Il numero degli abitanti che vivono a Pentema tutto l’anno non lo so con precisione, ma credo di non sbagliare dicendo che sono più delle dita di una mano e meno delle dita di due. Domenica scorsa, però, sul prato dietro la chiesa, alle tavolate del pranzo annuale del GRS (il Gruppo Ricreativo Sportivo, ne riparlo tra poco) era seduta una sessantina di persone, e almeno altrettante avevano scelto di rimanere a casa, forse per paura della pioggia (che sarebbe arrivata, per fortuna, solo qualche ora dopo) o per non rinunciare alla dolcezza del riposo postprandiale. E non escludo che al picco della stagione, nei giorni di Ferragosto, la comunità pentemina possa superare le centocinquanta unità in un arco che comprende tutte le generazioni, dagli infanti ai vegliardi.
Per quelli di voi - la maggioranza, immagino - che non hanno mai sentito parlare di Pentema (attenzione, l’accento è sulla prima “e”), prendo in prestito l’incipit del testo che le dedica il Fai all’interno della sezione I luoghi del cuore:
Pentema è un piccolo caratteristico borgo dell'entroterra genovese, noto in passato per essere la cenerentola dell’entroterra ligure.
“Nota come cenerentola”, non è un ossimoro? La frase suona misteriosa, a meno che non siate cresciuti a Genova ai tempi in cui l’empatia e il politicamente corretto erano poco diffusi. La spiegazione la dà in modo più schietto l’agronomo e guida alpina Fabio Palazzo, autore di una scheda dettagliata su Pentema e la Val Pentemina, che consiglio a chi vorrà andare alla scoperta di questi luoghi (la scheda è datata 2022, e qualcosa è cambiato da allora, ma la sostanza c’è, ed è buona):
Nelle scuole di Genova il “Sei di Pentema?” era uno sfottò rivolto ai compagni per sottolineare comportamenti e atteggiamenti magari un po' rozzi e stralunati, come a identificare l'isolamento spaziale di questo borgo e dei nuclei vicini con un insuperabile deficit culturale del malcapitato di turno.
Ma per me, già allora, Pentema era un luogo fiabesco, simile al Casentino delle amate Novelle della nonna di Emma Perodi (da leggere! se non le conoscete), dove i pastori vivevano in simbiosi con i loro animali e d’inverno il fuoco nel camino era sempre acceso, perché fuori si gelava e i ciottoli aguzzi delle stradine (i rissêu) erano coperti di neve. A raccontarmi queste storie che, lei giura, io ho ingigantito con il passare degli anni, era Franca, compagna delle elementari e una delle amiche della vita, la cui famiglia materna veniva da lì. Tutt’e due ricordiamo ancora ridendo la prima volta che sono andata a trovarla un’estate insieme ai miei, e il disappunto per nulla nascosto di mio padre per “lo smeriglio” (questa la parola, ben viva nella nostra memoria) che aveva sfregiato la 124 nuova di zecca nell’ultimo tratto di strada dal “capoluogo” di Torriglia, sei chilometri di un tracciato stretto e tortuoso, percorrendo i quali preghi per non incontrare nessuno che venga in direzione opposta, oggi come in quel remoto 1966 o 1967.
Molto, però, è cambiato da allora, o per dirla con il Fai, “il paese si è riscattato”. E a questo “riscatto”, io ho ho avuto la buona sorte di assistere da lontano, sempre grazie a Franca, che nel corso degli anni mi ha a mano a mano raccontato tutte le iniziative che il glorioso GRS, nato nel 1974, andava facendo non solo per tenere in vita un borgo destinato a estinguersi, ma per rendere onore alle sue peculiarità, a partire da un tessuto urbanistico rimasto uguale a quattro o cinque secoli fa, le ripide stradine acciottolate che scendono verso il fondovalle, i tetti delle case digradanti, e di fronte l’altro lato della montagna, coperto fittamente di castagni (ma i vecchi ricordano quando c’erano appezzamenti coltivati a terrazze, in genovese le fasce, e in alto i pascoli per le bestie).
