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Il Capitale - di Marco Liera · Aug 16, 2026

Il mio romanzo in sei puntate: Mediterraneo 2020 (4/6)

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Marco Liera · Il Capitale - di Marco Liera

Qui la prima puntata

Qui la seconda puntata

Qui la terza puntata

“Non vanno bene questi colori. Dobbiamo puntare molto di più sul bianco, al massimo aggiungiamo dell’azzurro, in linea con le costruzioni tipiche dell’isola.”

“Hai fottutamente ragione Vittoria. Non capisco perché il tuo capo abbia certi gusti e - quel che è peggio - mi abbia fatto queste proposte.”

“Perché è troppo abituato ad assecondare o addirittura anticipare clienti che vogliono qualcosa di speciale. D’altra parte, cosa ti aspetti da uno che a 62 anni si tinge i capelli, per di più con il riflesso mirtillo?”

Era ad Allagi solo da un paio di giorni, arrivata poco dopo gli elettricisti bergamaschi. Ma erano stati sufficienti a Trafficone per creare una buona intesa con l’architetta Vittoria Li Calzi. Palermitana, 33 anni, lavorava nello studio che aveva disegnato il progetto del resort. Era stata mandata sull’isola su richiesta di Trafficone “perché i vari fornitori non facessero casini.”

Il quale Trafficone aveva già annusato in lei una ragguardevole distanza dalla noia. Che per lui era stato il faro, il criterio-chiave nella scelta delle sue pochissime donne “importanti” (quelle con le quali aveva resistito più di una settimana, per capirsi).

D’altra parte, la vita è troppo breve per potersi annoiare più di cinque minuti. Chi l’aveva detto? Forse l’avvocato Agnelli, il quale era stato mitizzato dal Gianni – che aveva piacere di condividerne il nome - quando erano giovani. E la noia è un concetto molto personale. Ti puoi annoiare a morte ripetendo all’infinito una attività potenzialmente adrenalinica, come era stato eseguire ordini di Borsa per Trafficone quando lavorava per conto terzi.

Lato Vittoria: Trafficone non era fisicamente il suo ideale di uomo. Era alto, ma in sovrappeso secondo i suoi standard. Ma le trasmetteva molta più sicurezza della maggior parte dei coetanei con i quali era stata. L’aveva colpita il fatto che lui non fosse presente sui social media. “Sono a-social, o almeno: lo sono diventato da un po’ di anni dopo una sperimentazione iniziale. Quella curiosità morbosa sulla vita degli altri, quel mostrarsi sempre fighissimi anche se fai una vita di merda, tutti comportamenti tipici dei social, non mi interessano.” Una posizione che strideva con quella di una moltitudine di 20/30/40enni che lei frequentava, con i quali la maggior parte dei rapporti si svolgeva soprattutto digitalmente (Ci messaggiamo era la proposta erotica più diffusa che le capitava di ricevere). Poi era affascinata dall’idea di provarci con un uomo maturo, ma allo stesso tempo fuori dagli schemi e sufficientemente misterioso. E - perché no? - economicamente realizzato.

“Come mai hai scelto Allagi tra tutte le isole quando sei fuggito da Milano?”

“Sono arrivato qui per la prima volta una ventina di anni fa, nella mia fase zingara e giramondo, dopo che avevo mollato il lavoro. Avevo letto qualcosa di Allagi su un libro qualche anno prima. Qui, dove ho costruito la mia villa, non c’era un cazzo, nemmeno una strada di collegamento con il porto. Una sera al tramonto mi sono arrampicato qui sopra, mi sono seduto, mi sono acceso un sigaro e ho cominciato a guardare il mare, cosa che faccio ancora ogni tanto. E niente. Non ti so descrivere con precisione cosa sia successo. Sta di fatto che non mi sono praticamente più mosso di qui.”

“Ogni quanto torni a Milano?”

“Sempre meno, e sempre per meno tempo.”

“Ma non ti senti solo qua, d’inverno non ti prende la depressione?”

“Scherzi? L’inverno è il periodo migliore. L’unico in cui vado in spiaggia. D’estate me ne sto alla larga. Ma sai qual è la cosa più divertente?”

“No, dimmi.”

