto convinto che la qualità media della difesa dei Patriots resti piuttosto alta grazie a individualità di assoluto livello come Milton Williams, Christian Barmore, i due sopracitati neoarrivati e il magnifico Christian Gonzalez che nel corso delle ultime due stagioni si è affermato come uno dei migliori cornerback in attività.
Quest’anno New England non potrà godere del lusso della sorpresa, in quanto farsi cogliere di sorpresa da quelli arrivati al Super Bowl è per forza di cose impossibile e, questo va sottolineato, il calendario che li attende sarà ben diverso da quello che non troppi mesi fa è stato analizzato e rianalizzato da milioni di appassionati che lo hanno eletto come principale responsabile dell’incredibile 14-3.
Riconfermarsi è terribilmente difficile, ma credo che il lavoro svolto in primavera basti a garantire alla squadra di Vrabel la possibilità di dare continuità a quanto di buono fatto durante il magico 2025, anche se ora come ora fatico a incoronarli come assoluti favoriti per la AFC: un’annata in bagarre è tutto quello che mi basterebbe per parlare di loro come squadra matura e, soprattutto, arrivata.
La preview che sto per dedicare ai Buffalo Bills sarà la più frustrante e al contempo ripetitiva dell’intera serie: attualmente non esistono squadre nel panorama sportivo americano costanti e frustranti quanto quella del penultimo-MVP Josh Allen.
Dal 2019 a oggi i Bills hanno infatti sempre preso parte ai playoff - comodamente la più lunga striscia in NFL - e, dal 2020, hanno sempre concluso la stagione con almeno 11 vittorie, un numero che certifica sia la loro intrinseca eccellenza che l’ovvia costanza di rendimento tipica delle squadre davvero grandi.
L’egemonia sulla AFC East è stata spezzata dai sorprendenti New England Patriots che, dal nulla, si sono inventati una prodigiosa cavalcata che li ha portati dritti al Super Bowl, riuscendo al primo tentativo a fare ciò che per Josh Allen e compagni si sta rivelando impossibile.
Non sono dell’idea che qualsiasi risultato diverso dal Lombardi coincida automaticamente con un fallimento, ragionando in questo modo in uno sport in cui non esistono coppe Italia, Europa League o Champions League ci troveremmo davanti a 31 fallimenti ogni maledetto anno, ma è fuori questione che, in luce della mancata qualificazione ai playoff della bestia nera di Kansas City, a gennaio i Bills si sono trovati fra le mani un’occasione forse irripetibile.
Ciò nonostante, Allen e compagni sono incappati in una devastante sconfitta ai supplementari le cui ripercussioni hanno spinto il front office a scaricare Sean McDermott, chiarissimo capro espiatorio messo alla porta da un front office che faceva sempre più fatica a tollerarlo.
Il cambiamento attuato da Buffalo non è radicale come può esserlo stato quello che ha stravolto Baltimore e Pittsburgh, in quanto a calcare la sideline troveremo Joe Brady, individuo che definire familiare con l’ambiente sarebbe un eufemismo: Brady è a libro paga dei Bills dal 2022 e ha enorme familiarità con Josh Allen, il reparto offensivo e, più in generale, qualsiasi cosa riguardi questa franchigia.
Chi di dovere ha ritenuto necessario attuare una piccola rivoluzione che, però, non andrà affatto a mettere a repentaglio la sopracitata continuità di una squadra che da settembre ai primissimi giorni di gennaio vince - quasi - più di chiunque.
La speranza è che la presenza di Brady possa permettere all’intero reparto offensivo di compiere un passo in avanti in modo da mettere Josh Allen nella posizione di non dover sempre e comunque indossare il mantello da supereroe, il principale responsabile dei suoi 4 sciagurati turnover al Divisional Round dell’ultimo campionato: questa eventualità consegnata alla realtà potrebbe essere tutto ciò di cui i Bills avranno bisogno per esorcizzare i demoni gennarini.
Siamo portati a credere che gli atleti siano delle macchine pressoché perfette in grado non solo di lasciarsi alle spalle i più avvilenti fallimenti della loro vita - sportiva -, ma pure di trarne preziosi insegnamenti, un po’ come Jannik Sinner dopo il Roland Garros del 2025, ma a differenza del nostro orgoglio nazionale Buffalo non sembra capace di instaurare un rapporto costruttivo coi propri demoni.
Credo che la sconfitta dello scorso gennaio in Colorado lascerà degli strascichi e sono genuinamente curioso di vedere come Joe Brady riuscirà a gestire una situazione a suo modo sia ideale che terribilmente delicata.