Salto qualche passaggio e arrivo al 1995, anno di nascita del presepe che, per la “cenerentola” Pentema, è stato l’equivalente della fata madrina. (Al posto della fata, però, un energico prete, Don Pietro Cazzulo, parroco di Torriglia e di Montebruno, amministratore parrocchiale di Pentema e di un’altra miriade di frazioni, che anche adesso, a più di ottant’anni, segue da vicino tutti i territori di cui è pastore). Cito ancora Fabio Palazzo:
Questo percorso denominato “presepe di Pentema” è in realtà un museo diffuso della civiltà contadina, forse il più singolare in Italia poiché include realmente tutto il villaggio, la maggior parte delle vie interne e le più caratteristiche case, con la meticolosa ricostruzione di scene e contesti impiegando in gran parte oggetti, indumenti e attrezzi originali attentamente conservati e curati di anno in anno.
Tutto vero, anche se Palazzo non dice che le figure del presepe sono manichini dismessi dai negozi, e capita che i loro volti insipidi di plastica riemergano da sotto le facce più veritiere modellate con la plastilina da Franca e dagli altri volontari. Gran parte dell’autunno va infatti nella preparazione dell’allestimento, nella sistemazione dei vestiti e degli oggetti, nella pulizia delle case, nella preparazione di piccoli oggetti (magneti, tazze…) da vendere ai turisti che verranno. Dovrei elencarli tutti, questi volontari, ma il rischio di dimenticare qualcuno è troppo grande, e quindi cito solo Rosa, un’altra pentemina per parte di madre (c’è una specie di tendenza matrilineare nella conservazione del paese) che, dopo essere andata in pensione, è tornata a vivere qui con il marito, estate e inverno, sfidando la difficoltà di abitare in un posto dove non ci sono negozi di nessun tipo, le automobili si fermano all’imbocco dell’abitato, il telefono prende solo se hai Vodafone, e non c’è copertura della televisione. E d’altra parte questo è anche il fascino di Pentema, il motivo per cui d’estate tutti i discendenti dei Traverso - unico cognome locale, insieme al minoritario Bevilacqua - tornano qui da Genova e dai lidi più lontani (Londra, la Svizzera, gli Stati Uniti) dove li ha portati il destino.
Mi rendo conto che non ho detto tante cose: per esempio che, oltre al presepe, ci sono iniziative di ogni tipo, dalle gare di torte ai tornei di bocce, ai corsi di muretti a secco (il prossimo a metà settembre); per esempio, che la Ca’ de Sitta, una delle più vecchie del paese, ricostruisce un’abitazione locale come erano fino alla metà del Novecento; per esempio che nel 2024 è stata fondata la Cooperativa di comunità Val Pentemina, che si propone di “valorizzare risorse, tradizioni e competenze locali” e ha avviato il restauro dell’antica locanda pentemina, Ca’ di Gianchi. E altro ancora. Ma seguendo i link che ho sparpagliato, un po’ di buchi si possono colmare.
Qui però, prima di chiudere, non posso non dire due parole sul perché in questo agosto 2025 mi sono ritrovata, dopo tanti anni, a condividere la vita pentemina, con l’aperitivo del mezzogiorno al GRS (non l’onnipresente spritz, ma il vecchio biancamaro della mia giovinezza) e le serate passate a turno nelle varie case a commentare i fatti (pentemini) del giorno. Anni fa, mi è capitato di scrivere il soggetto di un documentario, e senza frugare troppo nella mente, ho pensato alla storia di Pentema, a questa comunità che non si arrende, che mescola l’antico (il presepe, le tradizioni) e il nuovo (i manichini, i social), e per la struttura mi sono ispirata a un regista francese che mi piace molto, Nicolas Philibert, e che racconta storie diverse da questa, ma in qualche modo affini. Poi il soggetto è rimasto nel cassetto, ma quando l’anno scorso ho saputo che c’era un bando della Regione Liguria per il sostegno a un film di ambientazione locale, mi sono rivolta a un altro vecchio amico, Andrea Rocco, presidente dell’Associazione 28 Dicembre (se non lo sapete, il 28 dicembre 1895 i fratelli Lumière presentarono a Parigi la prima proiezione cinematografica a pagamento, praticamente è la data di nascita del cinema), e insomma, il progetto è passato, è in via di sviluppo, e le riprese del promo, diretto da Elisabetta Ferrando, sono cominciate in questo agosto 2025. Se tutto va bene, e se vi andrà, da qui alla fine dell’anno leggerete altre Cartoline da Pentema.
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