“Quando sono arrivato qui ad Allagi ero in compagnia di un mio amico, Fabio. Uno con cui avevo lavorato insieme anni prima in Borsa. Eravamo una coppia perfetta di traders: io operavo di pancia, lui, molto analitico avendo la sindrome di Asperger, di testa fine. Quanti bingo abbiamo fatto! Anche lui aveva mollato il lavoro precocemente e con un bel po’ di soldi, e aveva cominciato a girare il mondo, facendo qualche tappa con me. Ogni tanto spariva. Quando io ho deciso di fermarmi qui, lui mi guarda, ci pensa un attimo e dice: “Beh, tu resta pure, io sceglierò un’altra isola.” Tipico del Fabio.”

“E dove è andato a finire?”

Trafficone si alza e va verso la finestra. “Vieni qua. Vedi laggiù, sulla destra dell’orizzonte? Quell’isola si chiama Diafygi, ed è meno abitata di questa. E sai cosa vuol dire Diafygi?”

“Diafygi… no è passato troppo tempo dal liceo classico, non lo so.”

“Fuga. E la sua decisione mi ha insegnato una cosa molto importante: che c’è sempre una fuga (diafygi) ulteriore dietro ogni cambiamento (allagi). L’ennesima conferma che nella vita tutto è relativo. Che se accetti un cambiamento devi essere pronto a cambiare ancora.”

“Ma vi vedete ancora?”

“Certo! Lui si è felicemente sposato, ha avuto tre figli. Ha trovato un suo equilibrio rispetto a prima, quando le sue relazioni umane erano imprevedibilmente off o on. Ogni tanto mi dice: “Dai, facciamo qualcosa insieme come ai vecchi tempi.” Ma io devo costruire il mio resort, gli dico.”

Devo??? Un concetto inaccettabile per un uomo libero come te.”

“Hai ragione. Mi sono tradito.”

A due giorni dal ritorno programmato, le notizie provenienti dall’Italia, e in particolare da Bergamo, erano sempre più angoscianti. La pandemia stava facendo una strage, e il sistema sanitario era al collasso. Attilio radunò la squadra, dopo aver parlato con il suo socio Matteo.

“Ragazzi, Matteo ha sentito l’agenzia viaggi. Il nostro volo di ritorno è stato cancellato.”

“Come, cazzo?”

“Il nostro e tutti gli altri. Non c’è modo di tornare in Italia. Pure i traghetti sono bloccati.”

“E il prossimo volo?”

“Non si sa. Li stanno cancellando tutti, e l’agenzia in ogni caso ci ha sconsigliato di pagare anche per quelli che sono apparentemente prenotabili.”

“Che cazzo facciamo?”

“Per ora restiamo qua.”

“Io ho la mia famiglia che mi aspetta!” esclamò Cavallo.

“Tutti abbiamo una famiglia che ci aspetta, cazzo! Io ho pure un padre già in ospedale per ‘sto maledetto virus” gli rispose Attilio.

“E il lavoro?”

“I nostri cantieri in Italia sono stati chiusi. Non rientrano tra le attività essenziali.”

“E lo stipendio?”

“Cercheremo di anticiparvi la cassa integrazione. Non posso darvi certezze per ora. Dipende anche da Matteo, dalla nostra situazione di liquidità, dalle banche. Però vi posso confermare il mio impegno.”

Attilio fece una pausa, poi riprese.

“Ah, ovviamente qui vitto e alloggio saranno a carico della ditta. Fino a quando ci saranno le condizioni per tornare in Italia.”

*****

La telefonata era diventata tesa.

“Attilio, non voglio sentirne parlare.”

“Matteo, sono ottimi ragazzi, lo sai. Non si sono mai tirati indietro.”

“Tutte le altre ditte che ho sentito non anticipano un cazzo. Sono tutti incazzati neri per il blocco dell’attività, figuriamoci se sono disposti a sobbarcarsi la cassa integrazione.”

“Come ben sai, se io e te, e prima ancora mio padre, avessimo sempre copiato i nostri concorrenti, non avremmo mai avuto dei bravi dipendenti con anzianità, fedeltà ed esperienza come i nostri.”

“Stavolta si tratta di non essere coglioni. Poi ci vai tu in banca a chiedere di finanziare il fermo dell’attività con il pagamento di ciò che non è contrattualmente dovuto ai dipendenti?”