Finché c’è vita dovrebbe esserci speranza, chiaro, ma è inutile nascondersi dietro inutili sofismi, quella che si sono trovati fra le mani durante la scorsa postseason è stata la più grande opportunità mai avuta durante l’era Allen e chiunque ne è perfettamente consapevole e non possiamo dare per scontato che siano riusciti ad andare oltre.
Le novità non sono affatto numerose, ma negli ultimi mesi il GM Beane ha silenziosamente aggiunto veterani di spessore come D.J. Moore, Bradley Chubb, C.J. Gardner-Johnson e Dee Alford, tutta gente sufficientemente esperta su cui poter contare nei momenti più concitati della stagione.
L’innesto di Moore è a mio avviso il più intrigante di tutti poiché il suo stile di gioco si sposa perfettamente con ciò che i Bills amano fare, ossia generare yard dopo la ricezione: mi domando solamente se le sue caratteristiche non siano ridondanti con quelle di Shakir, altro ricevitore estremamente pericoloso con la palla fra le mani.
Sia quello che sia, l’aggiunta di Moore ha perlomeno innalzato ulteriormente il livello del supporting cast a disposizione di Allen che poteva già contare su uno dei migliori running back della lega, James Cook, è una linea d’attacco assolutamente dominante che, però, ha perso l’ottima guardia David Edwards.
Chissà se Keon Coleman sarà in grado di trovare riscatto dopo un più che tragico 2025…
La difesa quest’anno sarà guidata da Jim Leonhard, una delle giovani menti più brillanti in assoluto che, a detta di chi di football ne capisce per davvero, ha davanti a sé un roseo futuro come allenatore e che sarà chiamato a rinvigorire una run defense che durante lo scorso autunno è stata fin troppo generosa.
Affinché la storia non si ripeta e Josh Allen possa essere salvato da sé stesso - leggasi “la sua voglia di strafare” - sarà imprescindibile che la difesa cominci immediatamente a semplificargli la vita togliendogli di dosso il peso di dover portare a casa punti da ogni drive, lo stesso peso che si è palesato nel sanguinoso fumble di cui si è macchiato a Denver a pochissimi secondi dalla pausa lunga.
Vediamo cosa si inventeranno questa volta per spezzare il già martoriato cuore di una tifoseria che meriterebbe tutti i Lombardi di questo mondo perché, alla fine, il loro campionato inizierà solamente a gennaio.
Non me ne vogliano i tifosi di Dolphins e Jets, ma per forza di cose le ultime due presentazioni saranno decisamente più snelle delle precedenti.
Entrambe le squadre, infatti, sono accumunate dal poco lusinghiero destino di dover vivere il 2026 come una condanna da espiare, un ponte tibetano da percorrere - evitando, se possibile, di guardare giù - il più in fretta possibile per giungere sani e salvi dall’altra parte, ossia il draft dell’anno prossimo, quello che dovrebbe restituire un senso all’esistenza di queste due franchigie.
Con i Jets oramai siamo abituati, la loro inettitudine ha raggiunto vette tali per cui è a suo modo legittimo parlare di ricostruzione ogni anno, e ora ci troviamo di fronte al secondo capitolo di un nuovo - l’ennesimo - progetto tecnico senza particolari aspettative; i Dolphins, invece, constatato il fallimento dell’era Tagovailoa - e di riflesso McDaniel - hanno optato per un necessario repulisti che, in un colpo solo, li ha visti accogliere un nuovo quarterback, un nuovo allenatore e un nuovo general manager.
Trovandosi al secondo anno del progetto tecnico guidato da Aaron Glenn i Jets dovrebbero essere, a rigor di logica, in una posizione ben migliore rispetto a quella nella quale si trovavano dodici mesi fa, tuttavia… non ne sono poi così sicuro.
Geno Smith è un quarterback decisamente più affermato dell’insipido Justin Fields, ma il redivivo lanciatore di palloni è reduce da una stagione disastrosa ai Las Vegas Raiders e, a questo punto, siamo costretti a chiederci se l’arco narrativo della sua incredibile resurrezione abbia già raggiunto l’epilogo - anche perché a ottobre festeggerà il trentaseiesimo compleanno.
Per carità, ben figurare al comando dell’ultima versione dell’attacco di Las Vegas sarebbe risultato difficile pure al miglior Tom Brady, ma non è che il contesto offensivo nel quale dovrà operare a settembre prometta d’essere chissà quanto migliore.
La buona notizia ci è data dalla presenza di giovani di ottime speranze come le due scelte al primo round Sadiq e Cooper che, insieme a Wilson, Hall e Taylor, danno vita a un supporting cast perlomeno intrigante dall’enorme potenziale, ma a questo punto sono reduce da così tanti anni consecutivi di delusioni jetsiane che in tutta sincerità non dispongo più della voglia né di aspettarmi chissà che cosa, o anche solo qualcosa: questo è il decimo anno in cui occupo il mio tempo libero scrivendo di NFL e sono stato testimone diretto dei fallimenti di Sam Darnold e Zach Wilson, quindi non credo di avere particolari ragioni per dichiararmi ottimista.
