Tra i fatti che ho setacciato nelle ultime settimane per comporre la mia rubrica Se per caso vi è sfuggito, che esce più o meno una volta al mese su Snaporaz, ce n’è uno che ho inserito per ultimo e che anticipo qui:
A quarant’anni dall’uscita del film Ritorno al futuro, che ha incassato l’equivalente di 222 milioni di dollari di oggi, il Pew Research Center ha fatto un sondaggio, chiedendo a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi dove andrebbero, se potessero viaggiare nel tempo come Marty McFly, l’eroe del film. Solo il 14% ha optato per il futuro, mentre il 40% ha scelto di rimanere nel presente e la maggioranza, il 45% degli intervistati, ha risposto che preferirebbe vivere nel passato.
Non è una notizia clamorosa, e forse non è nemmeno una notizia, ma mi è parsa interessante, se non altro perché per moltissimi anni, quando ero bambina e poi anche ragazza, ho sognato che quella macchina del tempo esistesse (nei momenti non rari di megalomania devo avere sperato di inventarla io), e mi sono chiesta tante volte dove sarei andata. Uno dei miei libri preferiti, allora, era Il vagabondo delle stelle di Jack London, e anche se non mi sarebbe piaciuto essere chiusa in un carcere e sottoposta a cicliche torture, invidiavo al protagonista quei viaggi che lo portavano nell’Egitto dei Faraoni o (mi pare) al tempo della Rivoluzione francese. Quanto a me, allora avrei voluto saltellare da un’epoca all’altra, per vedere tutto, ma proprio tutto (così come pensavo che avrei visitato i sei continenti, Antartide inclusa). In anni più recenti, e un po’ anche adesso, ho però deciso che, dovendo viaggiare nel passato, vorrei andare molto più indietro, quando ancora la scrittura non era stata inventata - un periodo molto più lungo di quello che noi umani chiamiamo la nostra storia, e che credo riserverebbe molte sorprese. (Tra l’altro, non so se avete letto che la capacità di accendere un fuoco è ben più antica di quanto si credesse).
Palermo, Capodanno 2024
In questo momento, però, come ogni fine d’anno, il mio orizzonte temporale, avanti e indietro, è molto più ravvicinato, e si muove all’interno di questo strano, astrattissimo limite dei dodici mesi passati e a venire. Astrattissimo, poi, fino a un certo punto, visto che con pochi giorni di scarto Capodanno e Natale coincidono con il solstizio d’inverno, la notte più lunga unita alla promessa che la luce ritornerà. E qui, lo so, faccio proprio un ragionamento da vecchia (anzi, da boomer), poco allineato con uno spirito del tempo sconfortato e millenarista in cui siamo giustificatamente immersi, ma a me l’idea che già adesso, piano piano, le giornate si stiano riallungando, mette allegria.
Chiudo con una mia vecchia poesia capodannesca, tra le prime che ho scritto (quando comunque di anni ne avevo quasi cinquanta!), nella versione di allora e in quella (più asciutta, migliore, mi pare) uscita nel libro Calendiario. Buon anno a tutti!
gennaio 2004
all’inizio, tornando a casa / dall’altra mia casa / le facce degli altri / nello specchietto retrovisore / ecco, ho pensato: un capodanno già sgualcito
ma ora per questo mi piace di più: / un abito nuovo che ha la buona grazia / di sgualcirsi addosso a me
nelle famiglie dei guerrieri beidan / gli schiavi non i padroni indossavano / gli abiti nuovi: i loro corpi caldi / li rendevano morbidi pronti all’uso
gennaio 2020
all’inizio ho pensato: un capodanno già sgualcito
ma ora per questo mi piace più
come un vestito che si finge vecchio
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