“Matteo, ho una notizia da darti. Stavolta sono io la banca. Faccio io un prestito soci in modo tale che la ditta abbia da subito le risorse per anticipare la cassa integrazione ai nostri dipendenti.”

Matteo restò senza parole.

“Matteo, mi senti?”

“Sì, sì ti sento… mah, vedi un po’ tu. Però non chiedermi di prestare soldi alla società a mia volta. Ho delle scadenze in ballo per la casa, la nuova BMW…”

“Matteo, non ti disturbare, ci mancherebbe. Dirò ai ragazzi che facciamo 50-50 anche stavolta, così eviterò che ti mandino a fare in culo.”

*****

Manolis, come diceva Trafficone, era uno di quelli laureati alla facoltà del bullshit detecting. Difficile fregarlo. Fisicamente, poteva sembrare benissimo uno dei protagonisti dei Sopranos. E gli piaceva un sacco questo accostamento. Era uno dei 12mila allagiani che erano emigrati negli Stati Uniti, un numero enorme se si pensa che i residenti di Allagi sono ufficialmente 6mila. Come altri emigrati, aveva fatto ritorno ad Allagi per aprire una taverna sul posto senza chiarire bene cosa avesse combinato negli USA. E come altri emigrati, parlava un inconfondibile slang greco-americano arricchito qua e là da espressioni colorite italiane. Quando gli chiedevi “Come va Manolis?” in qualunque lingua, lui ti rispondeva sempre “Same shit.” Quando poi Trafficone andava a pranzo o a cena da lui, davano vita a degli eleganti siparietti.

“Manolis, non ci portare la solita merda stasera, ho degli ospiti importanti, i miei amici bergamaschi che sono costretti a stare qui causa virus, pensa te che sfiga.”

“You Motherfucker Malaka!

*****

Trafficone invitò a cena alla taverna di Manolis gli elettricisti dopo che seppe della loro permanenza forzata.

“Forzata e improduttiva” sottolineò Attilio. “Il nostro programma di lavoro sul tuo resort lo concludiamo domani. Da dopodomani, siamo nullafacenti ad Allagi, senza sapere per quanto tempo.”

“Mentre a casa nostra, in provincia di Bergamo, i nostri vecchi muoiono di coronavirus a migliaia, dimenticati in qualche ospedale” aggiunse Sammy.

“Senza contare quelli che muoiono a casa perché in ospedale non c’è posto.”

“Senza contare che non muoiono solamente i vecchi.”

“E muoiono perché non riescono più a respirare. Una fine orribile.”

“Muoiono in tanti perché gli amministratori che avete eletto non hanno voluto chiudere subito le fabbriche per fermare il contagio. La vostra è una zona industriale, con molti scambi con l’estero, terreno ideale per la diffusione del virus” commentò Trafficone.

“Aspettavano che la decisione di chiudere le fabbriche la prendessero a Roma” rispose Attilio.

“E già, per non prendersi la responsabilità. Il solito scaricabarile.”

“Chissà se un giorno sapremo veramente come è andata.”

Trafficone chiese a Manolis la bottiglia di armagnac del 1965 per condividerla a fine cena con i suoi ospiti.

“Lavoro, lavoro, lavoro. Come dite voi? Mòla mia! E invece no. Bisogna mollare, ragazzi! Quando c’è un’epidemia bisogna fermare tutto subito.”

Si fermò un attimo per sorseggiare l’armagnac, e poi aggiunse: “E comunque bisogna mollare il lavoro prima o poi per scoprire che nella vita c’è altro.”

“Ha parlato lui che da 20 anni non fa un cazzo!” lo apostrofò Cavallo. “Noi abbiamo famiglie da mantenere, non siamo degli arricchiti fancazzisti come te!”

“Non faccio un cazzo da 20 anni se interpreti il lavoro come una attività per prendere uno stipendio. Per me questa si chiama schiavitù, non lavoro.”

“È grazie a schiavi come noi che campano parassiti come te!”

“Parassita? Io scopro società sopravvalutate in Borsa rischiando i miei soldi a vantaggio di tutto il mercato e tu mi chiami parassita? Io – sempre rischiando i miei soldi – costruisco un resort dando lavoro a gente come te e i tuoi colleghi, e tu mi chiami parassita?”