La situazione è ben più interessante lungo il reparto di competenza di coach Glenn, la difesa, rivoluzionata da un’ondata di nuovi arrivi come il massiccio T'Vondre Sweat, David Onyemata, l’immortale Demario Davis, Joseph Ossai e Minkah Fitzpatrick che faranno compagnia ai rookie David Bailey e D'Angelo Ponds: chissà che quest’ennesima ondata di novità non si riveli essere quella giusta, quella capace di aiutare New York a voltare finalmente pagina e riassaggiare il sapore della competitività.
Come avrete intuito, non nutro chissà quali aspettative nei loro confronti, però devo dirvi che chi di dovere sta allestendo un’apparentemente buona infrastruttura per chicchessia quarterback del futuro: ebbene sì, in una lega nella quale il tanking non può per forza di cose esistere, New York sarà costretta a vincere il minor numero possibile di partite per garantirsi il nuovo potenziale franchise quarterback.
Sono altresì curioso di vedere se i piani alti concederanno un’ulteriore possibilità a Glenn il quale con ogni probabilità durante il prossimo autunno non collezionerà chissà quante vittorie poiché, pure in questo caso, la parola d’ordine è continuità: navigare a vista di biennio in biennio con una squadra così lacunosa non ha alcun senso, prima di metterlo alla porta sarebbe il caso di dargli un’opportunità di fallire con una squadra degna di tale nome.
Come già anticipato, i Dolphins si preparano ad affrontare un anno zero che, in quanto tale, non dovrebbe portare in dote troppe soddisfazioni.
Stiamo parlando di una squadra che ha deciso di ripartire da capo e che durante l’ultimo weekend d’aprile ha accolto 13 giocatori dal draft, serenamente il numero più alto in assoluto: il prossimo autunno deve essere visto come una grandissima audizione per un numero impressionante di giovani per un ruolo nel futuro di questa franchigia.
Va da sé che in luce della bassissima età media e di un livello tecnico non particolarmente esaltante - almeno per ora - risulta molto difficile prevedere chissà quante vittorie, ma come mi sto già stufando di ripetervi non sarà sicuramente il numero di vittorie a sancire l’esito del loro campionato.
Sono estremamente intrigato da Malik Willis che, finalmente, avrà l’opportunità di dimostrare il proprio valore come quarterback titolare.
Nei due anni trascorsi ai Green Bay Packers si è guadagnato il titolo di miglior quarterback di riserva della lega, rispondendo presente ogni volta in cui è stato interpellato. Certo, il reparto offensivo dei Packers è di caratura ben diversa da quello dei Miami Dolphins che, Achane a parte, possono vantare il reparto offensivo più deprimente della lega: al momento i ricevitori a disposizione di Malik Willis rispondono al nome di Tutu Atwell, Jalen Tolbert, Malik Washington, Chris Bell, Kevin Coleman Jr. e Caleb Douglas.
Gli ultimi tre ragazzi appena sciorinati sono rookie, quindi immagino che necessiteranno di tempo per acclimatarsi al football professionistico.
Spero che la depressione tecnica appena elencata non finisca per sabotare l’esperimento Willis, sarebbe un vero peccato che un ragazzo così promettente che si è costruito con le proprie mani la tanto agognata possibilità di dimostrare il proprio valore fallisse a causa del disastrato contesto nel quale è stato calato.
Sono piuttosto convinto che il front office di Miami nutra aspettative realistiche nei suoi confronti e che, per questo, non si aspetti un’annata da franchise quarterback, ma in luce degli enormi miglioramenti palesati durante il biennio in Wisconsin mi sarebbe davvero piaciuto vederlo al comando di un reparto offensivo ben più forte. Poi, siccome in questa lega mai nulla è scontato, non mi stupirebbe affatto trascorrere l’autunno a tesserne le lodi per il miracolo suo e, di conseguenza, dei Miami Dolphins, ma ora come ora sono convinto possiate comprendere il mio scetticismo.
Da nessuna delle due squadre mi aspetto più di sei-o-sette vittorie, ma come già abbondantemente detto non sarà il numero di vittorie il metro di giudizio del loro operato autunnale: il 2026 deve essere utilizzato per permettere ai tanti giovani di accumulare esperienza e, già che ci siamo, farsi un’idea un po’ più precisa sui giocatori attorno ai quali valga la pena costruire i successi del futuro in modo da ricominciare a dare fastidio a Bills e Patriots che si preannunciano destinate a dare vita a una corsa a due per lo scettro divisionale.
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