“Parassita, speculatore, affarista, fai un po’ te!”

Attilio cercò di calmare Cavallo.

“Attilio, lascia stare. Voglio fare una pacata riflessione su quello che ha detto Cavallo. Ah, mi ero dimenticato: salute a tutti!”

“Salute!”

“Vedete, un sacco di gente preferisce avere uno stipendio regolare in cambio del proprio lavoro. È disposta a rinunciare a una buona fetta della propria libertà per questo. Io invece appartengo alla categoria di quelli che lavorano – con flessibilità e libertà – per avere un ritorno interessante solamente in un futuro indeterminato. Chiaro che in questo caso occorre essere in grado di aspettare a lungo, e affrontare tanta incertezza. Un po’ come fanno, o meglio facevano i paparazzi.”

“Cioè?”

“Ai bei tempi un paparazzo stava giornate e settimane in attesa di fotografare la diva che si abbandonava nelle braccia del suo amante di turno, magari in topless. Giornate, settimane perdendo tempo e soldi, per arrivare al colpo grosso.”

“Però per partire devi avere tanti soldi da parte, altrimenti come fai a mantenerti?” argomentò Attilio.

“I soldi da parte sono il cosiddetto fuck you money. La riserva che ti consente di lasciare il tuo lavoro stipendiato. Si può costruire nello stesso modo, a poco a poco. Volete sapere come l’ho fatto io?”

“Spacciando droga?” provocò Cavallo. “D’altra parte, mi pare che a Milano ti avessero soprannominato Trafficone per questo.”

“Ti correggo. Se fossi stato uno spacciatore mi avrebbero chiamato trafficante. Invece mi sono sempre dato da fare in modo, diciamo, alternativo agli stipendiati. Ma traffici leciti, sempre. Comunque, per la cronaca, quel soprannome me lo diedero a 15 anni quando mi misi a intermediare motorini di seconda mano. Compravo Ciao, Bravo e Garelli usati dai ragazzi del centro che li sostituivano con la Vespa 125 per rivenderli nelle periferie.”

“Va bene, e oltre ai motorini, quali sono stati i tuoi traffici?”

“Torniamo al mio fuck-you money. Allora, io comincio a lavorare come operatore di Borsa alla MilanoFin all’inizio del 1987. Cosa succede nell’ottobre di quell’anno?”

“Mi pare di ricordare che ci fu un crollo di Borsa” rispose Attilio.

“Proprio così. E siccome io avevo delle posizioni al ribasso a Wall Street, realizzai il mio primo bottino.”

“E poi?”

“Il secondo fu nel 1992, con la svalutazione della lira, sulla quale avevo delle posizioni short contro marco tedesco e dollaro.”

“Come mai scommettevi contro la lira?”

“Vedi, il mio collega e fratello Fabio con cui stavo spalla a spalla nella sala operativa, aveva fatto uno scambio universitario in Germania, in cui aveva conosciuto un tizio che poi è andato a lavorare al ministero delle Finanze tedesco. Questo tizio ci aveva sussurrato che esisteva un documento riservato del 1974 in cui la banca centrale tedesca, la Bundesbank, aveva il diritto di auto-esentarsi unilateralmente dall’obbligo di sostenere con i propri acquisti le valute più deboli dell’Unione Monetaria come la lira. Cosa che poi avvenne nel settembre del 1992, causando il crollo della lira.”

“Chissà quanti soldi avrà fatto la gente che conosceva quel documento!”

Trafficone offrì un sigaro a tutti dopo essersene acceso uno.

“Hai capito molto bene Attilio. Noi siamo stati solo dei modesti volpacchiotti aggregati a un branco di lupi predatori ben informati molto più grandi di noi.”

“Ma non perdevi mai?”

“Certo che perdevo, così come perdo anche oggi. Ma si tratta di piccole, ripetute perdite sulle posizioni ribassiste, nell’attesa di fare un home-run come si dice nel baseball. Il mio capo, il dottor Reati, mi aveva insegnato una cosa molto semplice: quando i mercati salgono, lo fanno gradualmente. Quando scendono, lo fanno violentemente. C’è una asimmetria da sfruttare.”

“E perché non ti sei messo a gestire i soldi di altri visto che sei così bravo?”

“Ci ho provato con un family office che me l’aveva chiesto. Ma alla fine ho restituito tutti i soldi che mi avevano dato, coprendo personalmente le piccole perdite realizzate, perché la quasi totalità degli investitori non ha la pazienza per portare avanti questa strategia. Come vi ho detto, la gente vuole guadagnare regolarmente, magari poco, magari cedendo la propria libertà. Solo pochissimi sono capaci di aspettare.”

“E dopo il 1992?”

“Per completare il mio fuck-you money ho atteso il 1997, quando c’è stato il crollo dei mercati emergenti. A quel punto io e Fabio ci siamo ricordati della regola numero uno del poker.”

“Quale regola?”

“Che il tavolo da gioco si lascia quando si sta ancora vincendo.”

“Quindi?”

“Quindi abbiamo salutato tutti, e con percorsi diversi ci siamo messi a girare il mondo.”

Trafficone si fermò per un attimo per accendersi il sigaro e compiacersi dell’attenzione che aveva catturato tra i commensali, complice il carico alcolico complessivo della serata. Cercò nella mente una chiusura a effetto.

“Ragazzi, vi dico questo: la crescita economica è una cagata pazzesca, e la decrescita felice una cagata ancora peggiore. Ciò che conta è vivere dignitosamente senza mai finire in rovina.”

*****

“Ma il tuo ultimo fidanzato, se non sono indiscreto?” chiese Trafficone a Vittoria.

“Era uno che lavorava in una start-up del fintech, sai quelli dei pagamenti digitali. Completamente esaurito. Dai ritmi infernali di lavoro e dal clima di esaltazione continua per quello che stanno facendo. Mi diceva che è una cosa abbastanza diffusa tra le aziende del digitale. Il suo capo lo chiamava anche alle tre del mattino, dandogli degli obiettivi per le otto e mezza. E lui gli rispondeva pure al telefono! Insomma, dopo un anno e mezzo così, immaginati con quale spazio per il sesso e altri piaceri della vita, l’ho mollato.”

“E lui cos’ha fatto, si sarà mica suicidato?”

“Noooo! Però si è dimesso da quella gabbia di esauriti ed è partito per Goa, dove tra una canna e l’altra fa yoga e meditazione trascendentale. È lì da sei mesi, mi ha detto che ha ritrovato se stesso. Sono contenta per lui. Ma non è il solo del suo ambiente a fare così: periodi di totale sodomizzazione lavorativa alternati a fasi di liberazione della mente sono abbastanza frequenti. Ma sai qual è la cosa più divertente?”

“No, dimmi.”

“Che mi raccontava che nel loro team un sacco di gente completamente schiavizzata, che lavora davanti al computer, mangia davanti al computer e dorme davanti al computer, attacca sullo schermo del computer il post-it con la famosa esortazione di Steve Jobs: Stay foolish, stay hungry.”

“Nooooo!”

“Siiiii! Ora tu mi devi dire che minchia hai di foolish a lavorare come uno schiavo in quelle condizioni. Sei solo un cojjone, non sei foolish! “

“Ahah, hai ragione.”

“Che poi voglio dire: sono schiava anch’io, per ora, ma almeno non metto certe stronzate sul mio PC.”

“Ascolta ti devo chiedere una cosa: prova a dire coglione con la gl e non cojjone alla palermitana.”

“Coglllliooone! (urlandoglielo in faccia) Va mejjo così?”

*****

Trafficone e gli elettricisti bergamaschi, in particolare Attilio, Cavallo e Ferruccio in quei giorni di marzo si vedevano frequentemente. Una mattina si incontrarono giù al bar del porto, con il sole che già li invitava a mettersi in maniche corte. Trafficone si presentò accompagnato da Vittoria, causando sorrisini compiaciuti tra i bergamaschi.

“Certo che questi allagiani non hanno voglia di fare un cazzo” disse Cavallo dopo aver ordinato un freddo cappuccino.

“Perché lo dici?” chiese Trafficone.

“Li vedo molto di più al bar che a lavorare.”

“Vedi Cavallo, anch’io litigo da anni con loro e non è un caso che il mio resort venga costruito da te e altri italiani, con materiali prevalentemente italiani. Ma è ovvio che tu e loro abbiate aspirazioni diverse. Tu lavori molto per accumulare ricchezza senza godertela, loro lavorano il minimo indispensabile per godersi la vita giorno per giorno.”

“Il minimo indispensabile? Nemmeno quello fanno! Li mantiene l’Unione Europea con i nostri soldi! L’hai detto tu che il fallimento della Grecia del 2012 qui non si è mai sentito.”

“Sì, perché è un’economia che gira a basso regime. Qui basta poco per campare dignitosamente, da almeno duemila anni. Non vivono in grandi ville, non guidano auto di lusso. Ti bastano 20mila euro per comprare una casa in uno dei paesi in collina. Quasi tutti hanno un orto, molti pescano. Il turismo ha creato un modesto benessere diffuso. Nel frattempo, molti sono emigrati, con varia fortuna, soprattutto negli Stati Uniti e in Australia. L’Unione Europea ha fornito aiuti, ma vogliamo parlare di quelli che sono stati dati all’Italia e non sono mai stati utilizzati per colpa della burocrazia di vari uffici pubblici parassitari?”

“Beh, io ne so qualcosa” intervenne Vittoria. “Mio padre è stato per anni dipendente in un ente regionale a Palermo che doveva gestire finanziamenti pubblici. Quando cercava di impegnarsi, veniva guardato male. Ha smesso di lavorare a 57 anni andando a prendere una pensione uguale al suo precedente stipendio. Io in compenso ho dovuto lavorare in nero per anni in uno studio vicino a Venezia dopo la mia laurea in architettura.”

Cavallo restò in silenzio. Trafficone mescolava la crema del suo cappuccino, sornione. “Hai sentito, Cavallo?”

“Ho sentito. Io ho sempre lavorato duramente, a me basta questo.”

“Anch’io” lo interruppe Attilio. “Sono 28 anni che mi faccio il culo, sabati e domenica inclusi, per aiutare i muratori a costruire la mia villa con piscina. Ora, per la prima volta non ho un cazzo da fare e sapete che c’è? Non mi sento perso, e anzi ricomincio a respirare.”

*****

Trafficone guardava Vittoria che si era alzata dal letto. Da dietro, capelli lunghi neri e un fantastico stacco coscia. Quello che il Gianni definiva uno stacco bastardo. Bastardo perché generalmente fa incazzare le altre donne. Ma per Trafficone l’intrigo nasceva da altro. Anche da un fiore tatuato sulla spalla che lo incuriosiva.

“Cosa mi rappresenta questo?”

“È un tarassaco, altrimenti detto soffione.”

“Perché hai scelto proprio quello?”

“Per come si rafforza e si riproduce grazie alle avversità.”

“Ossia?”

“Sai tutte quelle spore filamentose, che se ci soffi sopra volano via, è divertente farlo, no? Ecco, pensa che quando c’è vento forte, lo stesso vento che può piegare e distruggere molte altre piante, queste spore volano via, e a mo’ di paracadute si depositano in posti lontani dove nascono nuovi fiori.”

“L’antifragilità.”

“Proprio così. Significa prosperare nelle difficoltà, non solamente resistere. Rafforzarsi con quello che può uccidere gli altri. Il principio che cerco di applicare nella mia vita. Non so se hai mai visto il film Il Danno di Louis Malle.”

“No.”

“La protagonista, impersonata da Juliette Binoche, dice: chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere.”

“E tu che danno hai subìto?”

“Fatti i cazzi tuoi. Piuttosto, che ne dici se ci facciamo una bella canna post-scopata?”

“Approvato!”

“Però con una musica adatta.”

“Cosa proponi?”

“Adesso ti faccio sentire.” Vittoria prese il suo smartphone, e con il bluetooth attivò le casse della camera da letto di Trafficone.

“Ahhhh… Comfortably Numb dei Pink Floyd! Scelta raffinata, complimenti. Ma come cazzo fai a conoscerla? Non eri ancora nata quando è uscita!”

“Ti sorprendo, vero?”

“Sì”

“Ed è solo l’inizio.”

“Mi piace l’idea.”

“Dai rolla ‘sto cannone!”

*****

Sammy da giorni aveva cominciato a fare una corte serrata a Danae. Aveva avuto il via libera di Trafficone, che gli aveva detto: “Accomodati pure. Io non ti ostacolerò di certo. La mia regola imprescindibile è: mai con una dipendente!” Lui single, lei pure, entrambi propensi a intraprendere legami brevi e poco impegnativi, sembravano un accoppiamento naturale per uscire dalla noia della permanenza forzata ad Allagi. Almeno così pensava Trafficone, che provava un sottile piacere nell’agevolare o addirittura organizzare incontri a sfondo romantico-erotico (qualunque aspetto tra i due venga per primo).

Invece un giorno, verso il tramonto, accadde che Danae si era messa a collegare una delle prese elettriche del resort per fare delle prove di illuminazione per quella sera. L’operazione non era sfuggita a Vincenzino, che passava di lì per raggiungere gli altri al porto e si fece avanti.

“Se vuoi, ti posso aiutare.”

“Grazie, sei molto gentile.”

“Vedo che non sei inesperta in fatto di impianti elettrici.”

“Vero. Sai, nella mia carriera sono stata abituata ad arrangiarmi.”

Insieme fecero i collegamenti necessari, con Danae che ascoltava i consigli di Vincenzino. Finito il lavoro, visto che cominciava a tirare un po’ di vento freddo, Danae decise di invitare Vincenzino nel suo studio.

“Dai, vieni che ci facciamo un aperitivo, ti voglio ringraziare per l’aiuto che mi hai dato.”

Vincenzino, un po’ sorpreso per l’invito, accettò. “Aspetta solo che chiamo i miei colleghi e gli dico che arriverò in ritardo.”

Una volta dentro, Danae chiese dieci minuti per rinfrescarsi e cambiarsi. “È da settimane che indosso solo vestiti casual, almeno stasera vorrei sembrare una donna.”

Rimasto solo, Vincenzino cominciò a guardare le foto che stavano su una scrivania. Su una di queste, riuscì a distinguere una giovanissima Danae al mare insieme a quelli che potevano essere i suoi genitori e i suoi fratelli.

“Sono l’ultima di quattro figli. Quelli che vedi sono i miei tre fratelloni” disse Danae sopraggiungendo alle spalle di Vincenzino. Il quale si girò e non fece a meno di notare quanta femminilità potesse esprimere Danae con un semplice tubino, i capelli sciolti, un filo di trucco e un paio di sandali con tacco basso.

“Che coincidenza – esclamò Vincenzino – anch’io ho quattro figli!”

“Ah, complimenti!... come si chiamano?”

“Virginia, Filippo, Andrea, Patrizia.”

“Io ho un bellissimo ricordo della mia famiglia…. Ah, che cocktail preferisci?”

“Tu cosa prendi?”

“Io un Negroni.”

“Negroni anche per me.”

“La mia era una famiglia certamente non benestante, ma molto dignitosa.”

“Anche noi cerchiamo di vivere così. A casa entra solamente il mio stipendio, ma mia moglie è molto brava nel riservare ai ragazzi la giusta educazione, e anche a sopperire alle mie assenze. Io cerco il più possibile di recuperare quando sono presente.”

“Mio padre – disse Danae mentre versava il bitter nei bicchieri – ti assomiglia in questo. Era molto in giro per lavoro, ma quando tornava a casa, con lui avevamo dei momenti molto intensi, e memorabili.”

La conversazione andò avanti sulle storie delle rispettive famiglie. Trovarono ancora molti punti in comune, e nel frattempo entrambi avevano finito il loro Negroni. A quel punto Danae gli disse: “Mi piacerebbe fare un secondo giro di Negroni, ma tu devi raggiungere i tuoi colleghi.”

Vincenzino fu colto alla sprovvista. La sua vita degli ultimi anni era stata lavoro-famiglia-lavoro e poco altro. Lontanissimi i tempi pre-matrimoniali in cui aveva coltivato la compagnia di donne diverse da sua moglie, alle quali ogni tanto ovviamente gli capitava di ripensare. La scelta di avere una famiglia numerosa non aveva affatto azzerato le sue fantasie. Ma non aveva certo il modo e il tempo di sperimentare alcunchè stando a Sgobbate. Ad Allagi le cose erano diverse: la lontananza dalla famiglia, la mancanza di impegni, l’impossibilità temporanea di tornare a casa. Tutto creava un clima diverso, fertile per l’accensione di passioni più o meno fugaci. Che erano anche una risposta vitale alla tragedia globale del Covid, che fino ad allora aveva risparmiato Allagi. E poi Vincenzino si era ritrovato davanti a sé, apparentemente disponibile, una piacente donna matura, libera, con una vita molto diversa dalla sua dalla quale si sentiva affascinato.

La quale Danae aveva fatto i suoi calcoli. Con gli uomini, era abituata a condurre le danze. Sammy, con quell’aria di playboy di provincia, era troppo prevedibile nel suo schema, al quale Danae non era disposta ad aderire. E poi, aveva quel look che lei odiava negli uomini: camicia fuori dalla cintura, pantaloni strizzati sui polpacci, caviglia scoperta e mocasso senza calze. Insopportabile! Vincenzino invece era un bravo padre di famiglia, a volte goffo nella sua lontananza dai godimenti della vita, ma un uomo accettabile dal punto di vista fisico che le trasmetteva stabilità.

“Beh” rispose Vincenzino dopo qualche secondo di silenzio. “Potrei dire ai colleghi che stasera salto la cena con loro. Domani mi faranno un interrogatorio stile servizi segreti per sapere cosa ho fatto. Pazienza.”

“Molto bene, preparo il secondo giro!”

*****

Vincenzino guardava Danae che era sdraiata al suo fianco. Avevano bevuto, avevano cenato, ed erano finiti a letto insieme. Quel letto in cui lei aveva sempre dormito sola dal suo arrivo ad Allagi di due mesi prima. Fino a quella sera di fine marzo in cui il vento picchiava forte sulle porte finestre dello studio.

Fu lui a rompere il silenzio, una volta che il suo battito cardiaco aveva finalmente rallentato.

“Non ci crederai, ma…”

“Ma?”

“Ma è la prima volta che tradisco mia moglie in 13 anni di matrimonio.”

“Sei un bravo marito. Sono convinta che tua moglie sia felice con te. E continuerà ad esserlo.”

Spegnere sul nascere i sensi di colpa altrui. Le volte (non poche!) che le capitava di incrociarli dopo aver fatto sesso con uomini sposati, Danae aveva una strategia ben precisa: ricondurre la scopata extra-coniugale a un evento liberatorio, e pure salvifico per la continuità del matrimonio stesso. Odiava i sensi di colpa, soprattutto se la coinvolgevano.

Vincenzino a sua volta si sentiva un po’ impacciato. Cosa si dice a una donna dopo avere fatto l’amore con lei clandestinamente? Era veramente una situazione senza precedenti per lui. Decise di stare temporaneamente in silenzio, per minimizzare le possibilità di dire cazzate. Fu perciò, di nuovo, il turno di Danae.

“Sono stata bene con te stasera” gli disse mettendogli la mano sul petto. “In questo periodo, su questa nuova isola, e in questa situazione, avevo bisogno di sentire calore. Calore di un uomo dolce che mi fa star bene.”

Vincenzino continuò a stare in silenzio, tenendole la mano. Gli sarebbe piaciuto indagare sulla vita di Danae, sulla sua mancanza di legami duraturi, sulla sua libertà. Forse anche sulla sua solitudine. Chissà se la sentiva addosso, di tanto in tanto.

“Mi piace pensare che ci rivedremo, Vincenzino, e probabilmente lo rifaremo, se lo vorremo. Poi un giorno tu ripartirai, e tornerai dalla tua famiglia. E sarà bello per entrambi ricordare questo lockdown ad Allagi, così imprevedibile e foriero di trasgressioni, mentre il mondo è messo in ginocchio da un virus.”

Fatto. Danae aveva ufficialmente comunicato il programma. Non il suo programma, ma il programma al quale Vincenzino doveva adeguarsi. Che alternative aveva lui per poter sottrarsi al disegno della intraprendente e impeccabile manager dell’hospitality?

Fine della quarta puntata (di sei). Pubblicherò la prossima puntata il 18 agosto.

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